FILIPPINE: La povertà resta alta, mentre globalmente scende

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Che la situazione della povertà non sia diminuita nelle Filippine è stata causa di preoccupazione. Secondo NSO il 27,9% della popolazione vive sotto la soglia di povertà, molto simile a quella del 28,6 e 28.8 della prima metà del 2009 e del primo semestre del 2006.

la povertà delle baraccopoli

E queste cifre sono ancora più brutte se si considera che a livello globale la situazione è di fatto migliorata sin dal 2005.

Secondo la Banca Mondiale la proporzione della gente che vive in estrema povertà, con meno di 1,25 dollari al giorno, è scesa in ogni regione in via di sviluppo dal 2005 al 2008.

Inoltre la più grande recessione sin dalla Grande Depressione sembra non aver gettato fuori strada quella tendenza. Secondo la Banca “Il progresso è così drastico che il mondo ha conseguito gli obiettivi di Sviluppo del Millennio dell’ONU di tagliare la povertà estrema a metà prima del suo termine ultimo del 2015.”
Cosa ha giustificato questa tendenza positiva sin dal 2005? Una scuola di pensiero di Chandy e Gertz afferma che il progresso incredibile è causato “dalla accresciuta globalizzazione, la diffusione del capitalismo e la qualità migliore del governo economico, che insieme hanno consentito al mondo in via di sviluppo di iniziare a convergere sulle entrate dell’economia avanzata dopo secoli di divergenza. I paesi poveri che mostrano il successo maggiore oggi sono quelli che si confrontano con l’economia globale permettendo ai prezzi del mercato di bilanciare domanda ed offerta e di allocare scarse risorse e perseguire politiche economiche sensibili e strategiche per accelerare gli investimenti, commercio e creazione di lavoro. E’ questa potente combinazione che fa di questo periodo una cosa a parte da una storia di insipida crescita e povertà intrattabile”. Secondo Gertz e Chandy in breve è stato la riforma neoliberale orientata al mercato conosciuto anche come aggiustamento strutturale che ha ridotto radicalmente l’intervento del governo, ha eliminato le barriere al commercio e al flusso di capitali e ha promosso la privatizzazione.

Questa spiegazione che apparentemente convince va in pezzi quando la si guarda più da vicino. C’è un modo più credibile di interpretare i risultati. Il periodo di delusione di piccolo progresso degli anni 90 fino al 2005 è avvenuto durante la luna piena della riforma neoliberista e della globalizzazione. Fu il periodo di aggiustamento strutturale diffuso nel meridione globale. Come ammesso da Chandy e Gertz, questo periodo di riforme economiche aveva le seguenti caratteristiche: “A parte la Cina, la decrescita nella povertà globale diventa un incremento di 100 milioni.Nella regione più povera al mondo, l’Africa Subsahariana, il tasso di povertà è restato oltre il 50% per tutto il periodo che, considerata la crescita della popolazione nella regione, ha significato un raddoppio del numero dei poveri. In modo simile nell’Asia Meridionale, America Latina, Europa e Asia Centrale c’erano più poveri nel 2005 di quanti ce n’erano un quarto di secolo prima.”

Allora cosa spiega il miglioramento del quadro della povertà globale dal 2005? Quello che è successo fu che dagli inizi del 2000 i governi nel mondo cominciarono buttare all’aria gli impedimenti del neoliberismo. Negli anni 80 e 90 i paesi latino americani erano i più ardenti seguaci del neoliberismo. Ma con gli scarsi risultati se non una povertà maggiore ed una crescente diseguaglianza, molti governi cambiano radicalmente corso nel primo decennio del XXI secolo. Intervento del governo, nazionalismo economico, politiche populiste di redistribuzione che promuovevano sia equità che mercati interni in espansione, ed il boom delle merci aiutate dallo sviluppo cinese hanno costituito una combinazione potente che ha cambiato la tendenza della povertà.

In Frica ed in Europa Orientale la storia era quasi la stessa: uno spostamento pragmatico dal neoliberismo. In Asia Orientale la maggior parte dei paesi, Filippine a parte, riuscirono ad evitare l’aggiustamento strutturale complessivo anche mentre esaltavano retoricamente la riforma del mercato. E nel dopo della crisi asiatica del 1998 la maggior parte dei paesi ammorbidirono le misure neoliberiste, quando addirittura non le rigettarono, che avevano selettivamente adottato come la liberalizzazione del conto capitale.

Persino alcuni circoli governativi ora riconoscono che l’approccio neoliberale codificato nel “Consenso di Washington” era proprio sbagliato. Da ex capo economista della Banca Mondiale, Justin Yifu Lin, nota: “Non era una strategia economica efficace per la maggior parte dei paesi in via di sviluppo, che tipicamente sono intrappolate in distorsioni di multi livello che tipicamente hanno bisogno gradualmente di organizzare la loro transizione dal proprio livello”. In breve il quadro neoliberale “ignorava la richiesta che i governi dei paesi in via di sviluppo giocano un ruolo chiave nel superare i problemi di coordinazione e di esternalità nel processo di innovazione tecnologica, progresso industriale e cambio strutturale.”

Quali sono le implicazioni per le Filippine, uno dei paesi che è andata contro la tendenza della minore povertà? Una lezione è che il trasferimento di cassa condizionale (CCT) non è abbastanza. Jose Ramon Albert del NSO ha scritto: “Non ci si aspetta che il CCT apporti immediatamente cambiamenti significativi nelle entrate che faranno attraversare la soglia della povertà ai poveri, ma si può vedere l’impatto nell’investimento sul capitale umano, educazione e salute, dove lo si potrà vedere nel giro di 5 o dieci anni.” Il CCT vuol contener la povertà ed impedirle i peggiorare, è un supplemento per una strategia più comprensiva disegnata per favorire lo sviluppo, creare lavoro e ridurre la povertà. Quella strategia comprensiva è ciò che manca. E’ la ragione per cui guadagni significativi nella guerra alla povertà continuano ad eludere l’amministrazione Aquino.

