FILIPPINE: La tentata fuga della Arroyo e la democrazia fiippina.

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La causa immediata di una possibile crisi istituzionale è la decisione della Suprema Corte di invalidare un ordine di divieto di espatrio, impartito dal dipartimento di giustizia, contro la Gloria Macapagal Arroyo, permettendole così di ricercare all’estero delle core per le due sue presunte malattie che la costringono a vestire una maschera di ferro, come nel Film famoso Hannibal. Il divieto di espatrio è stato emesso qualche giorno fa in quanto ci sono delle indagini in via di formalizzazione contro la Arroyo, accusata di aver brogliato le elezioni del 2004 e 2007 oltre che di altri casi di saccheggio delle casse dello stato, e si teme che la stessa possa recarsi in un paese estero con il quale non esiste un trattato di estradizione e poter sfuggire alle indagini e al processo.

Di fronte alla decisione della corte suprema, il ministro della giustizia De Lima ha preso una decisione al limite della costituzionalità: dal momento che la decisione non è stata ancora trasmessa al Dipartimento quindi formalmente ancora non conosciuta, ha comandato alla polizia di frontiera di non far partire la Arroyo, mentre nel frattempo si preparava ad inviare alla Suprema Corte un invito al riconsiderate la sua decisione.

Così è successo che alla Arroyo, giunta all’aeroporto su sedie a rotelle tutta bardata per i problemi alla spina dorsale dopo tre operazioni alla colonna vertebrale, è stata impedito di passare la frontiera costringendola a ritornare al più costoso ospedale di Manila dove era ricoverata. Nel frattempo i suoi avvocati, dopo aver invocato il diritto del cittadino a viaggiare liberamente e a cercare la cura che si crede più efficace nel posto di cui si ha più fiducia nel mondo, hanno fatto proteste molto violente, lanciando contro Aquino la minaccia di Impeachment, chiedendo alla corte di porre fine all’abuso di cui la loro cliente sarebbe vittima. La stessa De Lima, secondo alcuni critici, sarebbe sotto pericolo di essere incriminata per disprezzo della corte rischiando anche il carcere.

Dai sondaggi fatti da una rete televisiva di Manila, quasi 80% degli intervistati si schiera con la De Lima. Da una parte il passato di ruberie ed angherie della Arroyo è così vivo da far passare in secondo ordine dei problemi di natura costituzionale; dall’altra pochissimi sono disposti a concedere che le malattie della ex presidente siano reali e che non ci possano essere dottori nelle Filippine che possano curare quelle due malattie. Lo stesso Aquino nei giorni scorsi aveva offerto di far venire medici dall’estero nelle Filippine per poterla curare. Ma la Arroyo ha sempre negato scegliendo, per altro, come luoghi di cura alcuni paesi con i quali non esistono trattati di estradizione con le Filippine.

Ci sono alcuni punti di questi ultimi giorni che fanno pensare. Primo, la decisione della Corte Suprema è stata presa in tempi estremamente ed inusualmente veloci. Nessun cittadino prima ha mai avuto una sentenza con questi tempi e queste modalità.

Poi ha ritenuto di non ascoltare le motivazioni del ministero di giustizia che ha emesso il divieto di espatrio secondo una legge emanata proprio durante la presidenza della Arroyo che a sua volta l’aveva usata nei confronti di alcuni cittadini che chiedevano di recarsi all’estero proprio per le medesime ragioni. Nessun contraddittorio.

Inoltre come emerso sui giornali filippini, nella richiesta dell’Arroyo ci sono delle affermazioni palesemente false che la corte suprema sembra aver bevuto senza battere ciglio. Le affermazioni palesemente false riguardavano l’esistenza di trattati di estradizione con la Spagna, cosa non vera: esiste un trattato che il senato filippino deve ancora ratificare e quindi non in vigore. Per un ex presidente, è una menzogna troppo grossa che la dice lunga sulle intenzioni.

Secondo uno dei giudici della stessa corte, che si è opposto a tale decisione, le condizioni che si pongono per poter prendere quella decisione (temporary restaining order) devono essere molto stringenti: che siano state verificate le condizioni e le richieste, che non ci siano affermazioni false e che ci sia una verifica di quello che l’altra parte afferma. Nulla di tutto questo.

La maggioranza dei giudici della corte suprema in realtà sono stati nominati, secondo la costituzione, dalla stessa Arroyo e questo per molti spiega le ragioni di come si sia pervenuto a quel verdetto. Inoltre considerati i tempi è quasi acclarato che la Arroyo attendesse fiduciosa questa decisione ed avesse le valige pronte. Fare presto prima che arrivino gli atti di incriminazione.

Qualcuno si domanda se fosse proprio necessario arrivare a tanto da parte della Amministrazione Aquino. Sono due anni da quando la Arroyo ha terminato la sua presidenza e da quando è partita la campagna anticorruzione lanciata da Noynoy: come mai fino ad ora non esiste una sola incriminazione, ma solo delle denunce di alcuni parlamentari della sinistra? Cosa fa il ministero della giustizia che ha il compito di portare a vanti le indagini e scrivere gli atti di incriminazione? Perché arrivare al rischio di una crisi istituzionale, che è deleteria per tutti, e arrischiarsi su un terreno di erosione democratica che è stato molto caro alla passata amministrazione, ma che Aquino stesso si prefigge nel suo programma di governo di cancellare per ripristinare il governo della legge?

L’apparente “crisi istituzionale” che si manifesta in uno scontro tra il potere esecutivo e quello giudiziario ha poco a che fare col tenere alto i diritti costituzionali, benché la contesa l’abbia portata in questa arena. La crisi si origina dallo stato filippino che deve mantenere una facciata democratica e nel rispetto della legge in maniera chiara per preservare la pace e l’ordine con delle condizioni socio economiche sempre peggiori e di crescente malessere pubblico. Molto prima di questo, specialmente sotto la dittatura di Marcos, lo stato tutto filippino è stato in completo sfacelo, con un esecutivo e la magistratura percorsi da qualunque tipo di scandalo, anomalia, attività fraudolente e criminali compreso aperte violazioni dei diritti umani. Il contributo del regime della Gloria Macapagal Arroyo è stato di dare sfacciatamente la completa impunità a tutto questo con delle violazioni da maestro e persino un uso dei processi legali e della legge.

La stessa Corte Suprema ha posto la sua propria credibilità in dubbio con decisioni che si possono, ad essere gentili, descrivere come controverse, e con cambiamenti repentini delle proprie decisioni apparentemente sulla base di sopraggiunti potenti interessi.

Per questo caso, questa crisi attuale non troverà la sua soluzione persino con il così esaltato diritto costituzionale dell’Arroyo col loro imminente volo lontano dalla giustizia.

tratto da BusinessWorldOnline.

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