La domanda di legittimazione del governo thailandese e la lesa maestà

Il governo del primo ministro Prayuth Chanocha si trova di fronte a sfide alla propria legittimazione ideologica dal momento che membri delle generazioni giovani sempre più infrangono il tabù della critica alla monarchia e mostrano che le dure leggi servano a poco nel controllo della critica.

Per l’elite del potere thailandese, l’istituzione reale incorpora la rettitudine ed è una parte essenziale dello spirito della nazione.

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Dopo tutto il colore blu nella bandiera nazionale a tre colori rappresenta la monarchia. La costituzione sostiene il posto della corona alla sommità di una società gerarchica e dice: “Il re deve essere installato in una posizione di adorazione riverita e non deve essere profanato. Nessuna persona deve esporre il re ad ogni tipo di accusa o azione”.

L’ex capo dell’esercito Prayuth Chanocha giustificò il golpe militare sotto il proprio comando a maggio 2014 come un atto per mettere al sicuro la riverita istituzione reale durante il periodo di transizione critica dal regno di Re Bhumibol a quella del figlio ed erede Re Vajiralongkorn.

Il golpe giunse nel mezzo del turbinio politico causato da una serie lunga di proteste di strada sponsorizzate dalla elite e sostenute dai militari contro l’ex premier Thaksin Shinawatra e suoi associati.

Sin dal settembre 2006 fu ovvia la mano del palazzo durante la lunga crociata contro Thaksin e tutti i suoi sostenitori che provengono in maggior parte dai gruppi più poveri del paese.

Per proteggere la corona dalla critica sul suo coinvolgimento politico, le autorità arrestarono e processarono oltre 700 persone secondo la draconiana legge thailandese di lesa maestà nel periodo che va dal golpe del 2006 a quello del 2014.

L’articolo 112 del codice penale definisce l’insulto o la minaccia al re, alla regina, all’erede al trono o al reggente come un crimine che comporta sentenze dure da tre a quindici anni di carcere.

Molti di coloro che sono stati accusati secondo l’articolo 112 sono giovani militanti che chiaramente non avevano connessioni con Thaksin ed i suoi partiti. Il periodo più acuto delle accuse di lesa maestà venne dopo il golpe di Prayuth. In totale furono perseguite secondo questa legge 99 individui nel 2014, 116 nel 2015 e 101 nel 2016.

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In un passaggio epocale a giugno scorso, il premier Prayuth fece sapere che il Re gli aveva chiesto di non usare la legge di lesa maestà contro gli antimonarchici. Ed il primo ministro Prayuth ha detto che nei due anni precedenti non è stato perseguito nessun’altra persona.

Mentre l’ascesa al trono del nuovo monarca alla fine 2016 fu tutta in ordine, continuavano le accuse di offesa alla monarchia. I media locali ed i militanti dei diritti umani hanno denunciato che dal 2014 nove militanti accusati di lesa maestà e rifugiatisi in Cambogia e Laos sono scomparsi. I corpi di due di loro furono ritrovati a gennaio 2019 nel fiume Mekong.

L’ultima scomparsa forzata venne agli inizi di giugno 2020 quando il militante Wanchalearm Satsaksit fu visto in un video delle telecamere di sorveglianza essere portato via da uomini non identificati dalla strada di Phnom Penh.

Il giovane uomo era fuggito nel 2014 dalla Thailandia quando fu accusato di aver violato l’ordine di presentarsi davanti alla giunta del NCPO. Non fu accusato di aver offeso la monarchia. Cionondimeno la scomparsa di Wanchalearm Satsaksit ha acceso proteste tra piccoli gruppi di studenti che hanno sollevato domande sul ruolo delle forze di sicurezza thailandesi nel rapimento e che hanno chiesto l’abolizione della legge di lesa maestà.

Non è affatto chiaro se la scomparsa di Wanchalearm abbia una connessione con la monarchia.

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Il premier Prayuth ha fatto una minaccia velata agli studenti ed ai militanti che protestano per la scomparsa appellandosi loro a non criticare la monarchia se non vogliono subire sanzioni legali e sociali.

All’interno di questo contesto, ha detto Prayuth che con l’articolo 112 in funzione la Thailandia “non ha avuto molti problemi”. L’articolo non lo si usa perché “il re ci ha gentilmente richiesto di non usarlo”

Quarantacinque persone furono accusate di lesa maestà tra gennaio e settembre 2017, nel primo anno del nuovo regno. Ma da allora nessuno è stato più accusato secondo questa legge, anche se si è vista diffusamente la critica alla monarchia sui media sociali negli anni scorsi.

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In un articolo del BangkokPost si legge che non aver usato la legge di lesa maestà è uno sviluppo ben accetto. Ma l’opinionista ha aggiunto che c’è bisogno di fare una chiara distinzione tra cosa costituisce un insulto e cosa è una “discussione e critica giusta” della monarchia.

David Streckfuss, uno studioso americano, ha notato che il dibattito sulla legge di lesa maestà aveva aperto lo spazio per discutere l’articolo 112, compreso il riconoscimento pubblico dei problemi di questa legge.

Il critico sociale Sulak Sivaraksa che aveva avuto problemi con la stessa legge di lesa maestà ebbe una rara udienza col re nel dicembre 2017. Il re gli chiese della legge di lesa maestà e Sulak rispose che la legge era spesso abusata e finiva per sporcare l’immagine della monarchia.

Poco tempo dopo quell’incontro fu fatta cadere un’accusa di lesa maestà nei confronti dello stesso Sulak.

Il re aveva scritto lettere alla corte suprema all’avvocatura generale in cui chiedeva che non si accettassero altri casi e rimosse efficacemente uno strumento usato dai militari e dalla elite di Bangkok contro i propri critici.

Si potrebbe dire che coloro che sono visti offendere la monarchia possono essere arrestati usando altre leggi, come la legge del 2017 del Crimine informatico e la legge della sedizione.

Per esempio uno studente ventenne fu prelevato dalla casa a Chonburi a febbraio di questo anno. Fu accusato di aver violato la legge del crimine informatico per aver postato messaggi sulla monarchia via Twitter. Ad aprile un paziente psichiatrico si suicidò dopo essere stato condannato a 3 anni di carcere sotto la stessa legge per aver criticato online la monarchia.

Le autorità ripetutamente invitano i Thailandesi a non offendere la monarchia. Abbastanza stranamente, il numero di sfide all’istituzione reale sembra per molti versi crescere. Sembra che l’uso delle minacce e degli avvisi abbia solo creato paura e portato a lamentele che si accumulano.

Forse sono dovuti una revisione ed una riformulazione delle dure leggi del paese sui reati percepiti verso la monarchia.

Supalak Ganjanakhundee, ISEAS – Yusof Ishak Institute