FILIPPINE: Noynoy Aquino ad un anno dalla sua elezione

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L’Amministrazione di Benigno Simeon Aquino III, in breve Noynoy, è giunta alla Presidenza delle FIlippine dopo un’elezione che ha raccolto il 42% dei voti dando il via al nascere di grandi speranze di cambiamento, dopo nove anni di un’amministrazione della Macapagal Arroyo che ha ricordato molto da vicino gli anni del Dittatore Marcos.

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Nell’articolo che segue, a cura di PAUL HUTCHCROFT e apparso su Newsbreak.ph, si analizza il primo anno di Noynoy Aquino come Presidente e le prospettive politiche delle Filippine: le aspirazioni, gli impegni, le debolezze e ciò che va fatto per una politica di riforma.

I limiti delle buone intenzioni

Un anno fa, il 30 giugno del 2010, Benigno Simeon Aquino III, semplicemente Noynoy, è stato eletto Presidente delle Filippine. E’ giunto al potere con un senso della dignità che gli viene soprattutto dai suoi genitori.

Suo padre, Ninoy Aquino, fu assassinato sulla pista dell’aeroporto di Manila al suo ritorno nelle Filippine nell’agosto del 1983 per guidare l’opposizione contro il dittatore Ferdinando Marcos. Sua madre Corazon Cojuangco Aquino, Tita Cory, divenne l’icona di una Rivoluzione Gialla che incantò il mondo.

Spinta alla presidenza, nel febbraio 1986, con la caduta di Marcos nell’insurrezione del Potere Popolare, è rimasta una figura largamente rispettata nella politica filippina fino alla sua morte a causa di un cancro nell’agosto 2009.

Nel discorso inaugurale di Noynoy è proprio questo senso del destino ad apparire.

“Non potrò guardare in faccia i miei genitori e voi che mi avete portato fino qui, se non mantengo la promessa che ho fatto. I miei genitori non hanno cercato e non sono morti che per altro se non la democrazia e la pace. Sono felice di questa eredità. Porterò viva questa fiamma.”

Come ognuno della folla sapeva, quella fiamma non sarebbe ora nelle mani di Noynoy se non per l’eredità dei suoi genitori. Nessuno aveva preso in seria considerazione la sua candidatura alla presidenza fino alla morte di sua madre, quasi dodici mesi prima dell’inaugurazione, quando un torrente di dolore e di nostalgia lo spinse a concorrere alla fine fino al palazzo presidenziale, con il margine di voti più grande degli anni dopo Marcos. Quando il padre, all’età di cinquanta anni, fu assassinato, molti pensarono, con rammarico, a quello che avrebbe potuto fare se fosse vissuto ancora. Quando il figlio, a cinquanta anni, ha assunto la presidenza, dopo una non brillante carriera di legislatore, molti hanno pensato, pieni di speranza, che ci sono traguardi importanti davanti.

Ad un anno di distanza, i sondaggi registrano ancora una forte approvazione pubblica e un grande tasso di fiducia per il presidente che continua, così, a godere di un forte mandato per il cambiamento, generato in parte dai record di impopolarità del suo predecessore, Gloria Macapagal Arroyo. Mentre la Arroyo giunse ad essere vista come una manipolatrice cinica, intenta solo a rafforzare il proprio potere e ad arricchirsi ad ogni costo, Noynoy è percepito come un uomo di buone intenzioni che prova a fare la cosa giusta per la nazione.

Ma sono sufficienti le buone intenzioni? Il risultato del primo anno di Aquino è decisamente combattuto. Un nuovo stile di leadership ha cominciato a generare nuove speranze nella capacità della nazione di cominciare a risolvere i suoi grossi ed intricati problemi. Ma c’è anche un forte senso che i risultati attuali sono insufficienti per la grandezza delle sfide multiple dello stato. Marites Vitug, una giornalista famosa, l’ha forse meglio di tutti catturato in un articolo recente: “Soprattutto presidente, hai cambiato il tono della leadership. Ma quello dovrebbe essere solo l’inizio”.

Lo slogan della campagna elettorale che condusse alla vittoria decisiva di Noynoy era semplice e potente: “Se nessuno è corrotto, non ci saranno i poveri”.

