FILIPPINE: L’attacco alla Siria, Obama e le Filippine

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L’amministrazione Obama ha deciso inesorabilmente un attacco contro la Siria e sta cercando il sostegno attivo del Congresso.

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Il ragionamento che sta dietro all’attacco è punire il regime di Assad che Washington accusa di aver usato armi chimiche sui civili nella periferia di Damasco il 21 agosto, uccidendo oltre 350 persone e ferendone migliaia in più. Chiunque abbia usato queste armi il regime di Assad o i ribelli, è un atto riprovevole che viola la legge internazionale ed i diritti umani e deve essere condannato nei termini più forti.

L’atto criminale comunque non giustifica un atto di aggressione da parte di uno stato contro un paese sovrano. La sola chiara giustificazione di una azione militare su un uno stato sovrano è l’autodifesa come stabilito nell’articolo 51 della Carta Dell’ONU dove si dice: “Nulla nella presente Carta comprometterà il diritto intrinseco di un individuo o collettività all’autodifesa se accade un attacco armato contro un membro delle Nazioni Unite…”

Sia che il responsabile dell’uso delle armi chimiche a Damasco sia il regime di Assad o l’opposizione, il crimine non ha costituito un atto di aggressione contro gli Stati Uniti. L’autodifesa è la più forte giustificazione legale ad una risposta militare da parte dello stato minacciato. Ma ci sono molti casi dove un regime non minaccia direttamente un altro stato, ma pone una minaccia alla pace internazionale o regionale o si adopera in atti di genocidio contro la propria gente.

La legge internazionale ammette delle azioni contro un tale governo ma in modo molto ristretto sotto il principio della sicurezza collettiva. L’articolo 42 della Carta stabilisce che “dovessero esse i mezzi pacifici inadeguati o provati tali, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU può prendere tale azione con forze navali, aeree o terrestri come necessario per mantenere o restaurare la pace internazionale e la sicurezza. Tali azioni possono comprendere dimostrazioni, blocchi ed altre operazioni attraverso forze terrestri, aeree o navali di paesi membri dell’ONU”

L’azione pianificata americana non cerca l’approvazione del Consiglio di Sicurezza ed è un atto unilaterale che i suoi autori sanno deliberatamente di violare la legge internazionale. L’amministrazione Obama dice che usando le armi chimiche il regime di Assad ha oltrepassato una linea rossa e merita una risposta punitiva. Ma per quanto moralmente giustificata possa essere la rabbia del mondo, nessuno stato può arrogarsi il diritto a punire. Il Consiglio di Sicurezza e le sue procedure forniscono il solo processo possibile legalmente per iniziare una azione punitiva. Gli USA devono andare al Consiglio di Sicurezza e ottenere il mandato di una risposta collettiva al problema.

Un’azione unilaterale ora avrà lo stesso carattere di illegalità dell’invasione dell’Iraq nel 2003 sotto Bush, un atto che non fu sanzionato dalle Nazioni Unite. Allora il senatore Obama vide quell’atto come un atto illegale. Eppure oggi nel 2013 con la stessa retorica e metodi di Bush è determinato ad entrare in una azione illegale contro la Siria. L’azione è descritta come un gesto umanitario, eppure è destinato ad aggiungersi alle miserie della popolazione siriana.

Il Presidente Obama dovrebbe ascoltare le parole del Senatore Obama nel 2002 quando parlò delle conseguenze dell’invasione dell’Iraq. “So che un’invasione dell’Iraq senza un chiaro razionale e senza un sostegno internazionale ravviverà soltanto le fiamme del Medio Oriente, ed incoraggiare i peggiori impulsi piuttosto che i migliori del mondo arabo, rafforzando il braccio di reclutamento di Alqaeda.” Il senatore Obama aveva ragione. Oggi l’Iraq è un paese distrutto dalle divisioni settarie, una democrazia solo nel nome, e l’invasione americana è finita ad ingigantire le fortune di Alqaeda.

Anche con la Siria la cura proposta di Obama peggiorerà la malattia. Con oltre centomila siriani uccisi e milioni che scappano dalla guerra civile, l’ultima cosa di cui la regione ha bisogno è di un altro intervento militare distruttivo dell’occidente che porta la reale possibilità di una deriva distruttiva verso una guerra regionale di larga scala e il collasso dello stato siriano.

L’attacco limitato contro la struttura di comando e controllo del regime di Assad non è consistente con la richiesta dell’occidente di un cambio di regime perché manca in modo significativo di diminuire la capacità del regime di condurre una guerra, né garantisce una qualche deterrenza contro l’ulteriore uso di armi di distruzione di massa contro la popolazione civile, dal momento che sia il regime come l’opposizione hanno accesso a tali odiose armi.

Infatti non ci sono piani per neutralizzare l’accumulo significativo di armi chimiche e biologiche, né piani paralleli di non trasferimento di tali armi nelle mani di elementi radicali dentro l’opposizione. Al meglio si parla di un intervento militare contro una nazione sovrana senza garanzia di evitare un ulteriore attacco chimico contro i civili, e peggio, parliamo di aggiungere combustibile ad un conflitto dalle conseguenze potenziali indicibili.

