Incertezza politica in Thailandia per autocrazia sotto mentite spoglie

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Tre casi giudiziari tra cui uno che vede al centro il premier Srettha Thavisin sono destinati a far crescere la incertezza politica in Thailandia, seconda economia del sudest asiatico, che ha scosso la fiducia nella borsa.

Il prossimo 12 giugno la Corte Costituzionale Thai esaminerà la richiesta di scioglimento del partito progressista Move Forward Party, risultato primo partito alle elezioni generali del 2023, perché la promessa di emendare la legge di lesa maestà è stata giudicata dalla corte costituzionale come un tentativo che nasconde la volontà di abbattere la monarchia thailandese.

Pita Limjaroenrat

L’accusa contro il premier Srettha Thavisin, nominato dal Pheu Thai dell’ex premier Thaksin, è stata lanciata da 40 senatori che hanno visto in alcune nomine di governo una violazione della costituzione thailandese.

Il terzo caso è l’incriminazione formale dell’ex Premier Thaksin Shinawatra di lesa maestà per una dichiarazione fatta ad un giornale coreano nel 2015, dopo il suo ritorno in Thailandia e la dimostrata volontà di contare nella vita politica thailandese.

Sono tre processi che potrebbero sconvolgere ancora una volta l’inquieta scena politica thailandese che non trova alcuna pace dal golpe del 2006 che rovesciò proprio il premier Thaksin.

Le forze che alimentano questi tre processi sono legate alle elite conservatrici del paese che manovrano gli strumenti giudiziari e militari del paese ma che è incapace di vincere un’elezione politica nel paese.

Il clima di profonda incertezza in Thailandia ha mandato l’indice della borsa della Thailandia al suo livello più basso in 3 anni e mezzo divenendo il mercato azionario peggiore dell’Asia.

Mentre il caso di scioglimento del MFP sembra essere un caso di dejavù dopo quello del FFP, esso si incrocia con il caso contro Srettha Thavisin.

Una eventuale condanna di Srettha costringerà il parlamento a dover scegliere un nuovo premier, procedura che impiegherebbe almeno due mesi, prolungando la profonda incertezza politica del paese la cui economia sembra arrancare dietro le più veloci economie della regione.

Allo stesso tempo il possibile scioglimento del MFP, per il cui processo non è stata fissata la data della sentenza, comporterebbe la messa al bando dalla politica del 30% dei parlamentari e la migrazione verso un nuovo partito.

A ciò bisogna aggiungere anche a possibili condanne dei parlamentari del partito e le conseguenti possibili manifestazioni di strada.

Vogliamo ricordare che una singola accusa di lesa maestà comporta il rischio di 15 anni di carcere ed è finora stata imposta a oltre 270 persone dal 2020, tra cui una parlamentare del MFP.

La richiesta di rimuovere il premier Srettha che è stata seguita dall’accusa di lesa maestà contro Thaksin a qualche giorno di distanza rischia secondo molti di mettere in crisi il governo del Pheu Thai e riaprire la solita strada ai golpe militari e/o giudiziali.

L’autocrazia sotto mentite spoglie

L’annuncio della Corte Costituzionale che prenderà in considerazione la difesa scritta del Move Forward Party nel processo della propria dissoluzione il 12 giugno appare inquietante.

Dopo diversi tentativi di far valere la propria tesi secondo cui l’impegno della campagna elettorale a modificare la legge sulla lesa maestà non equivale a “rovesciare il regime democratico della Thailandia con il re come capo di Stato”, il tempo a disposizione del partito è scaduto.

Da maggior vincitore delle elezioni di maggio 2023 la dissoluzione del MFP è vista come una conclusione scontata. Una tale rivelazione potrebbe rischiare di far percepire la Thailandia come un regime autocratico basato su manovre legali e giochi di potere che non derivano dalle preferenze degli elettori.

Il presunto illecito del partito consisteva in una vasta campagna per riformare le istituzioni politiche tradizionali della Thailandia, in particolare l’esercito e la monarchia, compresa la revisione della legge contro le critiche reali.

Lo scioglimento del MFP sarebbe accompagnato da precedenti che dimostrano un modello antidemocratico in cui i militari e la magistratura hanno sovvertito le scelte elettorali dei cittadini.

Nella politica thailandese contemporanea, lo scioglimento dei partiti politici risale a quasi due decenni fa. La più recente risale al febbraio 2020, quando il precursore del MFP, il Future Forward Party, è stato sciolto e ai suoi dirigenti è stato vietato di candidarsi per dieci anni, dopo essere emersi dal nulla conquistando il terzo posto nelle elezioni del marzo 2019.

La legge scatenò un anno di proteste di piazza a favore della democrazia da parte dei giovani thailandesi che sostenevano il partito.

Tuttavia, ci sono stati altri scioglimenti di partiti e lunghe interdizioni di politici eletti che risalgono a un precedente colpo di stato nel settembre 2006 contro l’ex primo ministro Thaksin Shinawatra. Il suo popolarissimo partito Thai Rak Thai, che aveva ottenuto il 77% dei seggi legislativi nelle elezioni del febbraio 2005, fu eliminato nel maggio 2007. Il suo successore, il partito Palang Prachachon (Potere al Popolo), che vinse di nuovo le elezioni nel dicembre 2007, è stato anch’esso sciolto nel dicembre 2008.

