Filippine, la prossima tigre economica?

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Negli ultimi anni le Filippine sono emerse come una delle economie al mondo a più rapida crescita rivaleggiando in modo impressionante con tassi di crescita degli altri paesi asiatici come la Cina. Sotto la guida dell’amministrazione Aquino, le Filippine hanno presieduto su un periodo di buoni dati macroeconomici e di stabilità politica che a sua volta ha fatto rivivere la fiducia del mondo degli affari nazionale e internazionale.

Per la prima volta nella sua storia le Filippine sono riuscite a guadagnarsi lo status di “Grado di investimento” dalle agenzie principali al mondo nel 2013. E più recentemente il servizio di rating di  Standard & Poor’s hanno migliorato il giudizio sul credito di un punto sopra il grado di investimento. In teoria questo aiuta le Filippine ad attrarre un investimento estero maggiore ed avere un accesso migliorato al credito internazionale per i progetti di sviluppo domestico. Le Filippine hanno migliorato significativamente tutti i giudizi negli indici maggiori economici di competitività e apertura.

In un paese conosciuto per la sua scena politica caotica e per dei media ipercritici, il presidente Aquino ha mantenuto in modo impressionante un alto tasso di approvazione tra i cittadini che sono giunti a dare credito a lui per la rinnovata confidenza e dinamismo del paese negli ultimi anni. Il paese ha ospitato il World economic Forum sull’Asia Orientale che ha messo insieme politici importanti, uomini di affari e giornalisti di tutto il mondo.

L’evento è stato utile per i capi filippini a sottolineare la resilienza del loro paese nella prolungata stagnazione ecnomica dell’occidente e i tassi di crescita in declinotra i mercati guida emergenti come Brasile, Russia, Turchia e India. L’amministrazione Aquino ha mostrato in trionfo le proprie recenti conquiste, che vanno dalle immense riserve di moneta estera e il debito in declino, alla moderata inflazione e tassi d’interesse che sottolineano il boom economico recente, per attrarre un maggiore Investimento estero diretto FDI verso le Filippine.

Comunque si si dà uno sguardo più accurato al profilo economico del paese si ha un quadro meno grande per cui pochi grandi conglomerati e famiglie influenti si sono ingoiati tanta della ricchezza creata di recente, mentre povertà e sottoccupazione sono migliorate di pochissimo. Per quanto riguarda il governo filippino, c’è anche una significativa assenza di regolazione efficace che spiega, tra l’altro, perché il paese ha un’infrastruttura sottosviluppata ed uno dei più costosi servizi pubblici al mondo, i due principali impedimenti al FDI.

In modo convenzionale si dà credito alle iniziative del  “buon governo” dell’amministrazione Aquino per aver acceso il ritorno economico recente del paese. Diversamente dai suoi predecessori di recente memoria, il presidente Aquino ha fatto campagna scrupolosamente per porre fine al vecchio problema del paese della corruzione che ha eroso la fiducia pubblica nelle istituzioni statali e minato i servizi pubblici del paese.

tigre economicaCon l’intento di eliminare la corruzione l’amministrazione Aquino ha optato per la decisione rischiosa di sfidare una degli elementi più potenti del paese  compreso i senatori importanti nella legislatura filippina. Finora, il governo deve ancora condannare una figura politica maggiore per corruzione e abuso di fiducia pubblica. E le attuali indagini sono andate a finire con accuse presunte di corruzione contro alleati importanti di Aquino. Ber farla breve, il governo si trova in un pantano politico.

Ci sono altri modi per spiegare il recente boom delle Filippine. Negli anni 2000 l’amministrazione Arroyo intraprese una serie di riforme macroeconomiche per stabilizzare le finanze dello stato, moderare i tassi di interesse e calmar l’inflazione. Le rifomre erano in parte un risultato della pressione crescente di attori esterni, Wahington specialmente, che erano preoccupati delle condizioni economiche fragili del paese. Data la mancanza di legittimazione politica dell’amministrazione Arroyo, che ispirò numerose proteste da parte dell’opposizione e dei cittadini gli USA temevano la prospettiva di un crollo politico nel paese che era un alleato importante nella “guerra al terrore” di allora.

