Crescita demografica sviluppo e conflitti sociali nelle Filippine

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In un articolo apparso su Inquirer a cura di Walden Bello, deputato della lista di sinistra Akbayan, si discute del rapporto tra crescita demografica incontrollata, sviluppo economico e crescita del PIL, conflitti umani e degrado ambientale.

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A partire dalla domanda primaria delle ragioni che hanno tenuto le Filippine lontane dallo sviluppo economico thailandese, Indonesiano e Vietnamita, l’autore sviluppa le conseguenze di una crescita incontrollata della popolazione: l’emigrazione interna con la creazione della grande Metro Manila e dei problemi ambientali che essa pone, l’emigrazione verso la “terra vergine” di Mindanao di coloni cristiani, i conflitti umani sulla terra, le risorse e la cultura nella stessa Mindano che hanno portato, insieme alla ingiustizia economica e alla corruzione, alla richiesta di indipendenza o di autonomia della popolazione Bangsa Moro con un conflitto armato che dura dagli anni 70. Di qui la necessità di approvare la legge di salute della riproduzione che pone il problema del controllo della popolazione e della contraccezione, legge fortemente ostacolata dai vescovi e dalla chiesa cattolica.

Un Ruanda nel Pacifico? di Walden Bello

Le Filippine quattro decenni fa, al pari dei suoi vicini, erano soffocate da un alto tasso di povertà e affrontavano la loro stessa sfida di vincere il sottosviluppo. Oggi il Vietnam, Indonesia e Thailandia hanno ridotto drasticamente la povertà e possiedono delle economie vigorose. Di contro, più del 26% della popolazione filippina è costretta in uno stato di povertà e l’economia langue in uno stato di sottosviluppo. Come spiegare questa differenza?

La politica economica? Difficilmente, dal momento che le quattro nazioni hanno seguito le strategie di un’economia volta alle esportazioni nei quattro decenni. Aggiustamenti strutturali? Certo che no, dal momento che le quattro economie erano soggette allo stesso tipo di riforme orientate verso il mercato, benché si possa discutere se l’aggiustamento sia stato più lieve nei nostri vicini che nella nostra nazione.

La finanza e la redistribuzione delle entrate? No, dal momento che, come nelle Filippine, anche in Thailandia ed Indonesia programmi finanziari di stato e di ridistribuzione del reddito erano deboli se non inesistenti.

La Corruzione? Tutte e quattro le nazioni sono state segnate da alti livelli di corruzione con l’Indonesia che si piazzava sempre ai primi posti nelle statistiche di ogni anno.

C’è di fatto un tratto molto distintivo che separa le Filippine dai suoi vicini: diversamente dalla nostra nazione, Vietnam, Indonesia e Thailandia hanno gestito la crescita demografica attraverso efficaci programmi di pianificazione familiare sponsorizzati dallo stato. E mentre una pianificazione familiare efficace non è tutto, economisti e studiosi di demografia sono d’accordo sul fatto che sia un elemento essenziale nel discorso dell’avanzamento economico nelle economie dei nostri vicini.

Si potrebbe paragonare la nostra nazione ad un aereo di linea sovraccarico che prova con forza a decollare, ma riesce a distaccarsi appena di qualche centimetro dal suolo mentre si avvicina veloce alla fine della pista.

Il PIL delle Filippine è cresciuto di appena il 4,5% nell’ultimo decennio. Con una crescita annua della popolazione del 2,2% il tasso di crescita medio annuo del PIL pro capite è solo del 2,3%.

Questo valore era semplicemente troppo basso per poter fare la differenza in termini di contenimento della povertà. Infatti mentre Indonesia, Vietnam e Thailandia hanno raggiunto, prima del previsto, il proprio Obiettivo di Sviluppo Nel Millennio (MDG) di dimezzare il numero di persone che vivono in povertà per il 2015, le Filippine lo mancheranno quasi sicuramente. E con una porzione così alta del PIL destinata ai consumi piuttosto che agli investimenti, in grossa parte dovuta all’alto tasso di crescita demografica, non c’era una possibilità che la nazione sarebbe stata capace di raggiungere, in questa decade, il tasso di crescita del 6-8% annuo del PIL che gli economisti ritengono necessario per lanciare la nazione in una crescita sostenuta.

