FILIPPINE: Il sistema del Pork Barrel e la finanza partecipata

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Le Filippine sono percorse in queste ultime settimane dalla grande discussione sul sistema del Pork Barrel e dello scandalo che ne è seguito. Grandi manifestazioni di piazza, tantissima opposizione su internet e un peggioramento dell’indice di gradimento del presidente Noynoy Aquino tra la popolazione.

Allo stato attuale tre grandi senatori dell’opposizione sono stati raggiunti da avvisi di garanzia, insieme al personale di tanti deputati, ma nessun altro deputato dell’amministrazione al momento, sebbene ne siano stati indicati dalla Corte Dei Conti filippina.

In un discorso al senato, uno dei senatori Jingoy Estrada ha accusato Aquino di aver dato 50 milioni di peso, quasi un milione di euro, ai senatori durante il processo al precedente capo della corte suprema filippina, Corona, lasciando l’incertezza che si sia trattato di una forma di corruzione.

sistema del pork barrel Enrile Revilla ed Estrata

Lo stesso Aquino, sotto enorme pressione dell’opinione pubblica, in una dichiarazione alla nazione sulle TV a reti unificate ha provato a riportare il discorso sul proprio terreno della lotta alla corruzione, perché quelli coinvolti hanno apertamente messo in tasca dei fondi destinati ad interventi pubblici, e della sua propria onestà su cui nessuno nel paese dubita.

Ha provato a separare la propria amministrazione dall’accusa che compare di Re del Pork Barrell dove con questo termine si associano due cose fondamentali: la discrezionalità dell’assegnamento dei fondi e la possibile corruzione e gestione da patronato. Il volume di fondi che gestisce il presidente filippino è enorme e fuori da una gestione parlamentare. Ed è proprio dalla discrezionalità dei fondi che nasce la corruzione del periodo Arroyo delle Filippine che così tanto danno ha fatto al paese.

Di seguito presentiamo una risposta politica a questa posizione che si rifà alla finanza partecipata.

Alternative al sistema del Pork Barrel, di Herbert Docena

Sebbene il governo non abbia ancora dato attenzione alle nostre richieste, il movimento contro il Pork Barrell ha già conseguito una grande vittoria: ha liberato la nostra immaginazione e ci ha dato la forza di domandare cosa potrebbe rimpiazzare il sistema del Pork Barrell.

Potrebbe sembrare una vittoria di Pirro ma una delle conquiste più sottovalutate dei movimenti sociali è la loro abilità a scuotere i credi dati per scontati, di sfidare la naturalezza dell’ordine esistente.

Grazie al lavoro delle reti contro il Pork Barrel pochi oggi credono all’affermazione, ripetuta dal presidente alla televisione l’altra sera, che non c’è altro modo di dare servizi sociali e beni pubblici se non attraverso i politici che li dispensano come e quando e a chi vogliono. Il movimento ha smascherato una delle affermazioni preferite del potere, che non ci sono alternative. Assicurata quella vittoria continua a crescere la necessità di definire e applicare un sistema differente.

Per il governo e i suoi sostenitori nella società civile l’alternativa è semplicemente abolire il PDAF, che ha ammesso di non aver ancora fatto, e alternativamente di aggiustare il processo del budget per proteggerlo da quello che loro considerano il principale se non l’unico problema: la ruberia.

Tale alternativa si è basata su una definizione tecnocratica di Pork Barrel che il governo spinge sin dalla nascita di questa questione, cioè PDAF come Pork Barrel. Altri sostenitori hanno portato avanti altre definizioni più sofisticate considerandoli fondi con troppa discrezione o il cui scopo non è sufficientemente “specifico”.

Ma sotto la attuale situazione chi è che dice cosa vuol dire specifico o quando la discrezione è troppa? Pork Barrell sotto queste definizioni è in fin dei conti qualunque cosa quelli al potere decidono.

Una simile definizione è profondamente politica poich* rinforza un modo particolare di inquadrare il problema che va bene agli interessi dei difensori del potere: come una lotta solo contro i ladri e non contro sia i ladri che il sistema che permette la loro esistenza.

Ed è politico perché il suo fine è politico: dividere e distruggere il nostro movimento. Avanzando le loro limitate alternative cercano di limitar le nostre immaginazioni e affermano di seguire le nostre richieste, nella speranza di farci tornare nelle case e abbandonare la lotta.

