FILIPPINE: L’ aborto tra illegalità e clandestinità e lo stigma sociale

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Il racconto di una donna filippina ricoverata in ospedale per i postumi di un aborto clandestino

“Avevo paura. Quando mi guardavo intorno, tutte le mamme avevano già fatto nascere i loro piccoli, mentre io ero lì. Il sangue che avevo perso mi si era già asciugato addosso”

Dice Lisa, una madre di diciannove anni con tre figli mentre racconta la sua esperienza nell’unità di cura dei postumi di aborto in un ospedale pubblico della capitale filippina.

Lisa aveva un’emorragia quando è stata portata di corsa ai cancelli dell’ospedale Andres Bonifacio Memorial Medical Centre, dopo una settimana di febbre alta, forti dolori e sanguinamenti in seguito ad un tentativo di aborto autoindotto dopo aver bevuto vari liquori e un distillato di riso che si pensa induce un sanguinamento post partum.

Lisa è una donna filippina citata nel rapporto del gruppo americano Centre for Reproductive Rights (CRR), il primo rapporto completo sull’impatto che il bando dell’aborto ha nella cattolica Filippine. Il rapporto è “Vite dimenticate: l’impatto pericoloso del divieto penale di aborto delle FIlippine”

Dal rapporto una storia che emerge è quella di Lisa che subisce una vasta serie di abusi quando si reca per aiuto alla clinica, dall’essere legata al letto mani e piedi, alle violenze verbali dei dottori e delle infermiere che minacciavano di denunciarla alla polizia, alla violazione della sua privacy in quanto tutti i pazienti seppero subito la sua storia.

Ogni anno sono 560 mila donne filippine che si rivolgono all’aborto, delle quali 1000 muoiono a causa dei metodi con cui viene praticato mentre 90 mila poi soffrono delle complicazioni post parto che per altro sono tra le dieci cause di ospedalizzazione delle donne filippine.

Con una popolazione di 94 milioni di persone ed una crescita del 2% annuo, ed un tasso di fertilità del 3,23, vale a dire 3 bambini per donna in età fertile, si hanno quasi 2 milioni di nuovi nati ogni anno.

Il bando penale dell’aborto e lo stigma sociale che si porta, unitamente alle tante controversie che la discussione sui contraccettivi si porta dietro, lasciano alle donne filippine poche possibilità di fronte ad una maternità non voluta se non quella di rivolgersi a pratiche di aborto clandestino fortemente rischiose.

Nel frattempo, la discussione sulle iniziative sulla sanità della riproduzione sono fortemente intrise di stigma morale, e dalla forte presenza dei vescovi cattolici che hanno cercato anche di influenzare il voto per la presidenza delle Filippine.

Secondo Florence Tadiar dell’Istitute for social Studies and Action, ci sono molte discussioni tra la chiesa cattolica e il governo sull’educazione sessuale nelle scuole e una genitorialità responsabile che aiuti a ridurre il numero di aborti senza però toccare i temi sensibili quale la legge sulla salute della riproduzione. “Noi delle organizzazioni della società civile vogliamo parlare loro (ai vescovi) e vogliamo spiegare che questa legge previene l’aborto, ma loro non vogliono scendere al nostro livello”. In una dichiarazione dell’arcivescovo Oscar Cruz si dice “la contraccezione previene la vita”

Secondo il CRR le Filippine è tra le poche nazioni che proibisce e punisce penalmente l’aborto senza riconoscere chiare eccezioni legali, quali la minaccia alla vita o alla salute della donna, o il caso di una violenza sessuale o di incesto o il caso di malformazione fetale.

“Il governo filippino ha creato una sordida crisi di diritti umani in questa nazione” sostiene il presidente del CRR Nancy Northup “Migliaia di donne si rivolgono all’aborto per proteggere la loro salute, la loro famiglia e per il sostentamento. Tuttavia il governo è fermo immobile rifiutando di affrontare il problema o riformare le politiche che l’esasperano”

“La legge ha creato un ambiente di giudizio e stigma tanto che le donne che cerchino un trattamento medico per le complicazioni legate all’aborto spesso sono attaccate e abusate dal personale sanitario o vengono trattate secondo uno standard inferiore.” denuncia Melissa Upreti del CRR per l’Asia.

L’ambiente ostile è tale che il personale sanitario in carico per la cura materna e del bambino, dottori, infermiere, levatrici, sono anche in pericolo di arresto, una cosa che blocca tutto. “Nessun operatore è salvo”.

Gli operatori sanitari degli ospedali, su cui supervisionano i governi locali, devono denunciare alla polizia i casi di aborto che dovessero incontrare. I sindaci hanno anche ordinato divieti alle cliniche locali di fornire metodi moderni di contraccezione come la pillola.