La recessione del 2007 2008 comunque minò la capacità del paese a sostenere tassi di crescita superiori alla media. Grazie al flusso continuo di sofferte rimesse di emigrati di milioni di filippini all’estero e agli investimenti di  Business Process Outsourcing le Filippine poterono resistere agli sciok economici esterni meglio dei suoi vicini. E questo creò un circolo viruoso di consumo domestico robusto che permise l’espansione sostenuta del settore dei servizi. La guida sincera e la stabilità relativa dell’amministrazione Aquino migliorarono la fiducia degli affari nel paese.

Poi una salita di alleggerimento quantitativi nell’occidente incoraggiò un influsso massiccio di capitali esteri nei mercati emergenti come le Filippine che offriva prospettive sempre più attraenti nel mezzo del rallentamento tra i paesi in via di sviluppo guida come India, Brasile e Russia. Il boom economico filippino fu il prodotto di una dinamica sinergica tra vari attori interni ed esterni.

Il problema comunque è che il boom economico filippino è tutt’altro che inclusivo. La nuova ricchezza nel paese non si ripercuoto affatto verso quelli che ne hanno più bisogno. Non è affatto una peculiarità delle Filippine dal momento che i mercati emergenti soffrono di una simile dinamica. Nel decennio scorso povertà e tassi di sottoccupazione sono restati inelastici. L’amministrazione Aquino ha provato ad affrontare questa questione rivedendo le condizioni del mercato del lavoro come pure i progetti di Trasferimento di Cassa Condizionale (CCT) che danno sostegno finanziario alle famiglie indigenti in cambio di frequenza regolar a scuola e miglior monitoraggio della salute per i figli.

Ma la ragione dietro l’incapacità del paese a creare una crescita inclusiva è largamente strutturale. L’errore comune tra tanti paesi in via di sviluppo è il credo errato che possono creare sviluppo sostenibile senza passare un periodo di robusta industrializzazione ed una riforma agraria genuina.

I paesi guida industrializzati in Asia, cioè Giappone, Corea Del Sud, Taiwan, che erano conosciute come le tigri asiatiche, poterono sostenere decenni di crescita economica a rotta di collo proprio perché avevano politiche in favore dell’industria che fornivano lavori a larga scala e ben pagati alla maggioranza della popolazione nei settori di punta della manifattura. Progetti di riforma agraria efficaci, nel frattempo, crearono un settore agricolo dinamico che assicurò una distribuzione delle entrate più egalitaria e fornì meccanismi di sostegno ai centri urbani. Il prodotto fu una classe media forte che servì come fondamento delle democrazie industriali di successo.

Nel caso delle Filippine dominano l’economia i servizi di media e breve fine che beneficiano il settoe delle costruzioni speculativo e di consumo e conglomerati del dettaglio. Nel frattempo i settori manifatturieri e agricoli hanno sofferto della mancanza della riforma terriera e asseza di una politica industriale.

Il prodotto è una delle società più ineguali in Asia dove circa 40 famiglie controllano fino al 76% dell’economia nazionale. Agenzie di controllo deboli insieme ad una privatizzazione aggressiva dei settori strategici come l’elettricità hanno creato costi dei servizi proibitivi che hanno scoraggiato investimenti nuovi da parte delle grandi multinazionali. Scandali di corruzione e incertezza regolatoria legale hanno minato nel frattempo gli sforzi dell’amministrazione Aquino di finalizzare anche un singolo tratto del progetto di infrastruttura.
Complessivamente quello che è sempre più chiaro è che le Filippine sono riuscite a diventare un’economia in rapida crescita. Ma per ottenere uno sviluppo sostenibile avrà bisogno di un’amministrazione politica che si accentri sul governo effettivo e sul miglioramento delle capacità regolatorie e di politiche di sciluppo dello stato specialmente rispetto alla manifattura e alla riforma della terra.

Richard Javad Heydarian  da ALJAZEERA

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