La decisione arbitrale sui diritti storici e il futuro della pace

Il 12 luglio il Tribunale Permanente dell’Arbitrato, che aggiudicava alle Filippine il caso del Mare Cinese Meridionale, ha deciso in modo schiacciante in favore di Manila, con la determinazione che l’estensione di varie elementi geografici maggiori delle rivendicazioni cinesi e gli sforzi per rafforzarle sono illegittimi. Sebbene il verdetto si addentri molto con vari aspetti chiarificanti della disputa, le sue implicazioni sono molto meno chiare.

La decisione del tribunale ha favorito le Filippine su varie questioni sebbene non tutte.

spratly_swallow-reef_pulau-Layang-LayangPrima cosa, ha trovato che le richieste cinesi di diritti storici con la mappa dalle nove linee non ha alcuna base nella legge internazionale.

Seconda cosa, ha sostenuto le Filippine su quasi tutte le caratteristiche nelle Spratly che la Cina reclama, trovando che queste sono rocce piuttosto che isole e che a loro spettano solo 12 miglia nautiche di mare territoriale, non le 200 miglia di zone economiche esclusive. Questo limita in effetti le rivendicazioni espansioniste di Pechino a solo qualche caratteristica e ai mari territoriali che generano.

Terza cosa, ha detto che Pechino ha violato i propri obblighi secondo la UNCLOS causando una diffusa distruzione dell’ambiente con la costruzione di isole artificiali e minando i diritti sovrani delle Filippine perché interferisce con la pesca e con l’esplorazione petrolifera.

Mentre tutto questo chiarifica moltissimo alcune questioni contenziose legate al Mare Cinese Meridionale, le implicazioni della decisione arbitrale sono meno chiare.

Ad essere più direttamente coinvolte sono la Cina e le Filippine, poiché sono i soli due paesi legalmente legati dalla decisione arbitrale. Pechino, sebbene abbia rigettato la decisione, ha una varietà di opzioni sul proprio comportamento futuro di fronte al rigetto totale della sua posizione. Potrebbe prendere dei passi determinati per chiarir la propria posizione tra cui una presenza maggiore della sua marina o della guardia costiera nelle aree contese oppure impiegare strumenti militari avanzati nelle isole Spratly.

Ma ci sono anche incentivi affinché Pechino eserciti autocontrollo, anche se rifiuta di accettare la decisione arbitrale, tra i quali l’esplorazione di negoziati con il nuovo governo filippino e la minimizzazione delle tensioni prima del Summit del G20 che ospiterà agli inizi di settembre. Poi sarà interessante osservare come la Cina calibrerà le proprie mosse per il resto del 2016.

E’ altrettanto poco chiara quale potrà essere la reazione delle Filippine. Sebbene siano state le Filippine a portare, nel 2013, la Cina davanti al tribunale permanente dell’arbitrato sotto la presidenza di Aquino, il suo nuovo successore Rodrigo Duterte ha, sin dall’inizio, dato segni di un approccio più conciliatorio verso Pechino. Resta da vedere come questo approccio si manifesterà dopo al verdetto. Da un lato la chiarezza offerta dalla decisione arbitrale, unita alla scelta di Manila nelle parole di Duterte di “non deridere o esaltare” la propria vittoria, potrebbe aprire la strada per entrambi i lati di aprire dei negoziati o persino mettere da parte le dispute per concentrarsi sulla cooperazione economica in altre aree. Ma dall’altro canto, la decisione arbitrale su specifiche caratteristiche geografiche determina anche certi parametri e limiti a cui l’amministrazione Duterte può spingersi negli sforzi di uno sviluppo congiunto con la Cina nel Mare Cinese Meridionale.

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La decisione arbitrale intacca anche altre parti al di là della Cina e delle Filippine. Le sue conclusioni, come la chiarezza sulle definizioni di isole e rocce o sulla legalità della mappa delle nove linee, hanno implicazioni per gli altri stati che hanno rivendicazioni nel Mare Cinese Meridionale.

Sulla Cina per esempio la decisione del tribunale sullo status di Itu Aba, la caratteristica fisica più grande nelle Spratly, una roccia piuttosto che un’isola, ha già provocato una forte denuncia da Taiwan.

