Identità etnica e riconciliazione nel Rakhine in Myanmar

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Nelle discussioni sull’intricato caleidoscopio etnico del Myanmar, il discorso sulla identità etnica e sul termine Rohingya, in particolare, resta fortemente carico e complesso.

La controversia è stata risvegliata lo scorso mese allorché ULA/AA, Lega Unita dell’Arakan e Arakan Army, gruppi di insorti Rakhine che lottano per l’autonomia dallo stato centrale del Myanmar, ha usato il termine Bengali in una dichiarazione ufficiale in sostituzione del termine Rohingya.

identità etnica Rohingya nel Myanmar

Ciò è stato ripreso sui media sociali da Twan Mrat Naing che guida ULA/AA il quale ha acceso una importante controversia tra gli osservatori locali e internazionali.

“Non c’è nulla di male nell’uso di Bengalesi nei confronti dei bengalesi” ha scritto in un post di Twitter il 26 marzo. “Sono stati nostri vicini, amici e concittadini per secoli. Siamo onesti ed accettiamo la realtà per costruire un futuro migliore”.

Il dibattito sull’uso della parola Bengalese non è solo un cavillo semantico. La comunità Rohingya e i suoi sostenitori ribattono che il termine implica che si tratta di stranieri del Myanmar, e che l’uso di questo termine si accompagna alla espulsione forzata di Rohingya dal settentrione dello stato Rakhine nel 2017, una campagna che per alcuni esperti è un genocidio.

La questione tocca domande profonde di riconoscimento, storia e del diritto fondamentale alla autoidentificazione. Esplorando la miriade di prospettive che animano il discorso sul termine “Rohingya”, lo scrivente intende svelare le complessità di questo dibattito, riconoscendo le diverse prospettive che contribuiscono al discorso senza mettere in secondo piano la ricca profondità storica ed emotiva che lo sottende.

Al centro della controversia sull’identità etnica dei Rohingya c’è una delle questioni più polarizzanti della politica contemporanea del Myanmar: lo scontro tra il diritto all’autoidentificazione, una pietra miliare delle norme internazionali sui diritti umani, e le rivendicazioni di alcuni nazionalisti Rakhine di “furto di identità”.

Alcune figure politiche e di storici della comunità Rohingya sostengono che questo termine sia stato storicamente associato alla popolazione Rohingya. La narrazione afferma che il termine sia il risultato di un fraintendimento linguistico.

La gente del Bangladesh ha difficoltà a pronunciare Rakhine articolandola in Rwa-haingya. Il suffisso gya in questo contesto si traduce come abitanti o nativi. Quindi Rwa-haingya che nel tempo è diventato Rohingya si riferiva inizialmente agli abitanti del Rakhine, non alla comunità musulmana conosciuto oggi come Rohingya.

Identità etnica dei Rohingya

Questa interpretazione sostiene l’adozione del termine da parte della comunità musulmana come una forma di appropriazione di identità etnica, una nozione che agita un dibattito considerevole ed è percepito da alcuni individui Rakhine come una cancellazione della loro eredità culturale e storica.

Al contrario, i Rohingya, un gruppo minoritario musulmano, affermano il proprio diritto all’autoidentificazione, facendo riferimento alla loro esistenza e al loro patrimonio di generazioni nell’Arakan, l’attuale Stato Rakhine del Myanmar. Inoltre, gli standard internazionali di autoidentificazione sottolineano il diritto di ogni individuo e gruppo a definire la propria identità. Pertanto, la controversia trascende i confini del Myanmar, coinvolgendo i dibattiti mondiali sui diritti, il riconoscimento e la politica dell’identità

Ad aggiungere complessità alla questione è l’affermazione di alcuni attivisti Rohingya secondo cui la loro storia nello Stato di Rakhine è precedente a quella dei Rakhine, risalendo potenzialmente a migliaia di anni fa.

Sebbene questa prospettiva non sia universalmente accettata dagli attivisti Rohingya e dalla popolazione in generale, e sia contestata da fonti accademiche, ha comunque intensificato la disputa. Mette in discussione la storia di lunga data del popolo Rakhine e il suo legame con la terra, una narrazione che è parte integrante dell’identità Rakhine e della rivendicazione di sovranità Rakhine che l’ULA/AA sta cercando di realizzare.

Tali rivendicazioni sono prese molto sul serio da personaggi quale Twan Mrat Naing, come emerge dalle sue interviste ai media, che le considera non solo una negazione dell’eredità storica e culturale dei Rakhine, ma anche una minaccia esistenziale alla loro ascendenza e alle loro rivendicazioni sulla terra dell’attuale Stato Rakhine.

Intensificata dalla difesa internazionale dei Rohingya, soprattutto dopo la campagna di pulizia etnica dell’esercito del Myanmar, la situazione presenta un dilemma impegnativo: i principi internazionali di autoidentificazione si scontrano con le rivendicazioni di appropriazione dell’identità etnica avanzate dalla comunità Rakhine.

Il dibattito è complicato, con profonde radici storiche e significative risorse emotive investite da entrambe le parti. Il rifiuto pubblico di Twan Mrat Naing di riconoscere l’identità Rohingya, pur riconoscendo la coesistenza storica della comunità con il popolo Rakhine, non ha fatto altro che evidenziare le difficoltà di conciliare due narrazioni radicate e in conflitto.