Questi problemi non sono facili per nessun politico e la legge sulla salute della riproduzione finora non è riuscita a trovare veri sostenitori nel Parlamento, mentre la chiesa cattolica sostiene che la legge è “contro la famiglia e contro la vita” e che serve soltanto “per un controllo della popolazione e non per un miglioramento della vita”.

Certo se questa legge è così avversa, anche una legge che legalizzi l’aborto in casi specifici e particolari sicuramente avrà ancor meno vita facile.

di Diana Mendoza

FILIPPINE: Morire in silenzio di aborto clandestino

Amelia, una donna di 35 anni, era sicura di stare morendo, nel letto di una stanza di pronto soccorso di un affollato ospedale a Manila. Aveva il vestito inzuppato di sangue e lo stomaco in preda a dolori terribili. E’ accaduto un anno fa quando suo marito la portò in ospedale a causa di un’emorragia che durava da tre giorni ormai. Era al punto di dover cambiare il suo assorbente ogni 30 minuti, e il paracetamolo riusciva a rendere ancora peggiori i dolori che aveva nello stomaco.

Salute riproduttiva Filippine contro aborto clandestino

“Ero così debole da non riuscire a stare nemmeno seduta. Ebbi paura e mi recai all’ospedale.”
Amelia soffriva delle complicazioni dovute ad un aborto indotto.
Appena scoperto di essere incinta, cominciò a recarsi dall’ Hilot nel suo vicinato tre volte a settimana per tre settimane per dei “massaggi”. Alla quarta settimana di questi “massaggi” cominciò il sanguinamento. Era doloroso, ed anche un crimine.

Il codice penale filippino, approvato otto decenni fa, punisce con il carcere le donne che si sottopongono all’aborto. Il suo caso non è affatto unico. In uno studio condotto da Guttmacher Institute si afferma che, nel 2008 soltanto, nelle FIlippine sono stati praticati 560 mila aborti indotti. Amelia decise di affrontare il rischio poiché lei e suo marito non avrebbero potuto permettersi un altro, il nono, figlio da sfamare. Lei, che vende roba da mangiare per strada mentre suo marito guida un risciò a pedali per sopravvivere, considerava quella gravidanza un’altra spesa, “gastos lang”.

Durante l’intervista nella loro baracca di una stanza a Manila, Amelia stava mettendo a dormire il suo piccolo di un anno. I suoi ragazzi più grandi non erano a casa, né a scuola. Suo figlio di nove anni stava lavorando come ragazzo tutto fare in un ristorante vicino, mentre il fratellino appena più grande era indaffarato a fare il parcheggiatore nelle strade. Solo sua figlia di sette anni era a scuola. Gli altri quattro stavano con la nonna materna poiché Amelia doveva lavorare.

Poiché l’aborto è illegale qui, le donne come Amelia sono costrette a rivolgersi a chi procura l’aborto clandestinamente, con gravi rischi per la salute e per la vita. Le conseguenze di tali procedimenti possono anche essere fatali.

Nel solo 2008, sono mille le donne morte per complicazioni dovute ad aborti insicuri. Quasi ogni anno l’aborto causa più morti della stessa febbre di Dengue, che ha causato 700 morti nel 2010. Secondo i dati del Ministero della Sanità, la morte da aborto è tra le prime cinque ragioni per cui si mantiene molto alta la mortalità materna durante la gravidanza.

A rendere le cose ancora peggiori è il comportamento di molti lavoratori della sanità verso le donne che scelgono di interrompere la loro gravidanza. Oltre ad albergare i propri giudizi morali, questi lavoratori esitano a trattare le donne per le complicanze post abortive per paura di incorrere in reati penali. Amelia è stata fortunata. L’attenzione tempestiva medica le ha permesso di sopravvivere.

In molti casi, le donne muoiono a causa del ritardo con cui vanno all’ospedale per trattare le complicazioni del dopo aborto. In uno stato a maggioranza cattolica dove la Chiesa mantiene la sua voce molto influente, interrompere una gravidanza è in genere uguagliato ad un omicidio. C’è poca simpatia per una donna che opta per questa scelta.

Le donne sospettate di aver indotto un aborto spesso ricevano un trattamento gelido quando non vengono addirittura minacciati dal personale sanitario. Il giudizio morale fatto dai professionisti medici può essere così ampio che, a volte, anche le donne che hanno avuto aborti spontanei sono, all’inizio, sospettate di esserselo procurato. Quindi, sono soggette allo stesso trattamento gelido finché non si fa una diagnosi finale che indichi che la donna abbia sofferto di aborto spontaneo.

Nel momento in cui Amelia entrò nella stanza di pronto soccorso percepì quasi subito quella censura. Fu suo marito a spiegare le condizioni di Amelia all’infermiera della ricezione. Essa fissò Amelia per alcuni secondi, poi se ne andò per ritornare qualche minuto dopo con un dottore che chiese ad Amelia dove avesse urtato e come si sentisse.