Sugli altri ricorrenti, altri stati costieri come Malesia e Indonesia, che hanno rigettato pubblicamente la mappa delle nove linee e l’intrusione nelle proprie acque, hanno ora anche un sostegno legale migliore per le loro lamentele. Cosa se ne faranno di quella chiarezza varia moltissimo. Alcuni potrebbero rispondere con maggior forza alle occupazioni cinesi, ente altri potrebbero ancora esitare ad alzare la posta con Pechino. Qualcuno potrebbe seguire i passi di Manila e portare Pechino davanti alla corte.

Al di là dei paesi ricorrenti nel Mare cinese meridionale, la decisione arbitrale ha implicazioni anche per la regione ed il mondo in generale. Alcuni paesi asiatici come anche altri attori interessati hanno chiarito il loro interesse nell’osservare la risoluzione di qualunque disputa in questo tratto strategico di mare in modo pacifico e legale piuttosto che con l’uso della forza, e nell’assicurare che i principi fondamentali come la libertà di navigazione e di sorvolo siano protetti.

Sebbene il verdetto sia stato salutato largamente come una vittoria per questi principi, gli stessi paesi che hanno glorificato l’ordine internazionale basato sulle regole hanno bisogno di convincere la Cina a rispettarlo, o almeno a trovare qualche via di uscita per salvare la faccia anche per preservare le loro relazioni più vaste con Pechino. E’ un bilancio delicato che ogni stato vorrà fare in modo differente.

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Poi come questo si formerà è tutt’altro che certo. Oltre alle dichiarazioni unilaterali del dopo verdetto delle varie capitali, vedremo forse una campagna diplomatica più vasta da parte di alcuni stati con incontri bilaterali, e forum regionali e internazionali, a sostegno del verdetto con pochissimi che tenteranno di resistere.

Un primo test si avrà al prossimo summit dell’ASEAN in Laos alla fine del mese. Dopo lo scompiglio del summit ASEAN-Cina dei ministri degli esteri a Kumming, tutti gli occhi saranno sulla possibilità che l’ASEAN adotti un comunicato congiunto con un linguaggio di sostegno ai principi che sottendono il verdetto.

Più largamente fondamentale per l’ASEAN per il resto del 2016, anche il XXV anniversario della creazione del dialogo con la Cina, è di bilanciare la gestione della questione del Mare Cinese Meridionale con il progredire su tante questioni importanti con Pechino. Il ruolo di Singapore che è il paese coordinatore di quest’anno per i rapporti ASEAN Cina, sarà critico in questo sforzo.

La diplomazia avrà bisogno probabilmente di essere sostenuta da azioni, sia che ci siano dimostrazioni regolari della presenza da parte di attori capaci sia che siano sforzi di contrastare mosse potenzialmente aggressive della Cina.

Data la limitata capacità militare di gran parte dei paesi della regione rispetto a Pechino, il peso ricadrà ancora sugli USA e i suoi alleati come Giappone che idealmente lavora al fianco di stati reclamanti.

Oltre al pattugliamento regolare, le esercitazioni militari di routine e operazioni periodiche di libertà di navigazione, Washington potrebbe prendere in considerazione altri impieghi di truppe e persino miglioramento di capacità per attori particolari.

E sebbene l’uscente amministrazione Obama possa preferire uno scenario con tensioni minori per poter dedicarsi di più ad esplorare nuove opportunità nella regione e cementare la propria eredità nei restanti sei mesi, le azioni aggressive cinesi potrebbero spingere Washington a prendere persino misure più forti.

Se la Cina sceglie di fare quello che gli USA hanno invitato a non fare, cioè iniziare a reclamare il suolo alle Scarborough Shoal oppure andare verso la dichiarazione di zona di identificazione aerea, ADIZ, Washington dovrà reagire.

Se le tensioni salgono pericolosamente gli stati della regione dovranno scegliere per sé fino a che punto vogliono essere coinvolti in questi sforzi. Dopo tutto, tutti i discorsi sull’importanza della decisione arbitrale vogliono dire poco se le parti non lo rispettano e gli attori non lo applicano.

Prashanth Parameswaran, Thestraitstimes