La guerra totale delle forze armate contro la popolazione birmana

Il golpe dei militari birmani del 1 febbraio 2021 sta precipitando il paese in una guerra totale delle forze armate contro tutta la popolazione birmana, mentre un movimento di disobbedienza civile impedisce ai generali di prendere il controllo pieno dello stato.

In questa guerra asimmetrica, la giunta guidata dal comandante in capo Min Aung Hlaing usa con gioia maniacale tutti gli strumenti di violenza a sua disposizione.

movimento di disobbedienza civile

I soldati sparano a civili disarmati, e finora sono oltre 500 i morti, tra cui bambini di cinque anni; picchiano senza pietà manifestanti e torturano i dissidenti in carcere fino ad ucciderli in una vampata di cieca brutalità che vuole terrorizzare l’intera nazione a sottometterla del tutto.

Una tale brutalità la si può leggere come la disperazione di una bestia stretta in un angolo che libera la sua furia in tutte le direzioni.

Il bisogno di questa violenza per poter restare al potere da parte del Tatmadaw, nome con cui sono conosciute le forze armate birmane, tradisce la mancanza di legittimità popolare che questa violenza non può mai invocare. Al contrario. Qualunque sia il risultato di questo scontro, l’esercito è più odiato che mai, e questo odio durerà per anni a venire.

Questo porta a termine il breve e raro momento in cui le forze armate goderono di un sostegno popolare per le “operazioni di rastrellamento” da genocidio nel 2016 e 2017 contro i Rohingya, una tormentata minoranza indigena del Arakan Occidentale.

A causa del disprezzo di molti birmani verso i Rohingya come minaccia demografica e considerati a torto come immigrati clandestini da quello che ora è il Bangladesh, molti birmani avevano approvato le azioni militari contro di loro.

Mentre il leader eletto birmano, Aung San Suu Kyi agli arresti domiciliari ed isolata dal mondo e mentre i più importanti politici del suo partito NLD sono agli arresti o clandestini, larghi strati della popolazione hanno deciso immediatamente di fare qualcosa.

Appena dopo il golpe, i cittadini birmani di tutti gli strati sociali, hanno lanciato un movimento spontaneo e pacifico di disobbedienza civile che resiste in modo sorprendente nonostante, e forse a causa, della mancanza di una guida centralizzata.

Dottori ed infermiere, impiegati dello stato, lavoratori delle fabbriche, studenti, lavoratori portuali e molti altri hanno bloccato l’economia da alcune settimane andando per le strade quasi tutti i giorni e riuscendo a rendere il paese ingovernabile per il SAC, Consiglio di Amministrazione dello Stato, guidato dal comandante militare Min Aung Hlaing.

Nel frattempo, un gruppo di legislatori eletti alle elezioni di novembre 2020 ha creato un governo civile, CRPH, o Comitato di Rappresentanza del Parlamento, che prova a raccogliere il sostegno internazionale mentre negozia al contempo un fronte comune con le organizzazioni armate etniche ai confini del paese.

Al momento del golpe questi legislatori sono fuggiti dalla capitale e sono ora in un luogo sconosciuto. Si parla già di formare una “esercito federale” unificato per combattere il Tatmadaw. Una simile forza unificata sarà molto difficile da mettere insieme a causa della profonda sfiducia tra alcuni di questi gruppi, ma molti di loro hanno espresso la solidarietà al movimento di disobbedienza civile, ed alcuni hanno riaperto gli attacchi contro i militari.

In breve il colpo di stato ha unificato in modo senza precedenti un paese profondamente diviso lungo linee etniche, religiose e di classe. Il Tatmadaw si è sempre presentato come la sola garanzia dell’unità nazionale ed il golpe prova questa posizione in modo paradossale in un modo non previsto: con poche eccezioni l’intero paese sembra essersi unito contro di esso.

