Aiuto umanitario internazionale va alle famiglie dei generali Birmani?

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Agli inizi degli anni 80 quando dei colleghi studenti mi dicevano che vivevano a Golden Valley di Rangoon, sapevo immediatamente che provenivano dalle famiglie della elite.

In quei giorni chiamavamo questo vicinato ricco “bogyoke Yawa” o il villaggio dei generali, poiché lì c’erano le case di tanti membri ricchi della classe dirigente militare birmana.

Ora tre decenni dopo l’area è ancora casa a pochi privilegiati di Rangoon. E comunque i residenti sono più ufficiali stranieri delle agenzie dell’ONU o delle organizzazioni dell’aiuto umanitario internazionale giunte nel paese per aiutarlo a rimettersi in piedi dopo un cattivo governo militare. Non c’è bisogno di dirlo i loro padroni delle case sono gli stessi generali che si sono arricchiti anche mentre il paese discendeva verso la rovina economica.

In ogni paese dove si radica l’industria dell’aiuto umanitario internazionale, ci sono controversie sulla spesa del denaro. Una lamentela comune è che il personale internazionale e i consulenti ricevono la parte del leone del finanziamento, lasciando solo una piccola parte del totale a chi ne ha più bisogno.

In Birmania un’altra grande fonte di preoccupazione per quelli che si domandano dei soldi degli aiuti è il fatto che l’economia del paese è ancora tantissimo nelle mani dei militari, sia in servizio che in pensione, delle loro famiglie e dei loro faccendieri. Si pensa che il 60% delle proprietà fondiare in Rangoon sia di proprietà di un manipolo di individui che deve la sua ricchezza al regime oppressivo che per decenni ha negato ai cittadini i loro diritti fondamentali.

Una conseguenza è che gli affitti per le proprietà a Rangoon sono spropositatamente alti. Come l’Irrawaddy ha mostrato a maggio, l’UNICEF paga oltre 1 milione di dollari l’anno per una proprietà a Golden Valley di proprietà del generale Nyunt Tin, un ex ministro dell’agricoltura del regime che funzionò fino al 2011.

Sebbene sia stato licenziato nel settembre 2004 per il suo coinvolgimento in una truffa di licenze di importazione da 10 milioni di dollari, al generale era stato chiaramente permesso di mantenere i suoi guadagni conquistati con la frode, compreso l’area ora affittata all’ UNICEF che ha un valore di 27 milioni di dollari.

L’ironia di tutto questo è che UNICEF lo scorso anno emise un rapporto in cui invitava il governo birmano ad accrescere la sua spesa in salute e istruzione che è meno del 2% del DGP del paese, nonostante sia cresciuto da quando è salito al potere il governo quasi civile. “Mentre l’UNICEF sostiene con forza il processo attuale di riforma della Birmania, il tempo della spesa maggiore per bambini è ora” ha detto il direttore dell’UNICEF della Birmania Bertrand Bainvel.

Mentre di certo l’UNICEF non si sbaglia nella valutazione delle priorità mal poste del governo, sembra che la propria spesa in Birmania non sia immune dalle influenze di una economia distorta e corrotta dalla fame dei generali e dei suoi leccapiedi.

E l’UNICEF non è la sola. L’Organizzazione mondiale della sanità, quando l’Irrawaddy ha chiesto quanto pagasse per i propri uffici a Pyay Road in Mayangone, ha ammesso che l’affitto era di 79 mila dollari al mese, che da sola rappresenta quasi un decimo della sua spesa totale in Birmania che è di nove milioni di dollari. In una dichiarazione alla stampa WHO sostiene che “la proprietà appartiene ad una donna Daw Khin Nwe Mar Tun” . Ma indipendentemente da chi tiene il titolo della proprietà, il proprietario reale sarà probabilmente qualcuno del passato regime.

Lo scorso anno uno dei più ricchi uomini di affari del paese mi diceva che, prima che la giunta lasciasse il potere, il generale Maung Aye, il numero due del regime, invitò un gruppo di miliardari vicini a lui a dividersi Rangoon tra loro.

