Hun Manet, mal riposta speranza di rinascita in Cambogia

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E’ tristemente mal riposta la speranza di rinascita nel nuovo leader cambogiano Hun Manet, una delle figure di potere concentrato in una famiglia

Nel fare visita a Melbourne la prossima settimana in occasione del summit Australia ASEAN, il premier cambogiano Hun Manet potrebbe apparire come un tanto atteso cambiamento rispetto al padre Hun Sen che per anni è stato premier autoritario cambogiano.

Ma resta tristemente mal riposta la speranza di una rinascita democratica e dei diritti umani nel paese sconvolto da un genocidio e mal governato.

Hun Manet mal riposta speranza di rinascita cambogiana
Hun Manet Vincent Thian/Pool AP

Hun Sen che ha governato la Cambogia per 38 anni trasferì ad agosto scorso i poteri a Hun Manet, il giovane figlio 45enne.

In Australia il giovane mite Hun Manet, di formazione occidentale e tecnicamente esperto, si presenterà come il volto di una Cambogia moderna in via di sviluppo che parla di riforma economica e di governo più efficiente.

Ma la lingua del padre in patria è quella del carcere per i critici ed è lui che continua a tenere le redini sulle questioni importanti.

Il settantunenne Hun Sen resta il presidente del Partito del Popolo Cambogiano, CCP, è controlla praticamente tutto ciò che resta effettivamente uno stato a partito unico. Ed è, per buona misura, anche il capo di Stato costituzionale de facto.

Da nuovo presidente del Senato, sarà il sostituto di Re Norodom Sihamoni quando è fuori dallo stato, come il re spesso fa, non da ultimo per la firma della controversa legislazione.

Il CPP al governo ha usato con successo le vaghe leggi di diffamazione per portare i critici del governo in tribunale. Lo scorso anno, un capo dell’opposizione Son Chhay fu condannato a pagare 1 milione di dollari di danni per aver detto che il CPP comprò e rubò voti. Ora se non potrà pagare lo attende il carcere.

Il noto vicepresidente di una importante ONG cambogiana Soeng Sengkaruna disse in merito che il CPP dovrebbe smetterla di usare i tribunali per mettere il bavaglio all’opposizione, dichiarazione che portò il partito a denunciarlo con la richiesta di danni per 500 mila dollari. Ben sapendo che i tribunali non avrebbero mai sfidato i desideri del CPP, Soeng Sengkaruna e la famiglia sono fuggiti dal paese.

Il potere concentrato in una famiglia

Con Hun Sen che controlla l’ambiente politico, Hun Manet si è concentrato sulla gestione dei dipartimenti governativi e sull’erogazione dei servizi pubblici, tenendosi lontano dalle accuse di violazione dei diritti umani. Ciò ha incoraggiato media e diplomatici a sognare che egli concederà libertà liberali quando ne avrà l’opportunità.

Non c’è ragione di credere, però, che qualche anno di studio in USA e UK porterà Hun Manet ha liberarsi della cultura paternalistica e autoritaria in cui è immerso da quando è nato.

E’ una cultura politica, influenzata molto dalla Singapore di Lee Kuan Yew, dove la famiglia prevale sull’individuo, i diritti economici su quelli politici, dove bisogna restringere le libertà liberali se non si vuole fomentare discordia e disordine, e i governanti saggi non devono essere trattenuti dalla separazione di poteri.

Tuttavia, molti cambogiani, compresi, a quanto pare, alcuni membri dello stesso CPP, non sono stati convinti che i valori della famiglia giustifichino i tanti ruoli di potere occupati da Hun Sen e dalla sua progenie.

Ad Hun Manet che ora è primo ministro bisogna aggiungere il generale Hun Manith che dirige il dipartimento di Intelligence del Ministero della difesa; Hun Many promosso a nuovo vice primo ministro per il servizio civile e presidente dei giovani del CPP; le figlie Hun Mana e Hun Maly che hanno interessi in tantissime imprese tra cui Cambodia Electricity Private, che vende elettricità al governo, televisioni e giornali.

A questi si aggiunge il marito di Hun Mana, Dy Vichea, vice capo della polizia, che è tra le varie figure potenti di partito che detengono proprietà milionarie commerciali e residenziali in Australia.

La Cambogia sta crescendo economicamente e il panorama cittadino brilla di grattacieli sebbene si trovi al 158mo posto su 180 per corruzione. Un Paese in cui una sola famiglia domina il governo e il commercio, e i leader sono nominati in base ai loro legami familiari, è profondamente a rischio di cleptocrazia.

Resta profondo il deficit democratico e dei diritti umani della Cambogia, dove i partiti politici di opposizione sono dissolti o esclusi dalle elezioni e i loro membri minacciati di arresto; dove è rafforzata la sorveglianza di massa e dove i media indipendenti sono chiusi.

L’ossessione del governo per il controllo si estende alla diaspora: I cambogiani-australiani che si uniscono alle proteste a Melbourne possono mettere le loro famiglie in patria a rischio di visite da parte delle autorità.

Australia dovrebbe far valere il proprio peso

L’Australia deve continuare a sostenere non solo lo sviluppo economico e sociale della Cambogia ma anche quei cambogiani che lottano per la democrazia e libertà di espressione. Si possono e si devono applicare sanzioni mirate contro chi è accusato di violazioni di diritti umani.

Di recente l’Australia si è consultata con 14 ministri cambogiani per il suo Piano di Partenariato allo sviluppo della Cambogia, ma nessuna voce alternativa della società civile. Abbiamo un peso e dobbiamo usarlo non solo per lo sviluppo economico, ma anche per un governo decente che tanti cambogiani vogliono e meritano.

Il CPP ha definito irraggiungibile la democrazia liberale “pura e perfetta”. Tuttavia, la costituzione della Cambogia, che fu prodotta nell’ambito del processo di pace successivo alla guerra civile, in cui l’Australia ha svolto un ruolo di primo piano, afferma che questo è esattamente ciò che il Paese dovrebbe essere.

I milioni di cambogiani che votano quando possono, si battono per i diritti umani e rischiano il carcere per protestare contro gli abusi dimostrano che la fede nella vera democrazia non è un’aberrazione di una minoranza. L’Australia dovrebbe essere al loro fianco.

Gareth Evans Gordon Conochie, TheConversation

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