Il rischio di un ritorno alle barbarie dopo gli omicidi a Sungai Padi

sungai padi

Sono passati cinque anni dall’ultima volta che l’insorgenza separatista del profondo meridione thailandese prese di mira il clero buddista della zona. La scorsa settimana sono stati uccisi l’abate ed il suo vice del tempio a Sungai Padi della provincia di Narathiwat.

buddah a sungai padi
Photo: CHAROON THONGNUAL

L’abate Prakru Prachote Rattananurak aveva relazioni strette con la popolazione locale sia buddista che musulmana che ne decantano il suo sguardo positivo anche nell’oscura situazione del profondo meridione thailandese dove predominano i malay musulmani.

Immediata è stata la condanna delle organizzazioni dei diritti umani come Human Rights Watch e del primo ministro Prayuth, il quale oltre ad invitare alla caccia agli assassini, ha invitato la gente a non perdere la fiducia negli sforzi del governo militare di porre fine al conflitto nelle regioni della frontiera meridionale.

In una dichiarazione del lunedì successivo all’attentato di Sungai Padi, Prayuth ha accusato l’insorgenza di provare a provocare una vendetta brutta delle forze di sicurezza del governo con lo scopo di attirare l’intervento internazionale.

Il comandante dell’esercito generale Apirat Kongsompong, dopo la visita al tempio, ha detto di voler chiedere ai soldati di farsi ordinare monaci e risiedere nei templi del Profondo Meridione per far sentire la gente locale più sicura. Non ha detto nulla se questi soldati avrebbero avuto le armi o meno.

Con la scelta di colpire i due monaci l’insorgenza ha voluto vendicare la morte negli ultimi mesi di tre imam musulmani nel profondo meridione e di rigettare le pressioni forti sui capi del BRN ad unirsi a dei colloqui di pace facilitati dalla Malesia. E’ quanto sostengono fonti vicino al BRN, che è l’organizzazione che controlla i combattenti sul campo.
I capi del BRN si sarebbero nascosti perché stanchi delle pressioni forti e incessanti di farli incontrare col capo negoziatore Thailandese.

Quello che non è ancora chiaro è se l’attacco di venerdì a Sungai Padi rappresenti un fatto isolato oppure se segni il ritorno ad un periodo di barbarie di un decennio fa, quando l’insorgenza prendeva di mira i monaci e i luoghi di culto come un modo per umiliare l’apparato della sicurezza nella zona.

Tra il 2006 ed il 2007, la regione fu presa da una serie di attacchi incendiari che presero di mira 100 scuole pubbliche e venivano decapitati o mutilati i corpi dei soldati morti.

Questo ebbe fine dopo che capi musulmani e militanti alzarono la voce dicendo che questa brutalità faceva solo danno ai loro obiettivi.

Da allora c’è stato una comprensione reciproca tra le due parti in guerra, una specie di regole sul campo non scritte per cui non si doveva mettere in pericolo la vita di bambini e di figure religiose, monaci ed imam. Ci sono state comunque violazioni che hanno acceso ulteriore violenza.
Il giorno 11 gennaio l’ultimo dei tre imam ad essere ucciso negli ultimi attacchi fu sparato da uomini armati mente guidava la sua moto nel distretto di Ruesoh a Narathiwat.

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Questo attacco in cui gli uomini armati usavano armi militari si ebbe a 200 metri da una postazione dell’esercito. Gente del posto e fonti separatiste dicono che a fare l’omicidio sia stata una squadra della morte del governo o vicino al governo.
Non c’è stata alcun segno di condoglianze dai capi del paese dopo le morti dei tre capi musulmani e le indagini degli omicidi non sembrano portare da nessuna parte. Così dice un militante musulmano, Suhaimee Dulasa, del gruppo della società civile Patani:

“Prevarrà la pace quando si comprenderà che tutte le vite umane sono preziose, indipendentemente da chi sia la vittima”.