Un altro partito allineato a Thaksin, Thai Raksa Chart, è stato sciolto nel febbraio 2019, pochi giorni prima delle elezioni.

Le istituzioni democratiche si indeboliscono quando i partiti politici vincenti vengono abbattuti. Ciò che viene percepito come guerra legislativa è reso possibile dalle configurazioni costituzionali successive ai golpe militari del 2006 e del 2014, che consentono a istituzioni indipendenti come la Corte costituzionale, la Commissione elettorale e un organismo anticorruzione di decidere sul futuro di tali partiti.

In base a questo sistema, i firmatari possono avviare azioni di sabotaggio politico. Per le elezioni del marzo 2019, dopo cinque anni di governo militare, sono state presentate petizioni alla Corte costituzionale per violazioni del voto, che hanno portato allo scioglimento di Future Forward.

Il programma di riforme e modernizzazione di Future Forward è stato prontamente adottato dal MFP.

Cionondimeno la trasparenza di questo processo giuridico pone domande valide perché le nomine a queste agenzie sono state controllate dai militari e dai suoi membri prescelti del Senato.

Con una Corte costituzionale in combutta con le commissioni elettorali e anticorruzione, bastano pochi firmatari che la pensino allo stesso modo per presentare accuse di presunte violazioni e tenere in scacco e in vita breve i partiti politici che sono visti come una minaccia per i centri di potere consolidati.

Quando le istituzioni democratiche e i rappresentanti eletti che rappresentano e governano per conto del popolo thailandese vengono sistematicamente e costantemente eliminati, la Thailandia dovrebbe essere accusata di essere una autocrazia sotto mentite spoglie, nonostante le apparenze di un processo costituzionale ed elettorale.

La soppressione e l’emarginazione dei partiti politici è stata rafforzata dallo stereotipo dei politici eletti come spregiudicati e sgradevoli in un sistema di politica del denaro in cui comprano i voti per ottenere la carica e ne traggono profitto attraverso la corruzione e le frodi.

E’ una percezione però che non può essere applicata al MFP, composto da giovani politici esordienti che non sono mai stati in carica, ma che sono determinati a riformare e modernizzare il Paese.

Poiché è il partito che ha preso la maggioranza del voto con 151 seggi su 500 alle ultime elezioni, i suoi parlamentari hanno un’età compresa tra i 30 e i 40 anni e non sono mai stati in parlamento. Dalle indagini statistiche si sa che a preferire MFP non sono solo i più giovani e i cittadini delle città, ma anche le generazioni più grandi in tutto il paese. Si deve ricordare che il partito ha vinto in tutto il paese senza minimamente avere la macchina elettorale del patronato tradizionale per catturare i voti.

Facendo campagna elettorale per la revisione della Sezione 112, il MFP non ha fatto altro che assumere una promessa elettorale. Eppure, a gennaio la Corte Costituzionale ha stabilito all’unanimità, con un voto di 9-0, che anche fare campagna elettorale per modificare la legge sulla lesa maestà equivale a stravolgere il sistema politico.

Non importa che un tale emendamento avrebbe grandi problemi nel prendere voti in un parlamento pieno di partiti a favore dei militari. Con la Corte Costituzionale in testa, la Commissione elettorale, in modo pedissequo, ha usato la decisione schiacciante per chiedere alla stessa corte di sbarazzarsi del MFP.

Secondo lo stesso schema, anche i 44 membri dell’esecutivo del partito sono passibili di essere messi al bando dalla politica per 10 anni. Con una nuovissima clausola di “moralità ed etica” contenuta nello statuto del 2017, i dirigenti del partito, compreso il suo leader Pita Limjaroenrat, potrebbero anche subire il divieto a vita di candidarsi al parlamento e alle cariche pubbliche.

Non bisogna poi meravigliarsi se non c’è tanta gente che voglia fare politica in Thailandia. Partecipare alle elezioni oggi potrebbe implicare domani un divieto di partecipazione alla politica.

Il luogo del potere non sta nell’elettorato ma nei militari, nelle sezioni privilegiate della burocrazia e delle grandi imprese. Sono loro a decidere in Thailandia. Mettere al bando un partito significa privare gli elettori del diritto di voto. Liberarsi del MFP significherebbe rubare a 14,4 milioni di elettori la loro scelta di gestire il paese.

A meno che il partito non sopravviva miracolosamente alla sentenza della Corte Costituzionale, la scomparsa del MFP dovrebbe essere vista per quello che è: una mossa autocratica che si ripete più volte senza un’alternativa valida che possa portare avanti il Paese.

La Thailandia è bloccata perché i pochi che possono imporre un simile gioco di potere non riescono a proporre un futuro migliore e a conquistare la fiducia della grande maggioranza.

Thinitan Pongsudhirac, BangkokPost

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