Uno scontro che cresce

Il golpe sembra andare contro gli stessi interessi del Tatmadaw e il sistema che funzionava bene per loro dal 2011, quando la giunta che governava il paese dal 1988 decise di iniziare una transizione ad “una fiorente democrazia disciplinata”, i cui termini erano stati posti dai soli generali.

La loro costituzione dà loro controllo in tre ministri fondamentali come difesa, interni e frontiere, oltre ad un quarto dei seggi nel parlamento, garantendo ai militari un ruolo centrale nella politica e la libertà dallo scrutinio del governo.

Il golpe è giunto dopo settimane di accuse ancora senza fondamenta di frodi elettorali diffuse dopo la vittoria totale del NLD alle elezioni di novembre 2020. Queste accuse furono fatte per prima dal partito vicino ai militari, USDP, e poi dai militari stessi. La Commissione Elettorale dell’Unione, UEC, nominata dal governo NLD, rigettò queste accuse e alla fine il comandante Min Aung Hlaing decise di prendere il potere a poche ore dall’insediamento del parlamento e dalla proclamazione del nuovo governo eletto.

Nel frattempo, gli sviluppi in corso nella guerra tra Tatmadaw e Arakan Army, che lotta per l’autonomia del Rakhine, il gruppo etnico buddista dominante nello stato del Arakan, ha contribuito anche ad approfondire le tensioni tra NLD e militari.

Sin dalla fine del 2018, la guerra del Arakan si era trasformato nel conflitto più violento del paese e, a poche settimane dalle elezioni, la UEC decise di cancellare le elezioni in gran parte dello stato per questioni di sicurezza. Ma appena dopo le elezioni, colloqui tra Tatmadaw e AA portarono ad un cessate il fuoco informale, e AA chiese nuove elezioni nell’intero Arakan, idea che il Tatmadaw immediatamente fece proprie.

NLD ha poco sostegno nel Arakan e avrebbe probabilmente perso contro ANP locale, che nel Arakan è molto più forte. Il governo civile ignorò le richieste del AA ed dei militari birmani di nuove elezioni nel Arakan, cosa che fecero infuriare di più i generali.

I militari hanno nominato alcuni politici del ANP a membri del nuovo regime militare nel Arakan, dove il movimento di disobbedienza civile non ha preso piede. Questo rende Arakan la sola regione del paese senza un movimento di protesta significativo contro il nuovo regime tranne alcune città nel meridione dello stato, dove il nazionalismo Rakhine è più debole e l’opposizione alla giunta è più forte.

Nel frattempo i militari hanno tolto AA dalla lista di organizzazioni terroristiche a marzo 2021. Il gruppo armato è restato per lo più silenzioso dopo il golpe ma di recente ha annunciato la sua intenzione di unirsi alle forze con altre milizie di combattere il Tatmadaw. Ciononostante ANP continua a sostenere la giunta militare rendendo Arakan il solo stato dove la tattica del divide et impera del Tatmadaw sembra aver finora avuto successo.

Qualunque siano le ragioni vere del golpe, che potremmo anche non saperle mai a causa dell’opacità del comando del Tatmadaw, non sembra che sia stato pianificato bene, cosa che è attestata dalla defezione di molti diplomatici, come quella del rappresentante all’ONU. Inoltre l’immensa rivolta popolare contro il golpe sembra aver preso di sorpresa la giunta.

Il fatto che i militari non abbiano creato delle instabilità forti da convincere alcune parti del paese della necessità della presa del potere, al contrario di quanto accadde in Thailandia prima del golpe 2014 giunto dopo mesi di proteste di strada, dimostra quanto mal pianificata sia stato l’azione.

Il golpe piuttosto che il risultato di una lunga cospirazione sembra essere stata la soluzione del Tatmadaw a quello che era all’inizio un confronto gestibile tra NLD e militari che si è trasformato mentre essi diventavano sempre più intolleranti della presenza del governo civile mentre NLD decideva di difendere la sua ultima vittoria elettorale.