La sfida è enorme. Anche se il tasso di fertilità dovesse essere abbattuto al livello di rimpiazzo di due nascite per ogni donna in età riproduttiva, a causa del momento della popolazione cioè della tendenza di una popolazione a crescere nonostante un rapido declino in fertilità a causa di un simultaneo declino delle morti, le Filippine probabilmente non vedranno la stabilizzazione della propria popolazione se non verso la fine del secolo. Se la nazione avesse conseguito la fertilità a livello di rimpiazzo nel 2010, la popolazione avrebbe ancora continuato a crescere per raggiungere la popolazione di 150 milioni nel 2060, dopo di che si sarebbe stabilizzata. Se lo si raggiungesse nel 2030, che secondo gli studiosi di demografia sembra più realistico, la popolazione si stabilizzerebbe a 2200 milioni nel 2080.

Con uno scenario ancora meno ottimistico di fertilità a livello di rimpiazzo raggiunto dopo, verso il 2050, la popolazione si stabilizzerebbe ad un valore superiore a 250 milioni verso la fine del secolo.

Le cifre sono preoccupanti dal momento che una popolazione di 200 o 250 milioni sarebbe un peso incredibile per la capacità di carico della nazione o il numero di persone che una regione può tenere senza una degradazione significativa ambientale. Quando la capacità di carico è superata dalla crescita demografica, si sviluppa una crisi ambientale che evolve in molte direzioni.

Al di là delle capacità di carico?

Non esiste una misura sicura delle capacità di carico di una nazione. Comunque ci sono forti indicazioni che le Filippine a metà degli anni 80 era o vicina o si è spinta al di là delle sue capacità di carico, quando la popolazione toccava i 55 milioni. Con una provincia incapace di sostenere una popolazione in rapida espansione, è cresciua l’emigrazione verso le aree urbane, specie a Metro Manila. E con un’espansione incontrollata delle baraccopoli, le vie d’acqua si sono fatte intralciate e inquinate, col fiume Pasig vicino alla morte biologica e il lago di Laguna in un declino ecologico irreversibile verso la metà degli anni 90. L’acqua è diventata una risorsa sempre più scarsa con lo stress ecologico crescente, con il 58% delle acque sotterranee inquinate da rifiuti umani, industriali e tossici dalla fine del secolo.

Ma ci sono due fenomeni nuovi con gli spostamenti della popolazione che cominciarono negli anni 70 e 80. Un importante studio di Robert Repetto e Wilfredo Cruz ha mostrato che, prima di quel periodo, la direzione della migrazione interna era stata dalle aree rurali depresse alle città. Da allora, comunque, la migrazione interna si è spinta anche nelle aree di montagna, foreste ad accesso aperto e centri di pesca piccoli. La deforestazione accelerò con la nazione che perdeva, fino al 2005, un terzo della sua copertura a foresta già molto ridotta di circa 10 milioni di ettari nel 1990. Le Filippine ora ha il tratto distintivo di avere il terzo tasso al mondo di deforestazione dopo Honduras e Nigeria.

Il nuovo secondo tratto dei movimenti di popolazione alla fine degli anni 70 fu il massiccio esodo dei filippini per lavorare in climi stranieri. Il programma di esportazione della manodopera era in origine, quando fu istituito nel 1975, una piccola cosa che coinvolgeva 50 mila lavoratori. Ma col fattore di una crescita illimitata della popolazione, si ingigantì presto per divenire il principale ammortizzatore del surplus di lavoro con 6,3 milioni di filippini impiegati all’estero dal 1984 al 1995. Per il 2011, con circa 8 milioni di lavoratori stimati all’estero, le Filippine sono diventate la seconda nazione al mondo per esportazione di manodopera con le rimesse dall’estero che diventano il fattore chiave di sopravvivenza per milioni di famiglie e utili come perno di una economia danneggiata da una combinazione di politiche economiche sbagliate, una crescita illimitata della popolazione e una crisi ecologica permanente.

