La reale minaccia dei militanti islamici nel Sud Est Asiatico

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Questo articolo di Rivalutazione della reale minaccia dei militanti islamici nel sud est asiatico della analista malese Munira Mustaffa è stato scritto alcuni mesi fa e rappresenta un caposaldo nella analisi dei movimenti di militanti islamici dell’IS nella regione, dopo il ritorno al potere in Afghanistan dei Talebani e soprattutto l’intensa opera di controinsorgenza ad opera dei governi filippino, indonesiano e malese.

I militanti islamici continuano a costituire una questione di sicurezza per governi e polizie nel Sud Est Asiatico e il gruppo dell’IS ha rappresentato una minaccia unica per la regione con i suoi tentativi di formare un califfato islamico in particolare dopo la sua sconfitta in Siria ed Iraq nel 2017 che ha alimentato le discussioni sul possibile uso di questa regione come suo secondo fronte.

militanti islamici nel sud est asiatico

Le capacità dell’IS comunque sono state in genere sopravvalutate. Il successo delle ambizioni globali del gruppo dipende moltissimo sulla capacità di sfruttare i vuoti di sicurezza creatisi con le questioni locali. IS ha avuto problemi nell’adattarsi alle questioni locali mentre provava ad unificare e sostenere differenti attori, le cui dinamiche interne spesso sono di ostacolo alle loro proprie capacità operative ed organizzative, senza un chiaro scopo di unione in un ambiente forte di sicurezza.

Poiché la gran parte del movimento del Califfato Islamico nel Sud Est Asiatico è alimentato da insorgenze locali, le ambizioni di califfato del gruppo hanno perso il proprio fascino.

I legami dei militanti islamici del Sud Est Asiatico con l’Afghanistan: allora ed oggi

La guerra dell’Afghanistan degli anni 80 ebbe un ruolo importante nel produrre una generazione di militanti islamici nel Sud Est Asiatico attraendo tantissimi combattenti stranieri islamici che vedevano la guerra come un proprio dovere religioso per diventare mujahideen.

Si è stimato che centinaia di militanti si addestrarono in Afghanistan tra il 1985 e il 1994 quando si formarono gruppi come Jemaah Islamiyah, MILF e Gruppo Abu Sayaff filippini formando legami forti con Al Qaeda attraverso l’esperienza condivisa di combattimento. Il marchio di un califfato globale dello IS si appellava a tanti militanti e aspiranti estremisti della regione nonostante i loro litigi con Al Qaeda. ASG presto si unì all’IS insieme al BIFF Filippino ed adottarono rispettivamente i nomi di ISEA e IS-Maguindanao. Il gruppo Maute aderì con il nome IS Ranao.

Di contro Jemaah Islamiyah, che è stato un movimento influente jihadista transnazionale, è rimasta affiliata ad Al Qaeda e alla sua radice siriana, Hay’at Tahrir al-Sham e Huras ad-Din, ed aveva provato a mandare i suoi membri ad addestrarsi con Hay’at Tahrir al-Sham.

Comunque quando il capo spirituale di JI Abu Bakar Ba’asyir, che fondò anche Jemahh Ansharut Tauhid, promise fedeltà al capo di IS Abu Bakr Ba’asyir, si ebbe una spaccatura tra i suoi fedeli. Questa improvvisa dichiarazione di fedeltà aveva creato una crisi istituzionale tra i seguaci di Ba’asyir, dato che Jemaah Islamiyah considera IS degli estremisti, portando la divisione del gruppo e la formazione di Jemaah Ansharut Syariah, JAS, che ideologicamente si avvicina ad Al Qaeda ma sottolinea l’evangelizzazione e i servizi sociali più che la violenza.

militanti islamici nel Sud Est Asiatico

Il ritorno al potere dei Talebani in Afghanistan ad agosto 2021 aveva acceso speculazioni su una maggiore radicalizzazione nel Sud Est Asiatico che avrebbe potuto materializzarsi in maggiori attacchi nazionali o ispirare i combattenti stranieri ad andare in Afghanistan. Ma gli eventi in Afghanistan finora hanno avuto poco effetto sui gruppi perché l’estremismo nella regione non è più ideologicamente o logisticamente connesso all’Afghanistan anche con i gruppi vicini ad Al-Qaeda.