Ora l’affermazione di Min Aung Hlaing e dei suoi lacchè della costituzionalità della presa del potere e la promessa di tenere elezioni entro un anno appare sempre più vuota. Il golpe significa lo smantellamento reale della costituzione del 2008.

I calcoli errati di Aung San Suu Kyi

Lo scontro sui risultati elettorali fu la prima volta che Suu Kyi ed il suo partito si sono opposti apertamente ai militari dall’inizio della transizione. Il solo precedente fu forse la creazione, dopo la vittoria del NLD nel 2015, della posizione di Consigliere di Stato per lei per aggirare la clausola costituzionale che le vietava la presidenza in quanto madre di due nazionali stranieri. Ma è molto probabile che i generali le permisero con una discutibile posizione incostituzionale che la metteva “al di sopra del Presidente” dopo che lei aveva mostrato di adeguarsi e voler collaborare con loro.

Per quasi tutta la transizione, il ruolo principale e forse inconsapevole di Aung San Suu Kyi fu di dare legittimità alla democrazia fiorente e disciplinata dei militari.

Il suo obiettivo esplicito era di cambiare la costituzione per porre i militari sotto il controllo civile, un compito pressoché impossibile sotto le regole che lei aveva accettato, dato che un emendamento richiede almeno l 75% dei seggi in parlamento. La presenza del 25% dei seggi ai militari rende un emendamento impossibile senza l’assenso dei militari.

Per tutta la transizione si è comportata più come un partner che rivale politico dei militari; si è associata a loro in nome della “riconciliazione nazionale” che significa un patto tra i militari e la vecchia elite democratica di cui lei è l’esponente maggiore. Tale associazione poteva essere dovuta in tempi di calcoli strategici e alla paura di uno scontro con uomini armati, ma in tanti altri periodi diversi NLD si è mostrato più allineato ideologicamente con loro di quanto fosse chiaro prima.

Questo è diventato chiarissimo quando Suu Kyi decise di guidare l’autodifesa della Birmania alla Corte Internazionale di Giustizia a L’Aia contro le accuse di genocidio per le operazioni brutali del Tatmadaw contro i Rohingya nel 2016-17.

Tatmadaw e NLD condividono idee razziali indistinguibili sull’identità nazionale secondo cui solo i membri delle cosiddette “razze nazionali” devono essere considerati come membri in bona fide della nazione birmana. Questo esclude nel modo più tragico i Rohingya attraverso una storiografia mendace. Il governo NLD ha anche mostrato poca sensibilità alle rivendicazioni delle altre minoranze etniche. La sua gestione del processo di pace con i gruppi etnici armati è stato un abietto fallimento, forse in modo inevitabile dato che i militari non sono mai stati sotto il controllo civile, ma rafforzato dal rigetto di tutte le concessioni politiche alle minoranze.

Suu Kyi si è dimostrata essere quasi autoritaria e diffidente del coinvolgimento della gente nella politica oltre al voto per lei di quanto lo siano i generali, come mostrato nel suo diniego delle proteste di massa e della sua negazione per la viva società civile birmana. La politica partecipativa è semplicemente imprevedibile e rischiosa per la sua strategia di riconciliazione con i militari. Suu Kyi inoltre condivide con i militari un simile progetto neoliberale che la giunta precedente aveva provato a lanciare negli anni 90 ma che non avrebbe mai potuto decollare nel contesto di isolamento internazionale imposto sulla Birmania di allora.

Il governo di Suu Kyi non ha fatto tentativi di applicare una politica di redistribuzione per affrontare le immense diseguaglianze economiche. Invece ha corteggiato gli “amici”, pochi uomini d’affari senza scrupoli con enormi fortune accumulate durante la dittatura per i loro contatti con la giunta di allora, ammonendoli a “lavorare per gli altri in futuro” senza toccare i loro interessi materiali.

