FILIPPINE: Aquino si sbaglia sui diritti umani.

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Nella giornata mondiale dei diritti umani, migliaia di persone si sono riversate nelle strade di Manila durante la quale una effige del Presidente Noynoy Aquino è stata bruciata di fronte al Palazzo presidenziale del Malacanang a simboleggiare, in questa data molto importante per i militanti filippini che sono diventati gli obiettivi delle violazioni dei diritti umani che il governo non riesce ad affrontare.

Nonostante la retorica di riformismo, sostenuta dalla sua storia personale di essere figlio di una vittima di omicidi extragiudiziali, Ninoy Aquino, ucciso nel 1983 sulla pista dell’aeroporto di Manila al suo rientro nel paese, gli omicidi di attivisti non sono affatto finiti.

Infatti la promozione d’un generale delle forze armate, sulle cui spalle pende un caso ben conosciuto di sequestro, è stato visto come amaro affronto in una settimana dedicata ai diritti umani, durante la quale i militari volevano promuovere un’immagine di sforzo per “un governo bastato sui diritti umani e in cui il governo ha lanciato un comitato di agenzie per risolvere e portare in giudizio vecchi e nuovi casi di violazioni di diritti umani.

Nel suo messaggio alla nazione di giugno Aquino ha sottolineato: “Proteggeremo i diritti di tutti persino di chi si oppone a noi.”

Comunque l’associazione dei diritti Karapatan stima che in due anni, da quando Aquino è al governo, ci sono stati 99 omicidi extragiudiziali, 11 scomparse forzate, 67 casi di tortura e 216 casi di arresti illegali con detenzione.

L’anno iniziò con la speranza di un passo in avanti. Un mandato di arresto fu indirizzato al generale Jovito Palparan con l’accusa di aver rapito nel 2006 due studenti universitari ed un contadino ora creduti morti. Ma Palparan, odiato e temuto in egual misura dagli attivisti per il numero di violenze e del costante vetriolo per la sinistra, è scomparso lasciando far comparire di tanto in tanto solo delle affermazioni che mettono in dubbio la legittimità del caso contro di lui.

Il progresso nell’altra storia fondamentale del paese, il massacro di Maguindanao del 2009, per lo meno si sta arenando. A tre anni di distanza nessuno è stato accusato dei 57 omicidi con 93 persone ancora alla larga. L’anno è stato anche segnato dal riconoscimento internazionale che la retorica dell’amministrazione non incontra la realtà. A maggio nel Consiglio dei diritti umani dell’ONU 22 paesi si sono allineati a condannare i continui omicidi extragiudiziali, scomparse forzate, tortura e impunità nelle Filippine.

Gli USA hanno notato che l’impunità nelle violazioni dei diritti umani continua; la Francia era allarmata dagli omicidi extragiudiziali e scomparse forzate e dalle violazioni continue contro i giornalisti e difensori dei diritti umani; il Giappone affermava che gli omicidi extragiudiziali continuano come un’istanza politica significativa. Sei paesi hanno chiesto alle Filippine di agire sulle richieste non risolte dell’inviato speciale dell’ONU di visitare le Filippine per esaminare la situazione dei diritti umani.

A luglio, Willem Geertman, olandese che partecipava alla campagna per la riforma fondiaria, fu ucciso a Luzon Centrale davanti al suo ufficio, costretto ad inginocchiarsi prima di essere ucciso con colpi alla testa, come descritto da testimoni oculari. I suoi amici di movimento hanno indicato “agenti militari” come colpevoli.

Nello stesso mese, una dichiarazione congiunta dagli inviati speciali dell’ONU parlavano di “un significativo aumento” nei rapporti di omicidi e minacce di morte contro i difensori dei diritti umani sin dall’omicidio di Fausto Tentorio nel 2011. ONG hanno anche criticato aspramente. Il rapporto del 2012 di HRW nota “i militari e la polizia ancora commette violazioni dei diritti umani con impunità” col governo che fa pochi progressi nonostante le promesse.

Una pressione formale è stata posta dagli USA. Tuttavia mentre il governo filippino è attento a riguadagnare i dieci milioni di dollari, trattenuti dall’aiuto ai militari a condizione di un miglioramento delle violazioni dei diritti umani, rappresenta appena il 10% dell’assistenza militare che è improbabile diminuirà di fronte alle tensioni crescenti nel Mare Cinese Meridionale.

E’ anche dubbia la volontà di Aquino di portare avanti il suo mantra riformista. Agli inviati dei diritti umani si è rifiutato l’entrata, e gli specialisti del settore che stanno lavorando con l’amministrazione parlano di poca determinazione alla riforma. Considerati questi significativi blocchi istituzionali ad una riforma significativa dei diritti umani, senza una volontà politica rimarrà poca speranza di fare progressi.

