La sospensione delle preferenze commerciali alla Birmania e l’impatto sociale

L’annuncio dell’Unione Europea di aver preso in considerazione la sospensione delle preferenze commerciali a favore della Birmania, per le atrocità dei militari birmani nel Rakhine, ha allarmato il settore della confezione secondo cui è a rischio l’occupazione.

La cosa ha creato scetticismo anche tra chi lavora nel campo dei diritti umani, pochi dei quali si sono battuti per vaste sanzioni economiche.

La sospensione delle preferenze commerciali alla Birmania e l'impatto sociale

La commissaria al commercio europeo Cecilia Malmström, in un incontro in Austria del 5 ottobre, ha detto che la UE sta inviando una missione in Birmania per determinare se iniziare il processo di sospensione che include una finestra di dialogo di sei mesi in cui la Birmania deve dimostrare i progressi fatti.

«C’è la chiara possibilità che in prospettiva possa esserci un ritiro» scrive Cecilia Malmström che cita il rapporto della Missione di Accertamento dei fatti dell’ONU a motivo per rivedere le preferenze commerciali, nonostante i rapporti che consigliano di non usare «generali sanzioni economiche » che possono colpire i lavoratori in generale.

Le imprese affermano che il blocco dell’accesso al programma Everything But Arms per la Birmania, con il quale si permette ai paesi meno sviluppati di accedere al mercato europeo senza dazi e quote secondo lo Schema Generalizzato di Preferenze, GSP, pone una minaccia esistenziale al settore crescente delle confezioni in Birmania.

Nel 2017 il settore manifatturiero ha rappresentato il 72% delle esportazioni in Europa del valore totale di 1,56 milioni di euro, una delle poche regioni con cui la Birmania gode di un surplus commerciale.

Dal 2012 sono cresciute almeno di dieci volte le entrate dall’Europa, anno in cui la Birmania entrò nel sistema di preferenze. Le esportazioni del settore rappresentano la fonte maggiore di valuta estera dopo il petrolio ed il gas.

L’associazione industriale del settore MGMA sostiene che il settore impiega 340mila operai in 600 imprese, quasi tutte attorno a Yangoon e Bago, Pathein, Hpa-an e Mandalay. Le imprese internazionali sono Primark, H&M, Inditex, Next, Adidas e GAP.

Il presidente di MGMA, Soe Myint ha detto a FM che, nel caso di un ritiro dei privilegi europei, oltre la metà di tutti i lavoratori del settore potrebbe perdere il lavoro.

La prospettiva, a suo avviso, ricorda l’esperienza del 2003, quando si accusarono le sanzioni commerciali americane di aver dato un colpo al settore nascente delle confezioni spingendo migliaia di lavoratrici licenziate verso la prostituzione e il traffico di schiavi.

Da un sondaggio del 2017 sui lavoratori delle confezioni della tedesca C&A, si apprende che il 94% della forza lavoro è femminile, molte delle quali di età compresa tra i 16 ed i 23 anni.

Il sondaggio dice anche che nella stragrande maggioranza sono di etnia Bamar dei villaggi poveri del Delta del Ayeyarwady ma con un 19% di donne Rakhine.

Queste donne inviano grossa parte dei loro guadagni alle famiglie e quelle dello Stato Rakhine sono vitali per le loro comunità dello stato, uno dei più poveri nel paese.

Una grande sconfitta

L’ambasciatore in Birmania della UE, Kristian Schmidt, ha presentato ai rappresentanti degli industriali europei la possibile sospensione della Birmania dal GSP «se la situazione nel Rakhine non migliora» durante una colazione di lavoro organizzata alla camera di commercio Europea, EuroCham.

La EuroCham si prepara a spingere la commissione europea a non ritirare le preferenze commerciali, sottolineando gli standard del lavoro ed ambientali migliori che i compratori europei portano in Birmania al settore della confezione.

«La presenza di imprese europee in Birmania è una manifestazione dei valori europei come la parità di genere, trasparenza, responsabilità oltre alla responsabilità sociale ed ambientale» ha detto Filip Lauwerysen direttore esecutivo di EuroCham.