Il Padre del Tatmadaw

L’associazione Suu Kyi militari sembra essersi basata sull’assunzione che il Tatmadaw fosse comunque redimibile. Spesso Suu Kyi ha espresso il suo affetto per quello che ama descrivere come l’esercito del padre, Aung San, l’eroe dell’indipendenza birmana, che creò l’esercito per combattere il colonialismo britannico e che fu ucciso dai rivali politici nel 1947.

Quella però è una grande concezione sbagliata. Aung San fondò sì l’esercito birmano, ma oggi restano poche tracce della forza anticoloniale che mise insieme o della sua visione di un Tatmadaw subordinato ad un governo civile. Il Tatmadaw nella forma attuale ha altri genitori, qualunque uso possa fare a volte della figura di Aung San a scopi propagandistici.

Il principale architetto del Tatmadaw fu il generale Ne Win, comandante dell’esercito dal 1949 e colui che guidò il paese per due colpi di stato. Il suo secondo golpe del 1962 pose fine all’esperimento birmano della democrazia inaugurando 26 anni di dittatura sotto la rubrica “la via birmana al socialismo”.

Anche prima di prendere il potere Ne Win cominciò a costruire il Tatmadaw come forza autonoma, uno stato nello stato che si formava nel contesto delle minacce esterne, come l’infiltrazione dei primi anni 50 delle truppe cinesi del Kuomintang dopo la loro sconfitta nella guerra civile cinese contro Mao, e più centralmente contro la guerriglia del partito comunista birmano, scomparso solo nel 1989, e varie guerriglie etniche come quella Karen del KNU, del Kachin del KIA che sono attive sino ad oggi.

La maggioranza di queste minoranze etniche non erano mai state sotto la diretta autorità dei uno stato centrale birmano per tanto tempo prima che gli Inglesi unificarono la Birmania. Loro avevano poche ragioni per sentirsi parte di un progetto nazionale comune essenzialmente imposto dalla maggioranza Bamar dopo la sconfitta del colonialismo.

Queste guerre prolungate contro i nemici politici interni e le minoranze trasformarono il Tatmadaw in una forza di occupazione nelle terre di frontiera porose del paese, quando usava le tattiche brutali di controinsorgenza che non distinguevano tra combattenti nemici e civili.

Tattiche simili erano applicate nei centri urbani quando i Bamar si ribellarono contro il governo militare come nel 1988, quando una sollevazione popolare pose fine al governo di Ne Win che doveva essere sostituito dalla giunta attuale.

Ne Win non solo cercò di sottomettere le minoranze etniche al progetto di costruzione nazionale centrato sui Bamar, ma provò a liberarsi degli stranieri presunti quali i discendenti degli indiani che migrarono in Birmania nel periodo coloniale, i Rohingya.

Lui aveva una profonda sfiducia verso la democrazia che originava da un profondo disprezzo per la maggioranza Bamar stessa, a cui apparteneva ma che riteneva troppo immatura per governare se stessa. Perciò instillò un senso di missione nel Tatmadaw come la sola istituzione capace di governare il paese tenendolo insieme.

Alla fine, nonostante le affermazioni di lavorare “per ridare la Birmania ai Birmani” quello che Ne Win ottenne fu di darla solo ai militari. Già prima del primo golpe, cominciò a rendere il Tatmadaw autosufficiente finanziariamente, creando compagnie autonome che sono il precedente dei giganteschi conglomerati che dominano l’economia del paese.

Ne Win ed i suoi eredi trasformarono i militari in una casta di guerrieri isolata per molti versi dal resto della popolazione.

Gli ufficiali godono di privilegi ben lontano dalla possibilità di molti birmani e vivono in un modo distante dalla società birmana; loro e le loro famiglie hanno le residenze in recinti isolati, frequentano le loro scuole, medicati nei loro ospedali e socializzano tra di loro.