Ma tanti di noi si rifiutano di andare. Le alternative che esploriamo sono molto differenti che si poggiano su una definizione più sostanziale di quello per cui lottiamo.

Ci sono state molte implicazioni implicite ed esplicite di quella definizione, ma credo che la seguente catturi la gran parte se non tutti i suoi elementi.

“Pork Barrell” è qualunwue fondo pubblico la cui allocazione e spesa dipende soltanto sulla discrezione di un singolo ufficiale, dando così al detto ufficiale controllo sulle risorse per rendere i suoi subordinati obbligati o in debito verso di esso, creando perciò o rafforzando le relazioni ineguali, moralmente degradanti di sottomissione mentre apre simultaneamente le opportunità alla corruzione.

Consistente con questa definizione, il movimento ha perciò chiamato non solo alla incriminazione di tutti i ladri, ma anche all’abolizione del sistema del pork barrell: non solo il PDAF, ma anche l’enorme Presidential Pork, i fondi dalla Malampaya (royalties del gas) ed altre somme forfettarie compreso le entrate dal enti pubblici del gioco che il governo in modo assurdo reclama, non dovrebbero essere persino considerati fondi pubblici, come se le agenzie coinvolte non fossero dei monopoli statali.

Infatti uno dei successi del movimento è stato, nonostante la pressione della propaganda contro di noi e le pressioni dai sostenitori influenti del presidente, di aver rifiutato un compromesso sulle richieste di ritirare il sistema del Pork Barrel in tutte le sue forme. Sotto questa definizione il DAP (Programma di Accelerazione della spesa) è chiaramente un’altra forma di Pork barrell.

Non c’è bisogno di dire il governo ed i tecnocrati e teorici attaccano la nostra definizione e semplicemente la supereranno se possono. Una obiezione prevedibile viene da quelli con una tendenza empiristica secondo cui è reale ciò che può essere toccato e visto. Poiché le “relazioni di poter ineguali” sono invisibili forse non esistono e la definizione di su è metafisica. Ma le relazioni di poter sono reali. Si manifestano in tutte quelle associazioni osservabili anche se imperfette visibili a tutti tranne che ai più dogmatici degli empiristi. Quelli che tendono a riceve assistenza ospedaliera attraverso il PDAF tendono anche a votare per quelli che hanno dato loro la predetta assistenza. Una più comune obiezione è che tale definizione prende tutto. Non si può rimuovere del tutto la discrezionalità. E’ una obiezione che vuole deridere la nostra richiesta.

Ovviamente non chiediamo che il presidente debba andare al parlamento o alla gente ogni volta che c’è un disastro per chiedere se dovrebbe spendere soldi per il riso o le sardine. Non discutiamo la discrezione in quanto tale quanto i parametri della discrezione: dovrebbe avere il presidente la discrezione su 10 milioni, cento milioni o un miliardo? A quali condizioni? E Chi decide? Il presidente stesso?

Infine altri potrebbero obiettare che la nostra definizione è anche politica e qui hanno ragione. Una definizione così ha una meta politica come quella del governo, ma una che tanti di noi credono essere più rafforzante, più fedele al grido proclamato dal presidente “Tuwid na daan”, cioè della Retta Via. Perché la nostra non è solo contro la corruzione in un senso tecnico legale stretto che non prende a bersaglio solo Napoles, Estrada, Enrile e pochi altri ladri scelti dal presidente.

E’ anche simultaneamente una lotta contro la corruzione nel senso più profondo, contro un sistema antidemocratico, pieno di corruzione e moralmente degradante del patronato piuttosto che contro le personalità. Non può essere diretto selettivamente ai ladri ma a tutti quelli che usano o useranno i poteri dello stato per difendere tale sistema indipendentemente da dove si trovano (governo locale, parlamento e palazzo del presidente) e da chi sono, Estrama, Arroyo, Binay e Roxas.

Usando la nostra definizione più vasta diventa più chiaro perché il sistema del Pork Barrell non può essere semplicemente riformato come alcuni insistono. Dopo tutto, se il sistema serve a stabilir relazioni di patronato, allora riformarlo potrebbe risultare in un sistema migliorato di perpetuare tali relazioni problematiche.