La produzione di confezioni ha dato l’opportunità migliore alla Birmania per costruirsi una solida base industriale in un percorso simile a quello cinese, prima che la crescita dei salari in Cina non spingesse le imprese manifatturiere ad andare nel sudestasiatico, con un’opportunità però di migliorare il benessere dei lavoratori e l’impatto ambientale.

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«Se lo si fa in modo appropriato può essere un veicolo di cambiamento in positivo. Ma ora si trova di fronte ad una seria minaccia di fermarsi» ha detto Filip Lauwerysen.

Un portavoce della svedese H&M, entrata in Birmania nel 2013 ed ora ha 40 industrie con 43mila lavoratori, ha detto che la sospensione dei privilegi è un grande contraccolpo per il settore.
«Un ritiro da GSP potrebbe avere conseguenze significative per lo sviluppo continuato del settore e le opportunità di lavoro che crea, e quindi avere un impatto negativo sui lavoratori e le comunità.»

Il presidente Soe Myint del MGMA ha detto che, nonostante la grandezza del settore, la sua associazione ha la forza di fare pressioni sulla Unione Europa o sul governo birmano affinché prenda in considerazione le preoccupazioni europee per i diritti umani rendere prioritarie.
«Che possiamo fare? Neanche comprendiamo questi processi»

Jacob Clere, che lavora per il programma finanziato dall’Europa SMART Myanmar a contatto con le imprese per migliorare gli standard sociale e ambientali, ha detto a FM che i compratori europei si trovano ad operare dove è più severo lo scrutinio rispetto a quello dei compratori asiatici, e danno un contributo essenziale a migliorare il benessere dei lavoratori e migliorare le pratiche verdi.

«E’ certamente vero che la presenza di industriali europei ha migliorato gli standard in Birmania» dice e fa notare il progresso nel settore del lavoro minorile, molto diffuso prima nell’industria, e nel settore della sicurezza contro gli incendi. Ora le industrie sono fatte con strutture in acciaio e massimo due piani.

Clere ha aggiunto che, nonostante le lamentele dei padroni dell’industria e la predizione di un collasso del settore, la paga minima giornaliera è cresciuta dai 3600 K iniziali del 2015 al 4800 di questo anno. Una storia di successo con l’industria che cresce ancora nonostante i salari cresciuti.

Inoltre la mancanza di lavoratori specializzati ed istruiti, una vecchia lamentela degli investitori del settore, ha costretto le imprese ad investire nell’addestramento a beneficio di tutta l’economia.
Clere dice che, mentre la maggioranza delle imprese paga il salario minimo giornaliero, specie le imprese europee, quelli più piccoli trattengono qualcosa dai salari base per essere ridati come «buoni» per ripagare gli straordinari.

Secondo il sondaggio della C&A solo il 15% dei lavoratori delle confezioni sono sindacalizzati mentre la stragrande maggioranza deve fare affidamento forte agli straordinari per tirare a campare.

L’ambasciatore in Birmania Schmidt ha detto che l’entrata nel 2013 nel GSP «è stato uno dei successi chiave del nostro rapporto con la Birmania e fu salutato con gioia». Ha detto comunque di aver messo in guardia il governo birmano sul fatto che «l’accesso al mercato europeo è legato ai diritti umani ed ai valori fondamentali» .

Il regolamento UE del 2002 del GSP afferma che si possono rimuovere quei paesi «per sistematiche e gravi violazioni dei principi presenti nelle convenzioni internazionali sui diritti umani fondamentali e sui diritti del lavoro». Tra le convenzioni c’è quella sul genocidio, tortura, discriminazione di genere e razziale, diritti civili e politici, liberà di associazione, lavoro forzato e diritti del fanciullo.

La commissione ha bisogno soltanto di consultare i paesi membri prima di iniziare il processo di ritiro e non deve metterlo al voto nel Consiglio Europeo. La commissione descrive il ritiro dal GSP «un’opzione da ultima istanza quando altre forme di dialogo e cooperazione non hanno prodotto i miglioramenti desiderati».