Non c’è un legame logistico tra Afghanistan e la regione perché non ci sono alleanze ben strutturate nella regione per mobilitare o facilitare il sostegno logistico; la militanza nella regione è ancora guidata da fattori storici e nazionali come le radici anti coloniali e obiettivi secessionisti. Le attività militanti nella regione restano in gran parte legate alle Filippine Meridionali e all’Indonesia.

Nel frattempo l’IS continua a lottare contro le azioni militari in Iraq e Siria, ed alcuni dei suoi combattenti si sono spostati in Afghanistan per lottare contro i Talebani. L’attacco di febbraio che uccise il capo IS Abu Ibrahim al-Hashemi al-Qurashi nella Siria settentrionale ha dato un colpo serio alla narrazione di ricostruzione del gruppo e ai tentativi di risorgere. Come la morte di al-Baghdadi, è improbabile che l’omicidio di al-Qurashi ispirerà attacchi di vendetta nel Sud Est Asiatico.

Inoltre l’amara rivalità tra al Qaeda e IS-Khorosan potrebbe aver diluito la loro influenza nel Sud Est Asiatico, poiché non c’è un chiaro obiettivo comune per galvanizzare l’ummah globale. Poiché gli obiettivi ambiziosi del IS-Khorosan sembrano centrati ad espandere la propria presenza ed influenza nell’Asia Centrale e Meridionale, non ci sono indicazioni che proveranno ad espandersi né prove di avere risorse per facilitare l’addestramento e costruire i legami. I membri del gruppo provengono dall’Asia Centrale e meridionale, e molti erano Talebani al punto che alcuni analisti li hanno descritti non come una provincia dell’IS quanto una fazione separata dei Talebani.

Le traiettorie fluide delle attività militanti nel Sud Est Asiatico hanno contribuito alla rinascita della falsa credenza popolare che la regione fosse un secondo fronte dell’estremismo islamico. Mentre i gruppi militanti locali aderivano al Califfato Islamico, sembrava che il gruppo acquisisse appoggi, ma l’importanza geografica della regione è stata sovrastimata. A differenza delle relazioni strette coltivate da al Qaeda con gli estremisti importanti della regione e delle connessioni formatesi con i loro programmi di addestramento, l’IS si affidava per lo più alle operazioni dei media centralizzate, divenute in seguito decentralizzate, per propagare la sua propaganda e prendere seguaci che andassero in Iraq e Siria per partecipare agli sforzi di costruzione dello stato o fare attacchi locali.

Capacità Operative

L’estremismo religioso sembra essere il motore primario dei movimenti militanti indonesiani, malesi e filippini. Gli attacchi sporadici fatti dai gruppi proIS in Indonesia e Filippine nonostante la disintegrazione del califfato hanno dato l’impressione che le capacità di questi gruppi stiano migliorando a causa della loro tempistica operativa.

La pandemia del COVID-19 aveva posto criticità alla loro resilienza, frustrando i loro sforzi per prendere l’opportunità di riorganizzarsi, di pianificare attacchi, spingere narrative per incoraggiare divisioni, reclutamento e sfruttare vulnerabilità mentre le autorità locali rendevano prioritaria la crisi sanitaria. Invece la pandemia ha compromesso i loro movimenti, capacità e accesso alle risorse.

Alcuni gruppi della regione hanno sofferto per finanziarsi mentre la pandemia rendeva difficile ai propri membri guadagnarsi da vivere ostacolando qualunque raccolta di fondi per attività militanti. Altri gruppi meglio strutturati con strategie coerenti di raccolta di fondi sono più adattabili a paragone. Mentre la pandemia ha ostacolato tentativi di facilitare gli attacchi, i militanti si sono sostenuti in altri modi.

Militanti islamici filippini

Dati i decenni di violenza che hanno colpito Mindanao a cui si aggiungono la politica difficile e il commercio di armi di Sulu che accresceva conflitto e instabilità, le Filippine meridionali sono state da tempo descritte come terreno fertile per l’insorgenza islamica. Dal 2000 i gruppi radicali islamici hanno fatto numerosi attacchi in gran parte nel meridione del paese.

Si sono legate le organizzazione terroriste transnazionali come Al Qaeda e Jemaah Islamiyah alle attività nelle Filippine, il cui meridione aveva funzionato come base di addestramento complementari al programma congiunto di al Qaeda e JI dagli anni 90.

militanti islamici nel mare di sulu

La militanza in Mindanao è in declino dal 2020 per varie ragioni. Le azioni militari del governo a Sulu e Basilan contro le fazioni vicine all’IS di Abu Sayaff sno più aggressive. Abu Sayaff si è diviso in sottogruppi rivali più piccoli spesso lungo linee di faglia familiari o criminali e molti suoi membri si sono arresi alle forze di sicurezza. Anche il BIFF soffre per le stesse ragioni.

