Condannati i militari indonesiani coinvolti nelle torture a Papua

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Qualche mese fa i giornali di tutto il mondo pubblicarono un video di torture a Papua su un militante separatista da parte di alcuni militari dell’esercito indonesiano in una remota zona dell’Irian Jaya, parte dell’isola di Papua e provincia dell’arcipelago indonesiano .

Non era certo il primo caso di torture a Papua denunciato: l’esercito indonesiano non è mai stato famoso per rispettare i diritti civili tanto che la visita di Obama a Jakarta è stata rinviata varie volte anche in relazione ai diritti umani violati.

torture a papua contro militante papuano

Nel video si vede uno dei militari avvicinare un pezzo di legno fumante ai genitali del militante ed un altro che lo teneva fermo con un coltello alla gola.
Le proteste di tutto il mondo hanno permesso l’individuazione dei militari coinvolti che, secondo la prassi indonesiana, possono essere processati da un tribunale militare e non da un tribunale civile.

Inoltre nei giorni scorsi il presidente indonesiano aveva mostrato di sottovalutare la gravità delle violazioni dei diritti umani dichiarando che in fondo si trattava di poca cosa sottovalutando o proteggendo i larghi abusi commessi nell’isola di Papua e nelle rivolte in vari centri indonesiani.
L’accusa per i tre è insubordinazione, non aver rispettato cioè gli ordini impartiti, non di aver violato dei diritti fondamentali della persona, ma solo di non aver seguito la procedura di fare un rapporto ai propri superiori. I tre sono stati condannati ad una pena che varia da otto a dieci mesi, pena più lieve di quanto richiesta da procuratore militare in relazione al pentimento mostrato dai soldati.

La sentenza da una parte è il primo caso di sanzione verso dei militari resisi colpevoli di un abuso, o forse solo colpevoli di essersi fatti beccare perché si sentivano troppo protetti dal senso di impunità che avvolge i corpi armati dello stato.

Dall’altro in realtà mostra ancora come il rispetto dei diritti umani è solo una lieve copertura per una istituzione, ed anche di un presidente della repubblica per le sue dichiarazioni, entrata nella fase della democrazia da troppo poco tempo e sorda alle sollecitazioni che vengono da varie parti.

La stessa amministrazione Obama aveva suggerito alcune misure quali trasferire l’azione giudiziaria ai tribunali civili, l’esclusione permanente dalle forze militari, l’adozione di misure trasparenti per indagini credibili e imparziali.

Le stesse cose sono state e sono ancor di più chieste a gran voce dalle organizzazioni dei diritti civili all’indomani della sentenza.

«Il governo e il parlamento devono cambiare la legge sui tribunali militari perché è il maggiore ostacolo alle indagini contro le gerarchie militari.»

«Rimane in piedi ancora l’accusa di aver torturato i prigionieri e questi soldati devono essere processati da un tribunale civile» in quanto nei codici militari non c’è traccia della parola tortura nonostante che l’Indonesia abbia sottoscritto la dichiarazione dell’ONU sulla tortura.

«Ci sono anche delle irregolarità nel processo. Perché solo tre persone accusate quando nel video ci sono almeno sei soldati? Sembra quasi che i militari siano stati costretti dalla pressione dell’opinione pubblica indonesiana a fare questo processo, ma in realtà hanno poca voglia di farlo.»

Queste sono alcune dichiarazioni di membri di ONG dei diritti umani indonesiane, apparse sui giornali, mentre a quanto sembra gli USA hanno mostrato di apprezzare questo sforzo che andrebbe nella direzione di un esercito più professionale.
Mancano del tutto la volontà di individuare eventuali responsabilità del comando e manca del tutto il concetto di tortura, come manca del tutto l’idea di tracciare la catena di comando e individuare tutti i nodi oscuri che portano alla tortura.

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