Il processo di ritiro è lungo ed inizia con un periodo di sei mesi di rivisitazione in cui si monitora la situazione in Birmania e in cui si dà al governo «ogni opportunità per cooperare».
Se la Birmania dovesse non rispondere positivamente durante il monitoraggio, sono necessari altri sei mesi per il ritiro delle preferenze del GSP e si applicherebbe «a tutti o a parte dei prodotti» lasciando aperta la strada ad una possibile esenzione della confezione.

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Comunque nonostante queste cose qualificanti, il possibile ritiro delle preferenze commerciali rannuvola un ambiente già oscuro per l’investimento straniero in Birmania.

Clere dice che, sebbene la crescita della produzione resti salutare, solo 18 nuove industrie hanno iniziato ad operare a metà 2018 rispetto alle 70 dello scorso anno.

Lauwerysen sostiene che le imprese europee hanno già «iniziato a ridefinire i modelli di impresa e i piani di investimento per prepararsi ad un possibile ritiro dal GSP. Alcuni rappresentanti europei avrebbero detto che «se cambia il GSP, ce ne andiamo» e prenderebbero in considerazione di spostarsi in Africa.

L’investimento cinese, spesso visto come baluardo contro l’interesse occidentale in declino in Birmania, è anche colpito, perché quasi la metà delle industrie della confezione sono di proprietà cinese, uno dei pochi settori dove il governo cinese non pone limiti all’investimento straniero, e molti di loro lavorano per il mercato europeo.

Secondo Khin Maung Lwin del ministero del commercio l’impatto del GSP sulle esportazioni sarebbe moderato. Lui crede che sarebbe necessaria l’approvazione degli stati membri e la cosa è alquanto difficile.

Nel governo si discute sul come negoziare con la UE ma, secondo Khin Maung Lwin, si avrà un approccio delicato.

Attentamente scelti?

Un rappresentante della UE, parlando alla Reuters sul possibile ritiro del GSP, ha detto che «erano preoccupati dell’impatto sulla popolazione delle misure potenziali, ma non si può ignorare un rapporto ONU che descrive la campagna militare come genocidio».

La sospensione delle preferenze commerciali alla Birmania e l'impatto sociale

Ad aprile la UE ha rafforzato l’embargo di armi verso la Birmania. A giugno ha imposto divieto di viaggio e blocco delle proprietà a sette membri del Tatmadaw accusati di abusi contro i Rohingya nel Rakhine.

Queste operazioni sono però simboliche; non si sa se quelli considerati hanno proprietà in Europa. Il ritiro del GSP avrebbe un impatto più generale e forte, sebbene Clere dica che solo qualche impresa abbia dei legami con i militari.

Il rapporto della commissione di accertamento dei fatti dell’ONU ha indicato sanzioni mirate ai responsabili delle violazioni in Birmania, insieme alla incriminazione dei generali per genocidio, ma si è opposta a sanzioni economiche più vaste per la preoccupazione che «tali sanzioni nel passato possano aver contribuito all’impoverimento del popolo birmano in generale mentre hanno avuto minimo impatto su i maggiori responsabili delle gravi violazioni dei diritti».

Il rapporto completo dato a Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU a settembre, raccomanda «sforzi continui per ridurre la povertà in cui vive la maggioranza della gente in Birmania attraverso assistenza e colloqui economici e assistenza allo sviluppo, ammesso che l’assistenza e l’impegno siano fatti con attenzione»

Critico della posizione europea è Mark Farmaner di Burma Campaign UK.
«E’ ridicolo che la UE stia considerando di imporre quel tipo di sanzioni che colpiranno le persone ordinarie, quando ha rigettato le sanzioni contro le imprese di proprietà dei militari, ha rigettato il divieto di addestramento dei militari, e non sosterrà un embargo delle armi dell’ONU e non sosterrà neanche il deferimento della Birmania alla Corte Penale Internazionale.»