Di conseguenza, i membri militanti erano esausti per le loro sconfitte territoriali, le decapitazioni della guida di comando, perdita di basi e di roccaforti che hanno portato ad un aumento di militanti che si arrendono. Circa 347 militanti, con membri di Abu Sayaff, BIFF e Gruppo Maute si sono arresi alle forze di sicurezza filippine alla fine del 2020 mentre 130 sono stati uccisi. La pandemia ha dato al governo un’opportunità di offrire incentivi al disarmo e alla smobilitazione.

La nomina recente dell’emiro dell’IS per il Sud Est Asiatico, come le bombe del 31 maggio a Basilan non ancora rivendicati, potrebbero indicare che i militanti di questa regione inquieta tentino di riprendere il loro momento precedente al COVID e lanciare nuovi attacchi. Non si devono confondere questi atti con una misura di efficacia o forza del gruppo. Finché il nuovo emiro non dimostri pazienza strategica piuttosto di sovrastimare l’utilità della violenza nel suo nuovo ruolo, colpi privi di principi può solo funzionare come segnale di cattive capacità.

Militanti islamici in Indonesia

Tra il 2002 e 2010, JI era la rete terroristica più pericolosa nella regione, responsabile di vari attacchi terroristici. Come in risposta alle bombe di Bali, la polizia indonesiana ha creato un’unità antiterroristica di elite, la Densus 88, che ha guidato le operazioni concertate in Indonesia e nella regione con incursioni, arresti ed eliminazione di importanti militanti di JI che hanno tagliato la sua efficacia operativa.

Eppure il gruppo è ancora una minaccia a medio e lungo termine nonostante non sia stato coinvolto in atti recenti di violenza. JI è riuscita a superare l’impatto della pandemia sulle proprie attività e finanze inventandosi organizzazioni non governative di carità ed orfanotrofi e ponendo scatole di offerta nei negozi e supermercati indonesiani per elemosina da insospettabili donatori per finanziare le attività del gruppo, tra le quali i viaggi in Siria per l’addestramento con Hay’at Tahrir al-Sham e le spese legali per i militanti nei processi. Syam Organizer, un braccio di finanziamento di JI, ha raccolto 136mila dollari. JI ha poi cercato legittimità partecipando al processo elettorale mascherandosi da partito politico e mettendo uno dei suoi membri nel consiglio religioso del paese.

Mentre JI vive un declino nella violenza, un nuovo affiliato all’IS, JAD o Jemaah Ansharut Daulah, nasce nel 2014. Guidato da Aman Abdulrramahman ha acquisito subito notorietà per gli attacchi contro i cristiani tra cui le tre bombe a Surabaya del 2018, le bombe del 2019 a Jolo e quelle di marzo 2021 a Makassar nella domenica delle Palme.

Mentre JI ha una struttura centralizzata e gerarchica, la letalità del JAD è attribuita alla sua natura decentralizzata, alla unità familiari con otto comandi regionali in tutta l’Indonesia. Mentre JI ha una strategia meticolosa, l’approccio del JAD è più opportunistico e ignora gli impatti a lungo termine. A causa di ciò, le autorità indonesiane hanno puntato i loro sforzi a prendere di mira e arrestare cellule dell’IS come il JAD. L’espansione della burocrazia antiterrorismo indonesiana ha contribuito alla cattura di capi importanti e facilitatori.

Un’altra organizzazione legata all’IS attiva in Indonesia, MIT o Mujahideen dell’Indonesia Orientale, opera a Poso nelle Sulawesi centrali. Nel 2014 il MIT fu il primo a giurare bay’ah all’IS. Nonostante la morte nel 2016 del comandante Santoso, il gruppo è riuscito a trarre vantaggi dalla pandemia per aumentare i ritmi operativi e istigare il conflitto settario, dando il merito per la propria abilità a trovare aiuti e alimenti al sostegno popolare delle comunità locali a causa della storia della regione di conflitti settari agli inizi del 2000.

Il MIT è capace di diffondere paura quando necessaria per intimidire la gente nonostante non sia un gruppo grande. La sua resilienza nasce dalla sua narrazione che controlla il territorio di Poso ed è capace di attrarre esterni, finanziamenti e sostegno da altre reti militanti.