L’intervento pianificato porta il chiaro rischio di ingigantire il conflitto ancor di più accrescendo la probabilità di ulteriori attacchi con armi di distruzione di massa contro la popolazione civile. Ancora una volta la storia ha mostrato che regimi accerchiati tendono a usare ancor più violenza di fronte alla pressione crescente, e quindi un intervento internazionale rafforzerà Assad nell’intento di usare misure ancor più forti per domare la ribellione.

Internazionalmente un altro intervento militare dall’occidente porta il chiaro rischio di attirare altre potenze come Iran e Russia dal momento che l’Iran è legata da un trattato di difesa del 2005 colla Siria, mentre Mosca vede la Siria come il solo alleato nel Mediterraneo. Queste sono le ragioni per cui Iran e Russia si sono opposte con forza all’intervento minacciando persino risposte e contro intervento diretto.

La cosa più preoccupante è la probabile entrata di Israele che potrebbe trarre vantaggio dalla mossa americana non solo per colpire Assad ma anche il suo alleato iraniano che lo stato sionista vede come la grande minaccia strategica alla propria sicurezza. Nel 2002 Obama definì la “pianificata” guerra dell’Iraq come “guerra stupida”. Con tutte le possibili conseguenze non siamo scortesi se definiamo il suo attacco pianificato alla Siria come una mossa “stupida” che creerà degli effetti opposti di una possibile soluzione umanitaria alla crisi siriana.

Cosa ha a che fare tutto questo con le Filippine?

Prima di tutto come membro responsabile della comunità internazionale il governo filippino deve aggiungere la propria voce alle voci ufficiali multiple che hanno espresso la propria opposizione all’azione pianificata degli USA. Non solo il presidente Aquino non deve ripeter quello che il suo predecessore Arroyo fece con l’Iraq nell’unirsi alla nota coalizione di Bush.

Deve con forza registrare l’opposizione del paese al piano pericoloso di Obama, prendendo dei suggerimenti dal parlamento britannico che ha ripudiato lo sforzo del primo ministro Cameron a seguire l’attacco americano.

Secondo un attacco alla Siria va contro gli interessi delle Filippine che è legata al benessere dei propri lavoratori in Siria. Metterà a rischio le vite di migliaia di lavoratori OFW che restano in Siria. Ero in Siria lo scorso anno come Presidente del Comitato dei OFW del Parlamento. Accompagniai il gruppo di rapido intervento del ministero degli esteri a Damasco, Homs e Tartus alla ricerca dei lavoratori filippini per invitarli a tornare a casa.

Nonostante i nostri sforzi migliaia hanno deciso di rimanere e si troverebbero in grande pericolo se Washington dovesse portare avanti l’operazione militare. Ma non parliamo solo dei filippini in Siria. L’azione di Washington allargherà probabilmente una conflitto regionale tirandosi dentro Iran, Iraq, Arabia Saudita, Libano, Israele e Stati del Golfo.

Parliamo di quasi 3 milioni di filippini, 1,8 milioni in Arabia Saudita soltanto. Non è solo la loro sicurezza fisica ad essere sotto rischio. Per evacuare anche un quarto di loro potrebbe danneggiare seriamente le risorse finanziarie e organizzative del nostro governo.

Terzo la dichiarazione unilaterale dovrebbe dare all’amministrazione una pausa nel suo piano di rafforzare i propri legami con Washington permettendo che più truppe americane siano stazionate nel paese e dando alle forze navali e aeree maggior accesso alle nostre basi militari. Dovremmo essere stanchi di allearci strettamente con una potenza che ha la cattiva abitudine di entrare in azioni unilaterali se non essere tirata dentro a conflitti e guerre che non sono roba nostra e neanche nel nostro interesse. Una volta avuta una presenza militare significativa nel paese, non saremmo liberi dalle minacce di azioni di vendetta….

Ho fortemente sostenuto la posizione forte dell’amministrazione in difesa degli interessi nazionali contro le posizioni aggressive cinesi nel mare cinese meridionale. Ma mi sono anche opposto fortemente ad una politica che invita ad una presenza USA allargata nelle Filippine per contrastare la Cina. Questo sforzo di fare un bilancio della politica di potenza condurrà le Filippine a diventare uno stato di frontiera come il Pakistan e Afghanistan. Quando prendono il sopravvento le politiche delle potenze allearsi militarmente con gli USA renderà marginale ogni soluzione ai conflitti territoriali con la Cina e quindi ci sconfiggiamo da soli.

Con la minaccia americana contro la Siria abbiamo un’altra ragione imperativa per non volere una presenza militare americana: inviterà alla rappresaglia da qualunque forza al mondo che è minacciata o è stata soggetta all’azione unilaterale americana.

Il tempo si avvicina per un’azione militare americana in Siria. Questo atto spaventoso non è nell’interesse dei siriani, né della pace in Medio Oriente, né nell’interesse delle Filippine. L’amministrazione Aquino deve affermare forte la propria opposizione a tale atto destabilizzantea livello globale e regionale e deve ripensare alla propria strategia per una maggiore presenza americana in questo paese.

Walden Bello, discorso in Parlamento del 2 settembre 2013

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