L’ultimo monaco ucciso morì nel distretto di Sai Buri a Pattani allo scoppio di un oggetto esplodente posto in un bidone dell’immondizia. L’obiettivo evidente era un gruppo di soldati di pattuglia e non il monaco.

A febbraio 2014 nel distretto di Pattani Mae Lan militanti dell’insorgenza travestiti da militari aprirono il fuoco sui residenti che davano le offerte ai monaci. Morirono nell’attacco quattro persone tra cui un monaco ed un ragazzino.

Questo attacco giungeva dopo che tre ragazzini sotto i dieci anni furono trucidati nelle loro case nel distretto di Bacho a Narathiwat. Due ranger paramilitari confessarono l’omicidio dei ragazzini per fermare chiaramente l’ondata di attacchi di vendetta, ma poi ritrassero la confessione quando si fece il processo alcuni mesi dopo.

A novembre 2012 un membro del Comitato Islamico di Yala, imam Abdullateh Todir, fu ucciso a Yaha. La sua morte accese sei lunghe settimane di violenza ed il rifiuto dei capi musulmani della regione di appoggiare l’iniziativa di pace lanciata dal primo ministro di allora Yingluck Shinawatra a febbraio 2013 a Kuala Lumpur.

Nel maggio 2011, una bomba posta sul ciglio della strada dall’insorgenza i cui militanti si nascondevano dietro una fila di alberi uccise due monaci del distretto di Yaha. L’attacco cadde nel giorno del Visaka Bucha, il giorno più importante del calendario buddista.

I media thailandesi impazzirono per alcuni giorni sostenendo che l’attacco era un tentativo deliberato di dividere i buddisti dai musulmani. Ma gli investigatori dissero che chi compì l’attentato non aveva modo di vedere i due monaci seduti nel taxi.

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Tempo di fare un passo indietro

L’attentato contro i due monaci è giunto con un’ondata di viole za sin da novembre scorso da parte dell’insorgenza. Stando a discussioni con fonti dalle due parti del conflitto, il BRN mandava un messaggio a Bangkok e Kuala Lumpur di smetterla con le pressioni sui capi del BRN perché si sedessero al tavolo del negoziato.

L’uccisione dei tre imam negli scorsi mesi è stato un fattore perché violava la citata regola non scritta sul campo, cioè di lasciare fuori i bambini e le figure religiose.

Questo picco di violenza giunge in un momento in cui la giunta deve annunciare la data delle prossime elezioni thailandesi.

Il generale Prayuth non ha molto da mostrare in termini di eredità della controinsorgenza nel profondo Meridione. In questa fase un incontro faccia a faccia tra i rappresentanti thai e i capi del BRN sarebbe considerato un grande passo in avanti e forse abbastanza da essere descritto come un progresso da Prayuth.

Prayuth ha sostituito recentemente il suo capo negoziatore di tre anni con un altro generale in pensione, Udomchai Thamsarorat. Costui è parso voler ingaggiare la comunità internazionale in cerca di consigli, non mediazione, sul come progredire nei colloqui.

Bangkok non sembra volere qualcosa in più di questo, non vuole concessioni significative al BRN che ha già detto di non essere interessato a negoziare con i Thailandesi in questa fase.

E se e quando decidesse di sedersi al tavolo del negoziato il processo di pace, secondo le richieste del BRN, devono essere adeguate alle migliori pratiche internazionali, che vuol dire mediazione di membri della comunità internazionale.

L’uccisione dei monaci ha scosso tutto il paese tra cui vari membri della comunità malay che con calma provano a convincere l’insorgenza a rispettare i principi umanitari e le norme internazionali.

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“Loro si sono spiegati ed ora è tempo di farsi un pà indietro” ha detto una fonte anonima della società civile. “Portare qualche grado di civiltà è stato un compito difficile. Molti militanti sul terreno considerano questi principi umanitari, come la legge Umanitaria Internazionale, e le regole di ingaggio come idee straniere che solo legano loro le mani in una lotta dove il campo di gioco è sempre contro di loro”

Don Pathan BenarNews.