Sistemi che producano intrinsecamente uscite non desiderate non dovrebbero essere migliorati ma solo aboliti. Uscendo dalla logica del governo, è più facile immaginare alle possibili alternative per sostituire il sistema. E le alternative includono quei modi di allocare e spendere risorse che tolgono la discrezione agli ufficiali della discrezione sul grandi somme e che danno il potere ai cittadini di decidere direttamente per se stessi come assegnar fondi, impedendo quindi loro di essere sottomessi ai rappresentanti e dando loro la possibilità di rompere i legami di patronato.

In teoria questo potrebbe essere possibile ridefinendo la nostra democrazia rappresentativa. In pratica i poteri elle dinastie, l’influenza del denaro e le ineguaglianze di classe fossilizzate richiedono misure contrarie più forti per “livellare il campo di gioco”.

E questa è la ragione per cui il concetto di “finanza partecipata”, un sistema da pionieri in Brasile che si è diffuso in Venezuela e persino in città europee ed americane e che sembra avere delle promesse. Si immagini: centinaia di cittadini comuni messi assieme in assemblea che dibattono appassionatamente come spendere somme considerevoli dio fondi pubblici nelle loro comunità locali e nell’intero paese.

Si moltiplichi questo sistema per tutti i distretti, le città del paese e si ha un sistema che contrasta fortemente con il sistema attuale in cui una singola persona decide come spendere migliaia di miliardi di peso. E’ anche molto differente dal sistema senza denti “finanza dal basso” che alcuni spingono a livello locale, in cui somme piccole sono in ballo e le decisioni locali non sono vincolanti.

Oltre a rafforzare i cittadini dal basso “la finanza partecipata” offre un sistema potente contro le ruberie. Come la ricercatrice Rebecca Aber, che ha studiato la pratica in Brasile, concludeva: “Era impossibile che sparisse del denaro, che i contratti fossero col sovrapprezzo, le promesse ignorate e che fossero fatti investimenti non necessari…”

Dopo tutto con milioni di occhi ed orecchie vigili a monitorare ogni passo del processo di finanza e assicurandosi che non si perdesse un singolo peso, ci sono poche aperture per i furti. La promessa è che non solo vedremo dove va il denaro, come giustamente domandano i difensori della Legge della Libertà di informazione (FOI), ma avremo una mano nel determinare dove vanno i fondi.

Certamente il sistema può fallire. Ci saranno gente che troveranno il modo di ingannarlo. E i più istruiti, più collegati, più influenti, o che hanno più tempo libero perché non devono fare tre lavori e allattare i loro piccoli, possono facilmente dominare il processo.

Tutto quello comunque non significa che la finanza partecipata non può essere migliore del Pork Barrell. Vuole mostrare che cambiando l’attuale sistema non è solo dare la caccia ai ladri o giocar con le leggi e le procedure. Richiede mettere in pratica quello che si chiamano le “condizioni della possibilità” per tutti affinché partecipino davvero alla politica come l’istruzione, il tempo libero e la fiducia, precondizioni che comportano il cambio delle relazioni attuali di classe e genere.

Lavorare allo stabilire queste condizioni a sua volta richiede costantemente di rifiutare di essere inscatolati da quello che è definito attualmente “legale”. Come molti di noi hanno imparato in tante lotte, quello che è legale non è sempre morale e quello che è morale non sempre è legale proprio perché cosa sia legale è sempre stato deciso dal potere. Se si possono ottenere le nostre alternative attraverso leggi esistenti, allora le usiamo. Altrimenti chiediamo il cambiamento.

Ma la legalità deve seguire la nostra visione di ciò che è giusto ed ideale non l’inverso. Certamente come tradurre la visione nell’istituzione attuale richiede dibattiti molto più aperti e democratici dentro e fuori il movimento. Il fatto che ora possiamo dibattere sulle alternative al di fuori delle scelte che lo stato pensa per noi è una vittoria di per sé.

Ma perché si possano avere grandi vittorie abbiamo bisogno di connettere la nostra lotta per le alternative all’imperativo di sfidare il potere. Perché sono le persone al potere che cercano di costringere la nostra immaginazione e sono sempre loro alla fine che bloccano le alternative che noi immaginiamo.

Herbert Docena,The Rappler.com

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