Comunque il gruppo si è diviso di recente ed ha visto gravi perdite più difficili da sostenere senza comando politico. Nel 2021 Densus 88 ha arrestato 370 terroristi tra cui 194 militanti di JI, 16 di MIT e 5 del JAD.

Militanti islamici in Malesia

Sebbene il terrorismo sia raro in Malesia rispetto ad Indonesia e Filippine, la Malesia è un noto punto di transito e chiaro porto sicuro dei gruppi terroristi. Uno dei primi movimenti estremisti di base può essere individuato in Zainon Ismail, veterano della guerra dell’Afghanistan che fondò nel 1995 il KMM, Kumpulan Militan Malaysia. Sotto la guida del più radicale Zulkifli Abd Hir, KMM fece il passo verso la violenza aspirando a sostituire il governo con uno più islamico. L’antiterrorismo all’indomani di Bali portò alla disintegrazione di KMM e al degrado di JI. Furono arrestati i membri come Yazid Sufaat che sviluppò l’anthrax come arma biologica per Al Qaeda e il bombarolo Azahari Husin che fu ucciso.

Comunque mentre questi gruppi scomparivano, IS iniziò ad avere trazione sui musulmani malay. Il governo malese ha stimato che oltre un centinaio di malesi siano andati in Siria dal 2013 per unirsi all’IS, e quando il gruppo iniziò a perdere territori, invitò i suoi militanti a fare attacchi nei propri paesi. Inoltre i militanti malesi ed indonesiani in Siria costituirono un’unità militare specializzata, Katibah Nusantara per facilitare l’arrivo dell’IS nel Sud Est Asiatico riuscendo persino a dirigere da Raqqa gli attacchi del 2016 a Giacarta.

L’attacco del 2016 del Movida Bar, fatto da operativo locale Muhammad Wanndy Muhammad Jedi, accese le paure che il gruppo voleva accrescere gli attacchi in Malesia. Ma l’attacco e la guida caotica di Wanndy non riuscirono a galvanizzare altri per una campagna lunga, riflesso della cattiva resilienza e di incapacità ad organizzare efficacemente. Campagne terroristiche di successo richiedono non solo la motivazione attraverso la violenza; anche tattiche coercitive devono far parte di strategie coerenti fatte da una organizzazione che è adatta allo scopo. Il successo di una tale campagna è legata alla conquista di legittimazione attraverso il sostegno di massa che gli attori locali dell’IS non avevano. Inoltre prima le leggi antiterrorismo malesi erano abbastanza potenti da permettere l’arresto di sospettati per ulteriori indagini per accuse di terrorismo. Nel 2019 furono arrestati oltre 500 sospettati, un numero che però nel 2020 crollò a sette a causa dell’Ordine di Controllo dei movimenti per la pandemia.

La Malesia vive da qualche decennio una crescita del fondamentalismo islamico laddove movimenti ultra conservatori spingono per riforme verso un modello di Islam più duro e rigido. C’è sempre maggiore possibilità che gli estremisti adottino un meccanismo politico per introdurre il modello dei talebani afghani di sharia interpretata con durezza in modo simile all’approccio di JI in Indonesia piuttosto che un movimento violento che rischia di far perdere il sostegno popolare.

Criticità organizzative

I gruppi militanti nel Sud Est Asiatico si confrontano con problemi organizzativi di lancio della violenza collettiva, e i gruppi legati ad al Qaeda protendono per concentrarsi su conflitti locali per essere legittimati e per evitare di mettersi contro l’Occidente. Nel frattempo, gli alleati dell’EAIS provano a ricreare il precedente successo invitando i militanti ad andare nelle Filippine.

Questi gruppi combattono anche per creare una coalizione regionale efficace perché ognuno comprende individui con obiettivi e lamentele distinte locali. Inoltre il successo del nuovo Emiro sarà determinato dalla sua capacità di saper valutare pazienza piuttosto che gli attacchi frettolosi.

Diventa sempre più difficile per i militanti mobilitare efficaci tattiche coercitive specie negli stati che hanno forti ambienti di sicurezza. La forza dei regimi e dello stato come anche intelligence competenti e militari efficienti rientrano in questo calcolo. Per esempio Malesia, Indonesia e Filippine hanno tutti una legislazione antiterrorismo che rafforza la sicurezza per condurre arresti preventivi per reati di terrorismo e permette la detenzione estesa.

