FILIPPINE: Crescita del PIL bene, ma la disoccupazione?

Che l’economia filippina abbia visto una crescita del PIL del 6,6% nel 2012 è una buona notizia ma da discutere. La notizia migliore è che questa notizia ha generato una richiesta generale, da parte di economisti ed istituzioni più in generale, di focalizzarsi sulla creazione di lavoro con paghe più alte per sostenere un tasso di crescita di cui devono beneficiare tutti, una crescita inclusiva.

PIL

Ma come creare dei lavori con paghe maggiori sul lungo periodo resta un argomento da discutere.

Una richiesta, a cui il presidente Aquino ha subito mostrato ascolto, è giunta dalla Banca Mondiale attraverso il suo direttore locale Mott Konishi, il quale, parlando ad un incontro del Philippine Development Forum, ha invitato il governo ad affrontare il bisogno di creare quasi 15 milioni di posti di lavoro entro il 2016. Questa cifra contiene gli oltre dieci milioni di filippini disoccupati o sottoccupati, come correttamente affermato dalla fondazione IBON, a cui si aggiungono oltre un milione di nuova forza lavoro all’anno.

Konishi ha sottolineato che i lavori da creare devono essere buoni, cioè tali da “far innalzare le paghe reali o portare la gente fuori dalla povertà.” E’ una sfida enorme che si può valutare da quanto lui descrive:

“Il mercato del lavoro domestico nel formale, nei servizi e nel manifatturiero e i lavori all’estero non sono abbastanza per assorbire così tanta gente che entra nella forza lavoro. Questo vuol dire che tutti gli altri settori dell’economia, come l’agricoltura e l’agroindustria, devono contribuire di più ad affrontare la mancanza di lavoro e la povertà.” Deve essere cioè raggiunta una migliore capacità produttiva.

Dopo il forum, il presidente Aquino diceva ai giornalisti che il governo aveva postato sul sito Philjobnet che 230 mila lavori erano disponibili per i quali solo 117 mila erano le richieste. Ed aggiungeva che questo indicava un disaccordo tra offerta di lavoro e competenze richieste a cui il governo avrebbe cercato rimedio modificando i corsi dei college per adeguarsi alle richieste dell’industria di esternalizzazione dei processi.

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Ha riconosciuto degli errore nell’indagine sul lavoro del governo durante la sua amministrazione che mostrava una disoccupazione minore mentre solo 860 mila posti di lavoro si creavano ogni anno di media, insufficienti ad accomodare quel milione di lavoratori in più. “Le statistiche che si spacciavano non mi hanno proprio impressionato” ha detto chiedendo una rivisitazione dei dati.

Un economista dell’Università Asia Pacific, Victor Abola, ha messo in discussione le cifre del NEDA suggerendo che sia affidato al National Statistica Office una maggiore perp oter seguire i flussi sulla forza lavoro mensilmente piuttosto che ogni quadrimestre per assicurare un tracciamento più affidabile delle tendenze occupazionali.

Il gruppo di ricerca alternativo, IBON, ha attaccato la metodica cambiata del governo nella computa delle statistiche del lavoro affermando che “sottostimava la disoccupazione”. Quindi invee di mostrare il tasso di disoccupazione nel 2012 del 10,5% (4,4 milioni superiori di 48 mila dal 2011) la cifra ufficiale è solo del 7% (come nel 2011).

Eppure persino a quel tasso diminuito le Filippine si dispongono ben sotto le altre nazioni dell’Asia Orientale: la Thailandia il 0,6%, Singapore 1,7%, Malesia 3%, Corea del Sud, 3%; Cina, 4.1%; Taiwan, 4.3%; Vietnam, 4.4%; e Indonesia, 6.5%.

Cosa spiega questo? IBON dice: “La situazione del lavoro è peggiorata perché l’amministrazione Aquino non ha cambiato le politiche economiche sbagliate delle scorse amministrazioni che avevano già portato in un periodo di un decennio di assenza di lavoro. La scorsa decade ha visto la crescita più veloce nell’era dopo Marcos eppure ha anche visto il record dei senza lavoro ed un crescente numero di filippini poveri ed una maggiore diseguaglianza.”

Un consigliere di investimenti, Peter Wallace, giunge alle stesse conclusioni della IBON sul decennio di disoccupazione crescente, di povertà e ineguaglianza, senza però essere d’accordo sulle citate cause. Cita questi numeri: 79% dei filippini appartengono ad un gruppo di entrate basse; il 5% di entrate alte; ed il 15% di classe media.

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Per livellare le ineguaglianze “si può solo creare lavoro; non c’è altra via” asserisce Wallace ma aggiunge: “tuttavia non c’è la necessaria attenzione di alto livello”.

Oltre a monitorare da vicino il PIL e le statistiche di disoccupazione, Wallace invita a fare attenzione sull’indice GINI (una misura tra 0 ed 1 della differenza di entrate trs il ricco ed il povero, con 0 che vuol dire eguaglianza). Cita gli indici di GINI che mostrano che le Filippine hanno l’ineguaglianza maggiore: Filippine, 0.448; Thailandia, 0.425; Cambogia, 0.407;  Indonesia, 0.394; Malaysia, 0.379; Vietnam, 0.378; e Laos, 0.326.

La prescrizione di Wallace è: “La prima cosa per trovare una soluzione al problema è riconoscerlo quindi agire”. IBON è più esplicito sulla creazione di posti di lavoro: “Lavori ed alte paghe sono il miglior meccanismo per una crescita inclusiva che si può raggiungere solo con un’industria filippina ben sviluppata ed uno sviluppo agricolo equo.”

La crescita del terzo trimestre del PIL, nota IBON, è stata attribuita largamente alla costruzione pubblica, trasporto e comunicazione, commercio, affitti e intermediazione finanziaria. Queste non sono “produzioni radicate nel paese che usano risorse nazionali”; i loro guadagni sono andati alle imprese estere che invece di aggiungere lavoro hanno tagliato i lavoratori.

IBON aggiunge ancora: “la generazione di lavoro sostenibile e la riduzione della povertà richiedono intervento attivo e responsabile dello stato per costruire l’industria filippina e sviluppare l’agricoltura locale.”

L’enfasi sulla “industria filippina” denota la sua differenza dai programmi sbagliati, di investimenti a favore dell’estero che ogni amministrazione sin dagli anni 60 ha cercato.

Satur Ocampo, Philippine Star Daily