I guanti medicali per la pandemia e lo sporco lavoro degli emigrati

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Il mondo dipende dalla Malesia nella lotta contro il COVID-19: era quanto scriveva l’ambasciata USA in Malesia nel descrivere come il 65% dei guanti medicali usati nel mondo siano prodotti nella penisola malese.

In modo analogo si espresse l’ambasciatore della UE in Malesia quando invitò i produttori malesi a diventare creativi per assicurare di riuscire a soddisfare la richiesta urgente dei paesi europei di guanti medicali.

Anche il servizio sanitario britannico NHS spendeva 88 milioni di euro in guanti di caucciù nel 2018, acquistati per lo più dalla Malesia, mentre a marzo il governo britannico comprava quasi 89 milioni di guanti della Supermax, il braccio europeo della ditta malese.

Gli USA da poco avevano sollevato le sanzioni di sanzioni di sei mesi sui produttori malesi di guanti per essere sospettati di usare lavoro costretto, di maltrattamento dei lavoratori in seguito a lavoro forzato, legami di debito, confisca dei passaporti ed altri abusi.

A gennaio scorso il grande produttore malese WRP riuscì ad ottenere finanziamenti dopo una riunione di azionisti ed immissione di fondi dal TAEL Partner, tre mesi dopo che le importazioni di WRP in USA erano state vietate per il sospetto di usare lavoro forzato.

A gennaio 2019, 2000 lavoratori nepalesi della WRP fecero uno sciopero di tre giorni per mancanza di salario. Le indagini del governo diedero ragione ai lavoratori ma anche ora molti lavoratori del Bangladesh avrebbero ancora problemi di crisi alimentare per i mancati salari.

In Malesia ci sono 1,7 milioni di ettari di piantagioni di caucciù sia di piccoli proprietari che di latifondisti con i quali la Malesia produce il 20% del caucciù. La Malesia è il maggior esportatore di di gomma naturale e guanti medicali, cateteri, preservativi e filati in latex.

Se prima della pandemia i maggiori ordini provenivano da Cina, Hong Kong e Corea, ora sono Europa e USA a padroneggiare.

La domanda globale di guanti del 2019 era di 290 miliardi di pezzi dei quali 187 erano prodotti in Malesia, mentre le entrate erano di 3,95 miliardi. Nel 2020 la previsione è che la produzione malese potrebbe fornire fino a 240 miliardi di pezzi con una crescita del 3% con un controllo del 65% della produzione mondiale.

Il militante dei diritti della migrazione Andy Hall dice a DW:

“é cambiato poco per i circa trentamila lavoratori della migrazione che producono guanti. La maggioranza dei guanti usati in Germania e nel mondo naturalmente vengono dalla Malesia e il lavoro forzato abbonda ancora nelle imprese di produzione”

L’economia malese da tempo si basa sul lavoro degli emigrati di paesi più poveri come Nepal, Bangladesh, Indonesia e Myanmar, che nel paese raggiungono circa i 4 milioni di emigranti.

Le rimesse degli emigrati del 2018 fu 10 miliardi di US$ e la crescita delle rimesse nel decennio dal 2006 al 2016 sono cresciute del 500%, secondo la Banca Mondiale.

La maggioranza dei lavoratori della migrazione nel settore del caucciù devono pagare per poter lavorare cifre anche di 4500 Euro rimanendo così indebitati e intrappolati. Lavoratori del Bangladesh dicono di aver pagato da 400 a 4700 US$ ai reclutatori nei loro paesi di provenienza, mentre i nepalesi da 1200 a 1400 US$. La paga mensile malese è 265US$.

I migranti spesso ottengono prestiti esosi per pagare gli agenti che li reclutano.

“Il lavoro forzato è un rischio reale per i migranti dei paesi più poveri che fanno un debito sostanzioso per avere un lavoro all’estero, molto spesso su promesse false dei reclutatori” dice Urmila Bhoola” inviato speciale ONU sulla Schiavitù contemporanea. “Diventano ancora più alla mercé dei datori di lavoro i quali sanno che i lavoratori pagano somme che valgono mesi o anni del loro salario quando i passaporti sono portati via ed accettano condizioni sempre più abusive di lavoro, minacce e punizioni sul posto di lavoro.”

I lavoratori dicono che diventano obbligatori turni di 12 ore nell’industria, lavorando per settimane senza sosta e costretti a lavorare anche quando sono malati. Vivono in dormitori poco igienici con altri 30 o 40 lavoratori.

“La distanza sociale non è facile quando si dorme in stanze con 30 persone, si prendono bus affollati per una fabbrica affollata e si mangia nella refezione” dice Andy Hall.

Le stesse condizioni di lavoro non sono buone. Dopo che si mescolano le sostanze e si forma il guanto, sono spruzzati con acqua calda e seccati in forno. La temperatura sale spesso oltre i 45 gradi Celsius anche fino a 70 e spesso si hanno incendi. Il rumore delle macchine è assordante, secondo Andy Hall.

L’agenzia del lavoro dell’ONU, ILO, indica 11 indicatori di lavoro forzato come reclutamento ingannevole, mantenimento del passaporto, legame di debito, straordinari eccessivi e l’uso di intimidazione e minacce da parte di datori di lavoro che abusano della vulnerabilità dei lavoratori.

Sebbene ci siano stati dei miglioramenti delle condizioni di lavoro, gli enti internazionali come ILO dice che il lavoro forzato resta.

Sia in Malesia che Thailandia i lavoratori stranieri hanno meno diritti dei locali.

In Sri Lanka che è il terzo produttore di guanti medicali il segretario di un sindacato locale fu attaccato nel 2013 da sicari in motocicletta, poi licenziato dall’impresa insieme ad altri dieci del sindacato. Quando altri 281 fecero lo sciopero di solidarietà furono tutti licenziati.

DWBusiness

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