La forza di questi gruppi militanti sta nella loro abilità di inquadrare e disseminare la loro narrazione. Trasformare il sostegno di massa in partecipazione attiva è fondamentale per promuovere cause di insorgenza ma questi militanti non hanno capito l’importanza di questo processo. Di fronte alla fine del Califfato e alla sconfitta di Marawi, si è pensato che hanno sposato un’ideologia senza senso. Il rimpatrio malese dei combattenti stranieri dalla Siria ha anche aiutato a portare a casa le loro esperienze che illuminavano la dura realtà delle promesse vuote dell’IS scoraggiando gli altri ad unirsi.

Il cambio di questi gruppi da organizzazioni centralizzate a reti decentralizzate come il JAD è indicazione che sperano di intraprendere azioni diverse mentre si affrontano sfide nel mantenere la loro letalità operativa per il migliorato ambiente della sicurezza. Si sa che i militanti cambiano struttura quando pensano che saranno più al sicuro, ma invece diventano più fragili mentre perdono agilità, resilienza ed efficienza.

Quando i gruppi si espandono per formare cellule, questo è il segno che hanno problemi con la pressione antiterroristica. Per esempio il JAD tradisce la propria inadeguatezza strategica ed orchestra attacchi quando è più debole per la sola volontà di mandare un segnale di capacità. Molti di questi gruppi si sono anche divisi, ed è probabile che si divideranno ancora. La fuoriuscita del JAS da Jemaah Ansharut Tauhid indicava che erano incapaci ad accordarsi sull’uso della violenza a fini politici, e JAS cercava legittimazione. Infine i gruppi terroristi hanno bisogno di porti sicuri dove possano vivere in stati con governi deboli mentre si prendono di mira altre aree; è probabile che si rifugeranno in Malesia.

Risposta dell’antiterrorismo del governo

Dopo le consultazioni con le parti governative e organizzazioni della società civile, Malesia, Indonesia e Filippine hanno sviluppato e applicato un piano di azione nazionale per prevenire e contrastare l’estremismo violento con approcci da governo intero e società intera per combattere l’estremismo come parte della loro risposta antiterroristica. Questi stati lavorano di concerto con gli USA con cooperazione alla sicurezza bilaterale e multilaterale. Gli accresciuti accordi di condivisione dell’informazione, assistenza reciproca transfrontaliera e sforzi subregionali come Accordo Cooperativo Trilaterale e Our Eyes Initiative possono essere usati a beneficio degli sforzi di antiterrorismo di governi democratici. Concentrarsi sull’ideologia, il messaggio e la risonanza militante oltre alle attività militari e applicazione della legge è solo metà della battaglia. Dato che gli USA finanziano gli sforzi per sostenere i suoi amici del Sud Est Asiatico, sarebbe bene dare a queste nazioni capacità accresciute di monitoraggio e valutazione per valutare i loro progressi e mitigare gli abusi di questi fondi, la corruzione, oltre agli scambi continui di abilità e conoscenza.

Minacce reali e immaginate

Mentre resta una minaccia estremista esistente nel Sud Est Asiatico, il collasso del califfato islamico in Iraq e Siria e il riemergere del governo dei Talebani in Afghanistan non significa una accresciuta possibilità di violenza politicamente o religiosamente motivata.

I legami tra i gruppi sono al meglio ambiziosi, legati ad una comune ideologia; la gestione reale e l’esecuzione delle operazioni restano locali. Viste le fragili democrazie della regione, il maggior rischio che si trascura è la possibilità che gli estremisti facciano il gioco lungo di lasciar da parte la violenza come strategia e partecipare a movimenti politici ultraconservatori legittimi, per fare leva e sovvertire i mezzi democratici per i propri fini.

Sebbene molti gruppi militanti non possano vincere contro questi governi pur con le loro democrazie azzoppate per il robusto ambiente della sicurezza, l’espansione delle fratture comunali continuerà a provocare conflitti.

Poiché gli agenti e cellule locali sono legate da lamentele comuni e non dalla nozione di un califfato globale o da un’alleanza con i Talebani, le misure antiterrorismo devono anche prendere di mira le reti sociali interne dei militanti. Idealmente si potrebbe raggiungere affrontando le questioni delle differenze sociali crescenti e della crescente alienazione sociale. Cionondimeno affrontare le questioni sociali necessita rispondere a tutti i livelli, ed i governi nella regione devono essere preparati a partecipare ad un dialogo aperto con popolazioni vulnerabili ed essere trasparenti nei loro arresti di antiterrorismo.

Munira Mustaffa, Newlinesnstitute

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