Dopo la caduta nel 1988 di Ne Win lo spirito di corpo sopravvisse essenzialmente inalterato con la sostituzione delle tendenze socialiste del regime di Ne Win con una prospettiva nettamente capitalista. Corruzione e saccheggio economico hanno raggiunto vette mai viste prima nel suo comando.

Le dichiarazioni del Tatmadaw della sua missione di “protezione della popolazione” hanno una verità: potrebbero essere descritte come la protezione del racket e come accade con queste organizzazioni il popolo birmano deve pagare essenzialmente per evitare la violenza del racket della protezione.

La mentalità da casta e l’isolamento sociale spiegano bene la brutalità del Tatmadaw contro la propria gente. Serve anche a spiegare perché le defezioni sono finora limitate ad ufficiali di medio e basso rango della polizia e dei militari e perché non ci sia nessuno delle alte gerarchie dei militari a rompere con Min Aung Hlaing.

Questa era sempre una possibilità lontana che diventa ancor più distante di giorno in giorno perché più ufficiali condividono una responsabilità comune nei crimini crescenti contro la popolazione.

Prospettive di una nuova Birmania

Il golpe e la repressione hanno rivelato del tutto la completa futilità sia dei tentativi di Aung San Suu Kyi di una riconciliazione nazionale che delle politiche di ingaggio con i generali portati avanti da molti paesi occidentali dopo l’inizio della transizione. Ma i Rohingya e molti membri delle minoranze come i Kachin già sapevano dai loro ricordi recenti quello che lei si rifiutava di vedere: i militari birmani sono una organizzazione criminale che non si redime.

I Birmani ora soffrono una repressione nelle città della Birmania centrale che sorpassa quella del 2007 della “rivoluzione dello zafferano” o persino il bagno di sangue con cui il Tatmadaw ritornò al potere nel 1988.

In questo contesto molti birmani si stanno interrogando seriamente ed esprimono la loro solidarietà alle minoranze che continuamente soffrono di tali abusi da decenni.

Emerge una nuova alleanza tra le etnie. Questa solidarietà raggiunge persino i Rohingya ed alcuni birmano esprimono il loro rammarico per non aver condannato i crimini recenti contro i Rohingya mentre i rappresentanti del CRPH incontrano i capi Rohingya.

Queste affermazioni di sostegno per la minoranza più disprezzata della Birmania era impensabile solo pochi mesi fa e sono incoraggianti. Ma è difficile valutare quanto siano diffuse o fino a che punto il CRPH sia sincero o fino a che punto non stia usando una causa importante per attirare il sostegno all’estero.

Inoltre la maggioranza delle voci attribuiscono la colpa delle sofferenze dei Rohingya solo sul Tatmadaw, ma il razzismo contro i Rohingya infetta persone che si erano opposte da anni ai militari, come i capi del NLD. Il razzismo corre molto più profondamente di un mero lavaggio di cervello da parte degli odiati militari, la cui propaganda virtualmente nessuno credeva in Birmania se non contro i Rohingya.

E la realtà del Arakan è che i politici Rakhine conosciuti per il loro odio verso i Rohingya sono ora membri del governo dello stato.

Costruire una Birmania democratica multietnica, dove tutte le comunità possono accordarsi per coesistere in pace e liberamente senza essere oppressi da un governo dominato dai Bamar dopo decenni di conflitto, richiederà molto di più che liberarsi del Tatmadaw.

E’ questa una condizione necessaria ma non sufficiente.

Ci vorrà una certa immaginazione politica, una generosità e forza che le vecchie forze democratiche guidate da Aung San Suu Kyi e NLD non hanno. Per ora la battaglia dura è sconfiggere Min Aung Hlaing e la sua giunta militare; l’alleanza che si forma per ottenerla sarà la base per la futura ricostruzione del paese una volta che tale lotta sarà terminata.

Carlos Sardiña Galache, PositionPolitics.org

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