A complicare ulteriormente le cose, i membri della comunità Rakhine sollevano spesso un’ulteriore questione: nonostante siano vicini immediati, l’identità etnica di “Rohingya” non esiste in Bangladesh, a differenza di altri gruppi etnici come i Chakma, i Marama e i Rakhine, che sono riconosciuti da entrambi i lati del confine.

Questo punto viene sfruttato dai Rakhine per sostenere che il termine “Rohingya” è un costrutto usato dai bengalesi in Myanmar per rivendicare un’identità etnica distinta e che quindi i Rohingya sono essenzialmente bengalesi. Tali affermazioni mirano a mettere in discussione la nozione di un’unica identità rohingya all’interno del Rakhine, suggerendo che si tratta di una strategia per appropriarsi di una specifica identità storica e geografica.

Poiché il sottoscritto è cresciuto nel Rakhine, l’esperienza personale con questi livelli di identità e appartenenza offre una prospettiva utile alla discussione sul termine “Rohingya”. In quanto membro dei Maramagri, un gruppo etnico più piccolo che condivide somiglianze linguistiche con i Rohingya, la comprensione delle parole e delle frasi condivise si è affievolita nel tempo. Tuttavia, è importante notare che il termine “Rohingya” non era familiare al sottoscritto fino alle violenze etniche e religiose del 2012, nonostante le sue radici storiche e l’uso che se ne faceva molto prima di questo periodo tumultuoso.

Fin dall’infanzia, le interazioni con gli amici e vicini musulmani sia nel mio villaggio natale che a Sittwe, la capitale dello Stato di Rakhine, hanno rivelato una diversità di autoidentificazione che trascende la binarietà spesso rappresentata nelle narrazioni dei media. Per esempio, alcuni amici musulmani di Rakhine non si sono mai identificati come Rohingya all’epoca. Si riferivano invece a se stessi con termini che risuonavano più strettamente con le loro identità personali e comunitarie, come “Mosue Marn”, che io intendo come musulmano, e “Barñl Zarthi”. Mentre “Zarthi” si traduce in “razza” o “etnia” nel dialetto chittagonese, una lingua che fa parte del mio patrimonio etnico, confesso che il termine “Barñl” sfugge alla mia comprensione.

È interessante notare che l’appellativo di “Rohingya” non è accolto in modo uniforme da tutte le comunità musulmane dello Stato di Rakhine, con la principale eccezione dei Kaman che, pur essendo musulmani, mantengono un’identità distinta. Ciò è particolarmente vero in aree come Mrauk-U, Kyauktaw e nelle zone meridionali dello Stato. Queste osservazioni personali sottolineano la realtà sfumata dell’identità all’interno dell’Arakan – una realtà che va oltre la retorica binaria spesso riscontrata nei media e nei discorsi politici.

Condividendo queste osservazioni e amplificando le voci locali, diventa evidente che il discorso intorno al termine “Rohingya” non riguarda solo la correttezza politica, come sembrava suggerire Twan Mrat Naing, ma tocca questioni più profonde di identità, storia e desiderio di riconoscimento e rispetto.

È un promemoria dell’importanza di ascoltare le diverse voci all’interno del Rakhine e di riconoscere le loro diverse esperienze e prospettive, mentre navighiamo sul delicato terreno delle identità etniche e politiche.

Il cammino verso la riconciliazione nello Stato di Rakhine ha preso di recente una piega sconcertante. I rapporti del 2019 e del 2020 suggerivano un potenziale cambiamento verso la pace e l’accettazione, poiché Twan Mrat Naing era stato notato usare il termine “Rohingya” nei notiziari internazionali – un’indicazione che il termine era stato accettato dai leader dell’ULA/AA, a simboleggiare un passo verso il riconoscimento dell’identità Rohingya.

Tuttavia, i recenti interventi di Twan Mrat Naing hanno messo in dubbio questi progressi. Inoltre, in un’intervista rilasciata ad Asia Times nel 2022, ha espresso il riconoscimento dei diritti umani e di cittadinanza di tutti i residenti dell’Arakan, ma ha sottolineato che il termine “Rohingya” non è accettato dalla maggior parte dei Rakhine, in quanto considerato come una privazione della loro storia. Questa ambivalenza evidenzia la complessità della situazione. La mancanza di chiarezza – e la possibilità che l’uso precedente del termine “Rohingya” da parte di Twan Mrat Naing sia stato riportato in modo accurato, o forse frainteso dai media – sottolinea le sfide nel navigare le intricate dinamiche dell’identità nello Stato Rakhine contemporaneo.

Il raggiungimento della pace e della riconciliazione nel Rakhine richiede un profondo apprezzamento per l’intricato mosaico di identità della regione e uno sforzo concertato per promuovere il dialogo e la comprensione.

La chiave di questo processo è il riconoscimento delle rimostranze storiche e delle diverse narrazioni che danno forma all’identità di ciascuna comunità. Affinché le varie comunità del Rakhine possano progredire verso una coesistenza pacifica dopo un decennio di tumulti, i leader di tutte le comunità devono impegnarsi in modo costruttivo nell’affrontare la questione dell’identità.

Il percorso verso la pace e la riconciliazione richiederà empatia, rispetto e inclusione e un approccio in cui siano riconosciute e onorate le identità di tutti i popoli.

Per raggiungere questo obiettivo è necessario un impegno collettivo al dialogo, alla comprensione e all’azione che affronti le cause profonde della divisione e apra la strada a un futuro in cui ogni individuo possa prosperare in armonia.

Christopher Win, TheDiplomat

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