FILIPPINE: Haiyan o Yolanda, il segno del cambiamento climatico

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Sembra proprio che, di questi tempi, ogni volta che Madre Natura voglia inviare un messaggio urgente all’umanità, lo invia attraverso le Filippine. Il messaggero di quest’anno è il supertifone Yolanda, conosciuto anche come Haiyan.

perdite di vite umane

Per il secondo anno di seguito, il più forte tifone al mondo è rotolato per le Filippine seguendo sui passi di Pablo, o Bopha nel 2012. E per il terzo anno di seguito una tempesta devastante ha deviato per il suo percorso usuale intrapreso dai tifoni, colpendo comunità che non avevano mai imparato a convivere con questi potenti eventi atmosferici poiché raramente li avevano colpiti in passato. Sendong nel dicembre 2011 e Bopha lo scorso hanno hanno percorso a fette in modo orizzontale Mindanao, mentre Yolanda se ne andato attraverso le Visayas anche in direzione orizzontale.

E’ il cambiamento climatico che crea i super-tifoni con le loro direzioni strane, è il messaggio che la Natura sta inviando non solo ai Filippini ma al mondo intero, la cui attenzione è rimasta bloccata sulle immagini digitali, trasmesse alla televisione, di un ciclone immenso e rabbioso che si abbatte e poi ripulisce le Filippine centrali sul suo percorso verso l’Asia continentale.

Il messaggio che la Natura ci invia attraverso Yolanda, che ha messo insieme venti più forti della super-tempesta Sandy che colpì New York lo scorso ottobre e l’uragano Katrina che devastò New Orleans nel 2005, era specialmente inteso dai governi di tutto il mondo radunatisi a Varsavia per i negoziati annuali sul cambiamento climatico, che iniziano oggi 11 novembre.

E’ una coincidenza pura, si chiede qualcuno che non è proprio un religioso, che sia Pablo che Yolanda arrivino proprio quando ci sono i negoziati sul cambiamento climatico globale? Pablo si abbattè su Mindanao durante le ultime fasi della conferenza delle parti (COP 18) di Doha dello scorso anno.

C’è da dubitare comunque che i governi che ora si radunano a Varsavia si alzeranno per l’occasione. Ad un certo punto sembrava che l’uragano Sandy avrebbe portato il tema del cambiamento climatico in cima all’agenda del presidente americano Obama. Non fu così, e mentre Obama affermava di dare indicazioni alle agenzie federali a fare dei passi per tagliare le emissioni di CO2 delle centrali elettriche e ad incoraggiare a muoversi verso fonti pulite di energia, non invierà una delegazione americana che cambierà la politica americana di non aderenza al protocollo di Kyoto che Washington ha firmato ma non ha mai ratificato.

Sebbene sia ora il 70% degli americani a credere nel cambiamento climatico, Obama non ha il coraggio di sfidare questo fronte gli scettici del clima che riempiono le fila del potere degli affari USA.

E’ anche improbabile che la Cina, che è ora il più grande emettitore di CO2 al mondo, si dimostri d’accordo a porre dei limiti obbligati sull’emissione dei gas serra, forte del ragionamento che devono essere quei paesi che finora hanno emesso volumi cumulativi di gas serra a dover essere obbligati a dei tagli. E come la Cina lo stesso si può dire di Brasile, India e tante altre nazioni più industrializzate che sono le voci più influenti nel “Gruppo dei 77 più la Cina”. Quello che questi governi sembrano dire è che i piani di sviluppo industriale ad alta intensità di emissioni di carbonio che perseguono non sono negoziabili.

Secondo la piattaforma di Durban approvata nel 2011, si suppone che i governi sottomettano piani di riduzione delle emissioni di CO2 per il 2015 che saranno quindi applicati ad iniziare nel 2020. Secondo gli scienziati del clima questo accordo lascia un buco di sette anni dove non c’è da attendersi nessuna mossa obbligatoria di riduzione delle emissioni da parte degli USA e dei paesi ad alte emissioni di Carbonio. Si fa sempre più chiaro che ogni anno è importante se il mondo deve evitare una crescita nella temperatura globale media oltre i 2 °C, la prova accettata oltre al quale ci si aspetta che il cambiamento climatico diventi impazzito.

Paesi come le Filippine e tanti altri stati isolani sono le frontiere del cambiamento climatico. Ogni anno eventi climatici disastrosi e massicci come Yolanda e Pablo ci ricorda dell’ingiustizia della situazione. Sono i paesi che meno hanno contribuito al cambiamento climatico eppure essi sono le vittime principali. Il loro interesse non sta solo nell’accedere ai fondi per “l’adattamento”, cioè Fondo Verde per il Clima che a cominciare dal 2020 incanalerà 200 miliardi all’anno dai paesi ricchi ai paesi poveri per aiutarli ad adattarsi ma che è ancora piccolo e lento a formarsi per colpa dei paesi donatori. Mentre tifoni e uragani sono al limite tagliente degli eventi estremi, questi paesi di frontiera devono spingere tutti i grandi emettitori di gas serra ad accettare da subito tagli radicali alle emissioni senza attendere il 2020 per sottoporsi.

Durante i negoziati di Doha dello scorso anno, uno dei capi della delegazione filippina pianse nel parlare della devastazione inflitta da Pablo all’isola di Mindanao. Fu un momento di verità per i colloqui. Quest’anno la nostra delegazione deve trasformare le lacrime in rabbia e denunciare i grandi inquinatori per la loro continua intransigenza contro chi intraprende i passi necessari a salvare il mondo dalla distruzione che le loro economie ad alta intensità di emissioni rilasciano su tutti noi. Forse il ruolo migliore che la nostra delegazione può giocare è di adottare delle tattiche non ortodosse, come interrompere i negoziati in via procedurale per prevenire che la conferenza ricada nell’allineamento familiare del ricco Nord contro il gruppo dei 67 più la Cina. Questa è una configurazione che garantisce uno stallo politico persino mentre il mondo si lancia a tutta velocità verso quella situazione di quattro gradi centigradi in più che la banca Mondiale definisce come una certezza se non ci sarà uno sforzo mondiale forte per impedirla.

Walden Bello, parlamentare filippino

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