Slogan potenti generano grandi speranze e sarebbe stato sorprendente se il presidente avesse cercato di mitigare le aspettative dopo la sua vittoria. Al contrario, ha proceduto portando l’asticella un po’ più su, per se stesso, nel giorno dell’Inaugurazione, quando ha proclamato una nuova era per la politica filippina:

“Non ci saranno più voltafaccia sulle promesse fatte durante la campagna elettorale … nessuna ricerca di influenza, né più politica di patrocinio, nessun furto, nessuna mazzetta. E’ tempo per lavorare tutti insieme.” Si ricorda questo discorso, più di ogni altra cosa, per la sua denuncia del wangwang, dei cortei di “auto a sirene spiegate di persone importanti che “amano sfoderare la loro posizione e potere su di voi”. Per quanto possa essere stato simbolico, questa promessa di abbandonare le distruttive processioni presidenziali è risuonato nel profondo di una popolazione che era chiaramente pronta al cambiamento. Come sua madre nel 1986 dichiarò la fine dell’incubo che era Marcos, suo figlio nel 2010 ha pronunciato “la fine di un regime indifferente agli appelli del popolo”.

Mettendosi al lavoro per tradurre le promesse della campagna elettorale in obiettivi concreti, il presidente ha nominato un gabinetto che include molte figure di sicuro valore, con una dedizione dimostrata alla riforma. Sono molte le figure della comunità economica e degli avvocati, ma altri vengono dai movimenti che chiedono un cambiamento sociale e nuove forme di politica. Il gruppo economico è guidato da Cesar Purissima, già capo di una impresa di gestione finanziaria, il cui compito include la pulizia delle notoriamente corrotte agenzie delle entrate e della dogana. Gli sforzi contro la povertà sono guidati dal segretario Dinky Soliman con radici nei gruppi della società civile. Sia Purissima che Soliman erano agli inizi dell’amministrazione Arroyo, ma si dimisero per protesta dopo la rivelazione dello scandalo elettorale del 2005. Ulteriore aiuto ai loro ministeri è dato dal segretario al bilancio Abad, una figura di primo piano del partito liberale di Aquino e già esperto uomo del congresso che, in precedenza, fu il segretario della riforma agraria della amministrazione di sua madre.

Quella amministrazione, che rimase al governo dal 1986 al 1992, è ricordata per la sua strana combinazione di purezza e sordidezza. La Aquino aveva una reputazione da incorruttibile, come se fosse una spanna al di sopra di tutti, ma sotto lei c’era una marea di persone del palazzo riconosciuti per i loro intrighi e i loro affari. Il più noto era il fratello, Jose Peping Cojuangco, che consolidò le fortune politiche dell’amministrazione per tutto l’arcipelago facendo compromessi con una vasta gamma di patroni locali, alcuni dei quali erano meno affini agli ideali della democrazia di People Power che aveva eletto La Signora Aquino alla presidenza.

Noynoy sembra aver imparato dagli aspetti negativi dell’amministrazione di sua madre, e non c’è prova di un ruolo poco morale delle sue quattro sorelle (persino la più giovane Kris Aquino, una stella del cinema molto famosa con anni di esperienza nel catturare i titoli dei giornali). Mentre sembra che non stia ripetendo i passati errori, il Palazzo di Noynoy ha cionondimeno mostrato più grossi problemi di altra natura. Ci sono almeno due primari centri di potere dentro l’amministrazione, e i giornali regolarmente parlano di chi domina all’interno di una particolare sfera di contesa politica. Il presidente non sembra mostrare grande desiderio di portare pace tra le fazioni, o se ne ha desiderio, i suoi sforzi sono stati quindi infruttuosi.

Queste divisioni sono visibili già nella campagna elettorale del 2010 quando molti sostenitori del presidente si mostrarono poco entusiasti del candidato alla vice presidenza, Manuel Mar Roxas. Entrambi erano della lista dei candidati del partito liberale e tutti e due con forti legami di famiglia nel partito risalenti agli anni del secondo dopoguerra. Il nonno di Roxas fu il primo presidente delle Filippine dal 1946 al 1948, mentre suo padre, Gerry Roxas, era compagno di partito di Ninoy negli anni precedenti alla dichiarazione della legge marziale, fatta da Marcos nel 1972. Il giovane Mar Roxas è stato infatti un candidato alla presidenza nelle passate elezioni, ma si mise da parte per fare spazio a Noynoy dopo la morte della Signora Aquino nel 2009, riconoscendogli così la potente spinta del sostegno popolare in favore del suo compagno di partito che era visto come colui che poteva reclamare il mantello della leadership, e ritagliando per sé la ricerca della seconda carica dello stato, la vice presidenza.