“Dopo avergli risposto mi chiese ad alta voce se avessi avuto un aborto. C’erano persone vicino a noi che sentirono la sua voce e poi mi guardarono.” Lei sentì il loro giudizio nel loro sguardo.

“Sembravano dire ‘è quello che ti meriti per aver avuto un aborto’” disse Amelia con voce flebile.

Amelia non rispose direttamente al dottore. Gli disse di aver avuto un aborto spontaneo, “nakunan” che accade senza interventi medici o chirurgici. Il dottore la guardò e scosse la testa senza però dire nulla.

Nelle nazioni dove l’aborto è legale lo si fa mediante una chirurgia o delle medicine. Nelle Filippine, le donne che vogliono concludere una gravidanza lo fanno mediante metodi quali i massaggi addominali, l’inserimento di oggetti metallici nell’utero, ingerendo medicine che inducono l’aborto, o anche semplicemente facendo dei lavori fisici intensi.

Alla domanda di perché avesse mentito, Amelia spiegò: “Non volevo ammettere al dottore di aver avuto un aborto. Non credo che una donna possa ammetterlo subito. Come può ammettere una madre ad un’altra persona di aver ucciso suo figlio?”

Dopo che il dottore si allontanò, una infermiera la fece sedere su una sedia a rotelle e la portò nel reparto ostetrico e con una voce dura le disse: “Non mentire quando le chiederà se ha avuto un aborto, altrimenti la denuncerà alla polizia. D’altronde è ovvio che l’ha avuto.”

Amelia sentiva il peso di sentimenti contrastanti. “Avevo così paura di morire o se vivo di essere consegnata alla polizia”. Stava diventando anche moto arrabbiata. “Perdevo parecchio sangue, lo sentivo scendermi lungo le gambe. Il mio vestito era tutto una pozza di sangue. Sapevo che stavano rallentando con intenzione poiché avevo abortito.”

Nel frattempo il dolore si faceva più intenso. “Continuavo a pensare ai miei figli. Il più grande appena dieci anni. Che gli succede se muoio?”

Ed Amelia aveva tute le ragioni per essere furiosa.

Un ostetrico che parla in condizione di anonimato osserva: “Ho vissuto molto spesso scene in cui il personale medico possa essere molto moralista nel trattare pazienti che hanno subito l’aborto.”

Il dottore, consulente della clinica ostetrica più grande di Manila, Dr. Jose Fabella Memorial Hospital, ammette che è molto comune sentire “affermazioni moraliste” da parte del personale sanitario quando parlano di gente che ha abortito.

“Li fanno sentire colpevoli del proprio ‘crimine’”.

Il dottor Alejandro San Pedro, direttore del dipartimento di ostetricia e ginecologia dell’ospedale di Bulacan, è d’accordo sul fatto che tali situazioni sono comuni.

“L’influenza della chiesa cattolica è profondamente nella mente di molti dottori da influenzare il modo di rapportarsi con i pazienti.” diceva. Il codice etico dell’associazione dei medici filippini è chiaro su quello che c’è da attendersi dai medici: fornire una cura medica competente con piena perizia professionale secondo gli standard di cura attuali, compassione, indipendenza e rispetto della dignità umana. In realtà molti dottori non soddisfano queste aspettative quando si tratta di pazienti che vivono complicazioni post abortive.

Flora, una madre sola di tre bambini di 23 anni, provò proprio questo quando si recò in una clinica privata per febbre alta, dolori forti allo stomaco, forti sanguinamenti in seguito all’assunzione di un medicinale che procura aborti.

“La sgridata venne prima del trattamento” ricorda Flora “Il dottore mi sgridò e mi disse che avevo commesso un grave peccato. Lei mi disse ‘puoi pure vivere e la tua anima già bruciare nell’inferno’”

L’unica cosa che Flora poteva far era di piangere.

Alcuni dottori spiegano di non sopportare di dover passare del tempo importante con un paziente che mente sulle proprie condizioni. “Lo ammetto che posso diventare impaziente” diceva Merlinda Montinola, del dipartimento ostetrico del Philippine Generale Hospital.

E’ frustrante quando un paziente continua a negare di aver avuto un aborto mentre tutti i suoi sintomi lo stanno ad indicare. “Vorresti sapere perché lo ha fatto in quanto i trattamenti per aborto indotto e spontaneo sono differenti. Quando qualunque spiegazione non fa dire al paziente la verità non riesci a controllare l’irritabilità e la freddezza.”

Questo stato d’animo può aggravarsi se il dottore è stanco per sovraccarico di lavoro, aggiunse la dottoressa.