Ci sono comunque segni di incoraggiamento. Contrariamente alle idee degli economisti ultraliberali come Villegas, l’approvazione della legge di salute riproduttiva è il riconoscimento, per quanto in ritardo, che i guadagni della crescita economica non servono a nulla se vengono incanalati al consumo da una popolazione in rapida crescita invece di servire come investimento per l’espansione dell’economia. Lentamente sembra crescere la comprensione che il paradigma neoliberale che abbiamo assorbito dall’IMF e dalla Chicago School of Economics è fondamentalmente sbagliata. Per esempio, il Ministero del commercio e dell’Industria ha creato una task force di “politica industriale” che prevede, alquanto timidamente, un ruolo governativo maggiore nello scegliere e sostenere industrie che creano lavoro, diversificano l’economia e favoriscono uno sviluppo sostenuto. La politica industriale è un tabù per i neoliberisti.

Per lo più i nostri politici sono imprigionati nel paradigma neoliberale. La Banca Centrale e il ministero delle finanze continuano a vedere l’inflazione come un drago da uccidere, facendoli propendere contro una politica fiscale attiva e sensibile che porrebbe l’attenzione sulla creazione di lavoro. Un altro atto di fede è “debitore modello”. Di conseguenza pagare il debito estero religiosamente secondo i termini crudeli del creditore regolarmente prende il 20 25% del bilancio del governo, restringendo la spesa per le infrastrutture e lasciando poco spazio fiscale per finanziare le iniziative a favore dei poveri. Guidati dall’idea che sono le imprese estere ed i ricchi la fonte della ricchezza, il governo è bloccato con tasse, investimento e politiche dell’entrate che favoriscono questi gruppi mentre spostano il peso di fornire entrate alla classe media e ai poveri attraverso l’IVA e le tasse di esercizio. Riforme strutturali che accrescerebbero le entrate dei poveri e renderli fonte di domanda per innalzare la crescita economica sono o ferme o si muovono molto lentamente: la riforma agraria, per esempio, è prevista terminare a metà del 2014, eppure restano ancora da essere distribuiti 900 mila ettari ai rispettivi beneficiari. Nel frattempo il mantra acquisito dalla Banca Mondiale della “crescita inclusiva” serve come una volta retorica per una tsrategia macroeconomica proattiva comprensiva che non esiste.

Nell’elaborare una strategia macroeconomica post neoliberista per le Filippine, il governo potrebbe pure scegliere le pratiche migliori dell’Asia Orientale e dell’America Latina. Dall’esperienza cinese e di altri paesi, Justin Yifu Lin sottolinea il ruolo dello stato come facilitatore strategico in contrasto al pensiero neoliberista che non accetta qualunque tipo di intervento dello stato. “E’ importante che un paese abbia un governo impegnato, credibile e capace per migliorare l’informazione, il coordinamento e le funzioni di compensazione dell’esternalità .. lo stato così può superare i fallimenti del mercato e facilitare il miglioramento industriale e la trasformazione strutturale.” La corruzione sul governo è un problema, ma per eradicarla non si deve gettare il bambino con l’acqua sporca. Un governo attivo è fondamentale per la trasformazione economica come l’esperienza dei nostri vicini hanno mostrato, contrariamente alla carta neoliberale del non far nulla dello stato.

I nostri tecnocrati ed economisti possono trovare utile leggere il libro del corrispondente del Financial Times Hal Weitzmann “Lezioni latine: Come il sud America ha smesso di ascoltare Washington e ha cominciato a prosperare”. Sebbene anche critico delle loro politiche, il libro sottolinea il ruolo centrale in Bolivia, Equador e Venzuela delle riforme di ridistribuzione che favoriscono le classi più basse sulle classi alte, e gli interessi nazionali su quelli esteri. La popolarità di Chavez in Venezuela non si spiega con la sua retorica antiamericana quanto dal fatto che le sue politiche hanno favorito la parte più bassa della società a spese dei ricchi e delle corporazioni del petrolio.

Ed il presidente argentino Kirchner giustamente merita il suo posto in alto nella storia economica del continente. Ha sfidato i creditori esteri e ha pagato solo un quarto per ogni dollaro che l’Argentina doveva ai suoi creditori di bond. Il risultato, mentre i pagamenti del debito estero che ammontavano a miliardi di dollari erano incanalatati nell’economia nazionale, è stato che l’Argentina è passata dalla depressione del 2000 e 2002 alla crescita energetica che è andata al 10% annuo dal 2003 al 2008.

La sfida negli ultimi tre anni dell’amministrazione Aquino è di fondare un nuovo paradigma macroeconomico per lo sviluppo sostenuto. Mantenendo il quadro vecchio neoliberale, benché in una forma più pragmatica, eroderà alla fine i guadagni che l’amministrazione ha fatto nel combatter con successo la corruzione e il contenimento della povertà tramite CCT. L’economia può continuare a crescere in modo impressionante ma questa sola non basterà a ridurre l’ineguaglianza e la povertà. E la rapida crescita, insieme alla diseguaglianza crescente o alla povertà crescente, è come la storia insegna una ricetta per l’instabilità sociale continua.

Il presidente ha mostrato la sua ferma determinazione nel ripulire il governo della corruzione. Mostrerà lo stesso spirito crociato per riformare l’economia politica mettendo da parte il conservatorismo e la cautela dei suoi consiglieri e porre il proprio paese su un percorso macroeconomico, dinamico nuovo?

Walden Bello

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