A causa del sistema elettorale filippino che permette di dare due preferenze separate per il presidente e il vicepresidente, il sostegno per Aquino non si è tradotto automaticamente nel sostegno per Roxas. La politica filippina è nota per le possibili divisioni nella lista elettorale al vertice, esacerbate ulteriormente dalla mancanza pronunciata di programmi politici coerenti dei partiti politici. Vari mesi prima delle elezioni di maggio, Mar Roxas era il favorito per la vice presidenza e godeva di un vantaggio sul suo secondo anche maggiore di quello che Noynoy godeva. Ma con l’avvicinarsi delle elezioni le differenze si assottigliarono in parte a causa di un movimento fortemente anti Roxas, guidato da due politici che avevano come mira la presidenza per le elezioni del 2016. L’anticipazione della competizione nel 2016 già influenzava le dinamiche elettorali del 2010, considerato che, sul piano costituzionale, il presidente del 2010 non potrebbe fare il vicepresidente nel 2016.

Un politico era Jejomar Binay, da tanto tempo sindaco del centro degli affari e alleato storico di Corazon Aquino. Nelle elezioni del 2010 era il candidato vice presidente insieme a Joseph Estrada, il candidato rivale di Aquino. Estrada era un attore famoso e fu eletto presidente nel 1998 per essere cacciato tre anni dopo dalla sollevazione popolare del secondo People Power nel 2001. Dopo l’incriminazione di saccheggio e aver passato qualche tempo in carcere, fu alla fine perdonato dalla Arroyo. Nel 2010 Estrada e Binay costituirono, per pura convenienza, la coppia per la presidenza, coppia che subito si divise. Lo scopo principale di Estrada era una corsa onorevole che lo avrebbe riabilitato insieme alle fortune politica della sua famiglia, finendo secondo con il 26 % dei voti contro Noynoy al primo posto col 42%. Lo scopo di Binay coincideva con quello di Roxas: una vicepresidenza che lo poteva spingere verso la presidenza nel 2016. Dati i forti legami con Corazon molti sostenitori di Noynoy furono inclini a dare a Binay il loro sostegno, cosa che incoraggiò i fidati sostenitori di Binay a rompere e votare per Noynoy.

Binay raggiunse di tanto Roxas da sconfiggerlo e le tensioni tra i due rivali rimangono ancora forti. Roxas alla fine di giugno 2011 passerà dal suo ruolo di consigliere presidenziale ad un ruolo di alto profilo come ministro dei trasporti e telecomunicazioni. Binay attualmente guida Il Consiglio di coordinamento delle case e dello sviluppo urbano, e di recente ha ottenuto un sostegno pubblico persino superiore a quello del presidente.

La divisione della campagna elettorale continua come una rottura importante nell’amministrazione Aquino, ma sarebbe una semplificazione grossolana prendere le dinamiche del palazzo attraverso una semplice divisione binaria. Le divisioni politiche nelle Filippine sono sempre cangianti, mettono insieme vecchi rivali e dividendo vecchi alleati in un continuo processo di allineamento e riallineamento, del tutto interamente differenziati dalle posizioni politiche o dai programmi. La politica filippina è notoriamente personalistica, e spesso l’attuale presidente è stato criticato nella stampa per gli incarichi grandi che sembrano fortemente influenzati da legami personali. Sia nel Palazzo che nei corpi principali dello stato, secondo i suoi critici, si possono trovare una vasta serie di amici, di compagni di classe e amici di gioco (Noynoy è un appassionato di armi). Un suo sottosegretario agli interni si dice sia un appassionato di armi come lui che possiede una catena di negozi di armi, e il comportamento di un altro suo amico, il capo dell’ Ufficio dei Trasporti di Terra, è stato di recente la fonte di altre controversie.

In breve l’amministrazione di Noynoy non è facile da caratterizzare. Da un lato ci sono davvero molte persone capaci nel governo intente ad implementare misure di riforma importanti nei loro rispettivi dipartimenti. All’interno del Palazzo, d’altro canto, c’è una profonda divisione dei campi che hanno un mutuo sdegno che ha radici nella campagna elettorale. Questo si interseca con una svariata serie di rivalità politiche, sempre in evoluzione dentro una rete di legami personalistici che frequentemente conducono direttamente al presidente. Si può avere il senso, in questo studio di contrasti, che la supervisione presidenziale non è particolarmente attenta o costante. Sia che i segretari di gabinetto stiano facendo un buon o cattivo lavoro, sembra comunque che stiano conducendo il proprio spettacolo.