Alcuni dottori ammettono di aver minacciato i pazienti di denuncia alla polizia proprio per farli smettere di mentire o di essere evasivi sulla loro condizione reale. Dicono comunque che si è trattato di minacce inutili che cercavano di far comprendere al paziente che quello che avevano fatto era solo rischioso ed illegale. La speranza è solo che queste minacce siano state sufficienti ad evitare un’altra storia del genere nel futuro.

Ci sono dottori che sentano di trovarsi nei pasticci quando trattano pazienti del genere a causa delle responsabilità legali che derivano dall’aborto indotto.

“Alcuni dottori credono di stare completando un aborto indotto e il fornire un trattamento post abortivo significhi che stanno commettendo un crimine” secondo Junice Melgar del Likhann Center for Women, un’organizzazione non governativa che promuove la salute e i diritti delle donne svantaggiate e delle loro comunità.

Melgar sostiene che queste paure siano prive di fondamento. “Il crimine è già accaduto e i dottori fanno il loro ruolo etico, quello di curare le complicazioni letali”. Comunque lo spettro di una possibile complicazione legale chiaramente influenza il modo in cui lavoratori della sanità e istituzioni affrontano casi di aborto.

In un forum di discussione su queste problematiche dedicato al personale medico, uno dei responsabili di una clinica ostetrica di una scuola medica rivelava che loro chiedevano alle guardie di sicurezza di mettere in lista i nomi dei pazienti, ricoverati con complicanze post abortive, nel brogliaccio della polizia. L’amministrazione che è localizzata di fronte al comando di polizia aveva l’impressione di dover fare questo. Curiosamente la polizia non è mai andata ad indagare.

Come l’avvocato della Associazione Engende Rights, Claire Padilla, che era allo stesso forum, diceva, la legge non è categorica nel richiedere ai dottori e agli ospedali di denunciare alle autorità le donne che avevano avuto aborti. Questa era la ragione perché la polizia non faceva azioni contro i pazienti con complicazioni post abortive.

Ci sono dottori anche che rifiutano di trattare pazienti con complicazioni post abortive perché pensano che questo sia contro i dettati della loro coscienza. Alcuni dottori che ammettono di rimandare indietro questi pazienti hanno ammesso a questo giornale di indicare altri dottori che avevano meno conflitti. In situazioni comunque in cui loro sono gli unici a poterlo fare, questi dottori dicono che, alla fine, curano i pazienti con i trattamenti opportuni. In tali situazioni quando sono forzati dalle circostanze a dover curare pazienti con postumi di aborto, comunque, il comportamento e l’attitudine di questi dottori verso i pazienti talvolta va contro il codice etico medico.

Gli ospedali in generale hanno meccanismi per cui i pazienti possono esporre le proprie lamentele se vivono un comportamento del personale inferiore a quello professionale, compreso dottori e infermiere. E’ una delle richieste per l’ accreditamento del sistema sanitario filippino. I pazienti con postumi di aborto comunque ignorano queste violazioni del loro diritto e preferiscono soffrire in silenzio.

Il Dottor San Pedro diceva che la formazione ha un ruolo cruciale nel cambiare il modo in cui il personale medico percepisce le donne che sottostanno ad un aborto. “Il personale sanitario deve imparare a rispettare le donne e i loro diritti alla scelta riproduttiva. Quando si ha a che fare con trattamenti e cura di complicazioni post abortive è pesante sull’aspetto biomedico. E’ tempo di dedicare a molta enfasi agli aspetti etici delle professioni mediche nel rispondere ai bisogni dei pazienti con complicazioni post abortive.”

Un ospedale in Davao, Mindanao, gestito da un gruppo protestante, fa questo da qualche tempo mediante il suo centro Per le Donne. Il Centro delle Donne di Brokenshires fa corsi di formazione per la popolazione, infermiere, ostetriche sull’etica e la qualità dei trattamenti con una sezione specifica per la cura dei postumi dell’aborto che comprende non solo discussioni di casi clinici ma anche delle relative pratiche etiche.

“Riconosciamo che anche se il nostro credo personale è contro l’aborto, non abbiamo il diritto di farlo riflettere sul nostro comportamento nei confronti del paziente.” sostiene Darlene Estuart direttore del progetto del Centro che vede l’importanza di interagire con i residenti su un lavoro non clinico e interagire con donne povere, donne che hanno subito violenze, prostitute, donne che sono una gran parte dei pazienti con postumi di aborto.

“Vivendo tutto questo, sapranno per esperienza diretta la lotta quotidiana di queste donne e quello che devono vivere nella loro vita. Nella speranza che, nell’incontrare poi qualcuna di loro come paziente, siano meno moralistiche, con più compassione e più rispettose nei loro confronti.”

ELENA MASILUNGAN
Newsbreak’s Maggie De Pano Fellow


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