Crescita demografica e conflitto sociale

La correlazione tra popolazione e conflitto è qualcosa che molti di noi provano fortemente a non riconoscere. E’ tuttavia una minaccia che si affaccia in nazioni che non sono riuscite a gestire la crescita demografica come le Filippine. Prendiamo il Ruanda. Il genocidio che ebbe luogo nel 1994 è stato uno dei più tragici eventi dei nostri tempi. La spiegazione comune è che fu causata da un conflitto etnico tra Hutus e Tutsi. Il famoso ambientalista Jared Diamond, nel suo studio attento del genocidio del Ruanda, rivela che in molti casi gli Hutus erano stati anche vittima della violenza Hutu. Uno dei principali fattori dietro il genocidio, sostiene Diamond, era la pressione demografica, notando come anche nei ruandesi, si parlava di “come sia necessaria una guerra per ripulire di un eccesso di popolazione e riportarsi in ordine con le risorse della terra”. Jared non è un malthussiano ma conclude…

“La pressione della popolazione fu uno dei fattori importanti dietro il genocidio del Ruanda che il peggior scenario può talvolta realizzarsi, e che il Ruanda potrebbe essere un modello angosciante di quello scenario in opera. Grandi problemi di sovrappopolazione, impatti ambientali e cambi climatici non possono continuare per sempre: presto o tardi è probabile che si risolvono da sé sia come successo nel Ruanda sia in altre modi difficili da prevedere, se non riusciamo a risolverli mediante il nostro agire.”

Il Ruanda potrebbe essere un caso estremo. Ma non abbiamo avuto dinamiche simili di conflitto legati alla pressione demografica nelle Filippine? Agli inizi degli anni 50 ci sono state emigrazioni favorite dallo stato e migrazioni spontanee dalle zone popolose di Luzon e Visaya verso la meno popolosa Mindanao, conosciuta in quegli anni come “la terra vergine”. Queste migrazioni intensificarono i conflitti per la terra e il territorio, con le popolazioni musulmane ed indigene messe ai margini nelle proprie terre da insediamenti cristiani e diventate minoranza nella propria patria.

Un indicatore importante dell’acutezza della crisi demografica fu lo scoppio della ribellione Moro dagli anni 70 in poi, con la loro richiesta comprensibile di una patria indipendente o autonoma per la gente Bangsa Moro per fermare il massiccio esproprio di migliaia di coloni poveri non musulmani nelle loro terre ancestrali. Nei decenni dal 19802 al 2000 il picco dei conflitti sociali a Mindanao, Mindanao meridionale e centrale, e l’area ora coperta dalla Regione Autonoma di Mindanao Musulmana (ARMM) consistentemente registrava tassi di crescita di popolazione molto più alti della media nazionale. Dal 2000 al 2007 il tasso di crescita demografica media per ARMM era del 5,4 % con una media nazionale del 2,04, il più alto della nazione.

Come Diamond nel caso ruandese, non crediamo che la pressione demografica sia stato il solo fattore nella crisi profonda a Mindanao che scoppiò negli anni 70 per continuare fino ad oggi. Senza dubbio ineguaglianza, religione e cultura hanno giocato il loro ruolo. Ma se guardiamo alle cifre, non si può non concludere che una crescita senza limiti della popolazione è stato un fattore grande nei conflitti nelle Filippine meridionali.

Non si può mancare di notare anche che c’è un altro elemento comune alle due nazioni: il cattolicesimo è la religione della maggioranza in entrambe le nazioni. Non è questo il luogo per uno studio comparativo delle relazioni tra crescita demografica, religione e conflitti sociali in Ruanda e Filippine.

Per concludere, sono passati una dozzina di anni da quando la legge di salute della riproduzione fu introdotta nel Parlamento. Sin dal suo primo dibattito, la popolazione è cresciuta dal 75 milioni a 94 milioni. L’azione di retroguardia da terra bruciata della gerarchia della chiesa cattolica contro la razionalità e la responsabilità collettiva ha sfortunatamente condannato milioni di quei bambini della nostra nazione negli ultimi dodici anni a una povertà stridente e ad una esistenza precaria. Ma ora abbiamo l’opportunità di rompere col passato e disegnare un futuro diverso. Davvero no ci sono scelte se non di far approvare la legge ora dal momento che il 2011 può essere l’ultima opportunità per la nostra terra di acquisire quella spinta che le permetterebbe di staccare l’ombra da terra sulla pista e innalzarsi verso il cielo.

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