I rapporti tra il Palazzo e la Camera dei deputati è un po’ più diretto. Benché il partito liberale e i suoi alleati avessero solo una piccola minoranza di seggi, hanno acquistato subito una maggioranza attraverso la pratica filippina sempre onorata di “voltagabbana”. Un politico anziano di un altro partito è stato scelto come presidente con la certezza che avrebbe aiutato a costruire una maggioranza a favore dei liberali. Guidati dai vantaggi dell’essere vicini all’amministrazione, e quindi alle risorse del patrocinio da dispensare, i membri del congresso hanno cambiato a dozzine partito. Così il partito liberale può vantare ora una maggioranza benché molti dei membri ora nella maggioranza per pura convenienza. Sono legati non dai programmi o dalle politiche quanto dal patrocinio e dal denaro da gestire. In Senato, dove solo venti quattro membri sono eletti in una circoscrizione nazionale e quindi ritenuti di più alta statura individuale, mettere insieme una maggioranza è cosa molto più tediosa e costosa. Con qualche notevole espediente, comunque, la amministrazione è riuscita a sviluppare accordi che lavorano.

Con degli slogan da campagna elettorale focalizzati sulla corruzione e la povertà, l’amministrazione può essere giudicata equamente su questi due campi (mettendo da parte la grande domanda se la lotta alla corruzione è davvero il mezzo ottimale per ridurre la povertà). Il quadro e ancora una volta ambiguo.

Alcune misure iniziali per tagliare la corruzione nelle agenzie importanti, specie nel settore delle tasse, deve ancora portare dei frutti. Nel frattempo gli scandali più grossi di corruzione tra i militari suggeriscono che il marcio potrebbe diffondersi più che recedere. Le più importanti misure, senza sorpresa, sono stati gli sforzi della corrente amministrazione di svelare quelli che sono giudicati i comportamenti più corrotti della precedente amministrazione. I sostenitori di Aquino erano giubilanti quando a maggio la presidente del Ombudsman, nominata dalla Arroyo, si è dimessa, percepita largamente come l’ostacolo più grande per portare le cifre della amministrazione Arroyo sotto scrutinio giudiziario. La sua partenza giunse dopo un voto nel parlamento a larghissima maggioranza per il suo impeachment con la prospettiva di un processo di impeachment anche al Senato.

I critici comunque puntano il dito alla mancanza di casi di corruzione lanciati contro le grandi figure dell’amministrazione Arroyo. La Arroyo ora è membro del Parlamento e può godere ancora il sostegno della Corte Suprema che ha nominato quasi del tutto lei. Più tempo ci vuole per portare avanti le indagini contro la famiglia Arroyo più le critiche si faranno forti. Ma non sarà una cosa facile incriminar la passata amministrazione non solo per le attuali influenze quanto per come è andato nel passato. Basti pensare che dopo venticinque anni della cacciata della cleptocrazia di Marcos, la sua famiglia e i suoi amici finanzieri non solo sono liberi ma prosperano, mentre la moglie Imelda è nel Parlamento, suo figlio è al Senato ed una figlia è governatrice della provincia di provenienza.

Con le misure anti povertà che faticano a tenere il passo col crescere rapido della popolazione, la povertà diffusa rimane tra le sfide più grandi che le Filippine hanno davanti. Mentre non esiste un consenso sulla riforma fondiaria o sui grandi tempi della riforma della proprietà, considerato che la famiglia del presidente detiene una gigantesca proprietà terriera a Luzon, la amministrazione ha promesso di aumentare le entrate e la spesa dello stato su istruzione e servizi sanitari per i poveri. L’attenzione si è rivolta essenzialmente su una espansione drammatica del programma di “conditional cash transfer program” con cui si danno finanziamenti in contante a famiglie estremamente povere se queste garantiscono certe condizioni, come il mandare i figli a scuola. L’amministrazione ha dato il suo sostegno ad una legge della salute riproduttiva che permetterebbe un accesso dei poveri al controllo artificiale delle nascite. Benché la legge abbia conquistato un incredibile sostegno pubblico come attestato da varie indagini, l’opposizione della chiesa cattolica sarà il più grande ostacolo al suo passaggio.