Il caso di Palparan e del massacro di Maguindanao dimostrano che passare dal mandato di arresto all’arresto, al processo e alla condanna è raramente ottenuto nella corta penale filippina. Voci importanti sul bisogno di una riforma del sistema giudiziario come l’avvocato riconosciuto dei diritti umani Jose Manuel Diokno, hanno parlato di una presenza continuata di sostenitori politici in un sistema giudiziario bacato con una certa enfasi nella corte suprema.

L’Unione Europea, lavorando su un progetto di 18 mesi per migliorare l’avanzamento dei casi di diritti umani terminato lo scorso anno, pianifica di lanciare un programma di “giustizia per tutti” che porterà 10 milioni di euro fino al 2015 nella speranza di generare un giusto accesso alla giustizia e al miglioramento nella giustizia penale per gruppi svantaggiati, compreso i diritti umani e attivisti sociali.

A livello politico il massacro di Maguindanao fu un’indicazione del clientelismo intrecciato tra provincia e nazione che resta una caratteristica del sistema politico filippino. Il Clan accusato degli Ampatuan portò vittorie elettorali nazionali all’allora presidente Arroyo nel 2004 quando i suoi più stretti rivali non registrarono voti a proprio favore. Nel 2006, l’Arroyo emise un Ordine esecutivo che permetteva ai rappresentanti locali di mantenere arate locali per combattere le insorgenze. L’armata privata di Ampatuan fu invece usata per assicurare che avrebbe mantenuto i benefici del governo locale. Benché Aquino promise alle elezioni di revocare quell’ordine, non è riuscito a farlo.

Oltre le milizie private sta la riforma delle forze armate che restano politicizzate e lontani dal controllo civile. I militari si sono sempre considerati un bastione contro l’insorgenza comunista con i suoi capi che conducono una crociata contro un partito politico la cui appartenenza è illegale. Mentre l’influenza politica dei militari ha oscillato, sotto il già dittatore Marcos guadagnò influenza politica, forza e finanziamento crescendo a divenire quello che uno studioso definì come La guardia pretoriana di Marcos.

L’articolo due della Costituzione del 1987 dichiara che l’Autorità Civile è “Sempre suprema sui militari”, tuttavia la realtà dell’interdipendenza tra elite civili e militari sembra persistere. Il partito politico anticomunista personale di Palparan, Bantay, non potè partecipare alle elezioni sotto il sistema del Partylist secondo la Commissione Elettorale, creato per assicurare che i gruppi marginalizzati siano rappresentati nel Congresso ma poi usato dai gruppi non marginali per assicurarsi posti in parlamento. Lo stesso Palparan aveva un seggio finché non si diede alla macchia. La Commissione Elettorale basò la sua decisione lo scorso mese sulla nozione che una piattaforma anticomunista non rappresenti un settore marginalizzato. La Corte Suprema cambiò la decisione affermando che la Commissione Elettorale arbitrariamente limitava la definizione di “marginalizzato”.

La promozione dello scorso mese del Colonnello Eduardo Ano e capo del servizio segreto delle forze armate giunse mentre fronteggiava le accuse in connessione alla scomparsa di Jonas Burgos, ancora sotto indagine del Dipartimento di Giustizia. Come sottolineò un editoriale di un quotidiano, la mossa “pone dubbi sulla sincerità del Signor Aquino di rafforzare la colonna dei diritti umani della sua amministrazione”.

Con le elezioni che si affacciano, Aquino vuole che si facciano dei progressi sul caso di Maguindanao e su Palparan, ed un eventuale successo sarebbe ben pubblicizzato e porterebbe del credito alla sua retorica riformista. Comunque fermare gli abusi contro gli attivisti di base, casi che continuano a restare lontano dai radar dei media, sarà il test reale di uno sforzo di riforma che deve attraversare i sistemi politici e legali e creare una nuova dinamica tra civili e militari.

Quando Obama visitò la Birmania il mese scorso, Wall Street Jornal riportava che lui aveva elaborato “una visione vincente di una democrazia in stile americano, dove i militari prendono ordini dai civili e i diritti umani sono rispettati.” Sono passati 70 anni dalla fine del colonialismo americano e dall’istaurarsi della democrazia più antica in Asia, e più di 25 dal processo di ridemocratizzazione, eppure questi due cardini fondamentali di una democrazia liberale restano elusivi.

Aquino wrong by rights
By Mark Dearn

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