Altrettanto importanti per il futuro delle Filippine, ce ne sono solo altre due profonde preoccupazioni principali. Una mancanza di opportunità di lavoro incoraggia dieci milioni di filippini a dirigersi all’estero in cerca di lavoro, e a sua volta l’economia è in toto dipendente dalle rimesse degli emigrati che portano ogni anno nelle isole 18 miliardi di dollari. La qualità dell’istruzione pubblica è scesa notevolmente negli ultimi anni. Come messo in luce dall’assassinio degli otto turisti cinesi nell’agosto del 2010 durante un’operazione di polizia andata a male contro un sequestro di un bus cinese, la polizia è male addestrata. Il degrado ambientale è stato massiccio e la nazione va incontro a grandi rischi che nascono dai cambiamenti climatici, cose che mettono in luce la antica vulnerabilità della nazione ai disastri naturali. Il conflitto secessionista a Mindanao dura da quattro decenni e ancora irrisolto da quello che è conosciuto come un processo di pace permanente. Una simile insorgenza comunista di lunga data continua ad essere alimentato dalle profonde disparità socioeconomiche. E il governo centrale resta incapace di esercitare un controllo centrale effettivo sul territorio nazionale, particolarmente dove i patronati locali mantengono le loro armate private, le più famose delle quali sono quelle della famiglia Ampatuan a Maguindanao, attualmente sotto processo per il massacro di 57 persone nel novembre 2009.

Al contempo le Filippine si trovano davanti a crescenti sfide di sicurezza in un ambiente regionale estremamente volatile. Ancora una volta stanno montando tensioni nel Mare della Cina Meridionale dove più nazioni hanno richieste territoriali che si sovrappongono. Mentre la Cina mostra i suoi muscoli, le Filippine manda in mare una nave del secondo conflitto mondiale per delle esercitazioni navali congiunte con gli Stati Uniti.

Nel divenire presidente Noynoy ha promesso un nuovo stile di leadeship. “Il primo passaggio è di avere leader che siano etici, onesti e veri pubblici servitori.” Non solo disse che sarebbe stato lui stesso un esempio ma ha anche promesso di mantenere lo stesso standard per quelli che avrebbero preso parte al suo governo.

Mentre si è avuto un notevole cambiamento nelle intenzioni e molti sono di alta statura, i cambiamenti finora sono stati drammaticamente compromessi dalle sfide che la nazione continua a incontrare. Ai livelli più semplici, sembra mancare una forte direzione strategica per guidare la amministrazione come unico corpo, anche se molti ministri individualmente sembrano portare avanti obiettivi chiari nelle loro specifiche aree di responsabilità. C’è apparentemente poco sforzo di ricucire le differenze profonde nell’amministrazione che sono ulteriormente complicate da un denso dedalo di legami personali che a volte sono direttamente connesse al presidente.

Più essenzialmente, come il presidente stesso ha riconosciuto, un cambio nello stile è solo un primo passo.

Un elemento essenziale del successo a lungo termine sarà uno sforzo concertato di riformare le sempre più accerchiate istituzioni filippine. Mentre il presidente parlava con passione nel suo messaggio inaugurale del bisogno di un nuovo tipo di leader, non ragionava su alcuna visione di cambio istituzionale che richiederà uno sforzo difficile e prolungato, se si considera la cronica debolezza delle istituzioni fondamentali ereditate dal regime coloniale americano come dal carattere fondamentalmente personalistico della politica.

Ma se si vuol cogliere la sfida è uno sforo che deve essere fatto. Il presidente ha bisogno di una burocrazia efficiente, qualcosa che uno dei suoi predecessori, Fidel Ramos, riconobbe quando, apertamente, durante la sua presidenza negli anni 90, affermò che la burocrazia è l’anello debole nello sviluppo delle Filippine.

Ed il presidente ha bisogno di un partito efficace, coerente e ben istituzionalizzato se deve sostenere i suoi piani ambiziosi negli anni a venire. La costruzione di simili partiti ha ricevuto finora poca attenzione da uno qualunque dei suoi predecessori al Palazzo.

Guardando in avanti, possiamo anticipare alcune sfide di governo che montano. Ci sono molte ragioni perché accadano, ma un po’ di attenzione alla crescita della popolazione è sufficiente a rendere il punto.

Trenta anni fa, quando Noynoy e la sua famiglia erano esiliati a Boston, la popolazione filippina era di quarantotto milioni. Ora si stima che i filippini siano novantacinque milioni, mentre nei prossimi tre decenni la stima è cento quaranta milioni. Con la crescita della nazione e della complessità dei suoi problemi un’attenzione sulla sola leadership è tristemente insufficiente. Per avere successo e se se l’impegno deve andare ben oltre l’attuale amministrazione, un nuovo stile più pulito di leadership ha bisogno di accompagnarsi con un’azione concertata per riformare le istituzioni chiave della nazione.

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