Seduti attorno ad una mappa della città, il potente generale disse loro di prendersi la loro parte della proprietà. Non persero tempo a scambiarsi proprietà che ora valgono milioni di dollari.

A rendere la storia ancora più irritante è che il fatto che nessuna parte di quel denaro uscente dalle transazioni o  dei fitti conseguenti siano andato a finire nelle casse dello stato. A giugno un rappresentante del Ministro delle finanze ha ammesso che “Oltre l’80%” dei proprietari evade ancora le tasse sui redditi guadagnati dagli affitti di tanti anni.

Questo vuol dire che la Birmania, un paese ricco di risorse che sta attraendo investimenti massicci di moneta estera diretta potrebbe restare dipendente dall’aiuto esterno per tanti anni in futuro.

Come nazione che è fiera della propria indipendenza, è un pensiero deprimente. Ma per alcuni dei nostri amici dello sviluppo è musica per i loro orecchi: l’affare dell’aiuto umanitario internazionale è uno fortemente redditizio per alcune loro compagnie.

Si prenda ad esempio Development Alternative Inc, DAI, una impresa privata americana che nel 2010 ha ricevuto oltre 380 milioni didollari per contratti del USAID per dare servizi di sviluppo ai vari paesi nel mondo.

L’ufficio del DAI a Rangoon si trova sulla Golden Valley Avenue, di proprietà di parenti del generale Khin Nyunt, capo dei servizi segreti il cui ruolo nella tortura e nello spionaggio dei dissidenti gli ha portato l’epiteto di Principe del Male.

Nello scrivere un commento per l’Irrawaddy, un consulente indipendente dei diritti umani, Jonathan Hulland, domanda quello che è sulle bocche di tanti arrabbiati, perché i soldi, che dovrebbero andare alle vittime della vecchia giunta, continua a finire nei portafogli sbagliati. “Ma piuttosto che arricchire questi tiranni l’industria dell’aiuto internazionale non hanno l’obbligo di aiutare il paese a rompere col suo passato di dittatura?”

riforma costituzionale

Ma non è solo quest’industria che fa sorgere le domande inquietanti su chi beneficia di più dalla tanto celebrata apertura. La corsa a investire in una dei mercati di frontiera più promettenti è anche piena di problemi etici che in tanti sono felici di buttare sotto il tappeto.

Questo fu messo in luce quando a giugno il governo canadese ha fatto un errore imbarazzante nel permettere a Steven Law, figlio di un impero finanziario fondato su una delle operazioni più grandi di traffico di eroina della regione, di entrare in Canada facente parte di una missione di affari ufficiale. Piuttosto di vedere come sia potuto accadere, il governo ha fatto finta che non fosse nulla di significativo, a significare quanto tanti governi esteri conoscano poco la gente con cui stanno trattando in Birmania.

In un articolo di Bryon Wilfer, console canadese onorario in Birmania, “la prossima frontiera economica per i canadesi”, ha scritto che le rivelazioni dell’Irrawaddy, secondo cui il figlio del signore della guerra cinese Lo Hsing han si era unito alla delegazione birmana con il nome cinese Lo Ping Zhong, non doveva essere causa di preoccupazioni.

“Certamente queste non sono cose che le autorità canadesi erano a conoscenza prima della visita e chiunque lo ha incontrato durante il suo periodo qui non ha infranto la legge canadese se ha fatto affari con lui” questo ha scritto sul sitoweb canadese Wilfert.

Infatti se si è seri sul fare affari in Birmania, si fa prima ad essere avvezzi al dover dare la mano con qualche personaggio ombroso. Persino l’Europa, che ripetutamente sottolinea il suo impegno per “investimenti responsabili” per placare le preoccupazioni sull’impatto della crescente presenza di imprese europee nel paese, ha scoperto l’impossibilità di evitare connessioni disgustose.

Per accomodare la sua missione in espansione la CE ha affittato uno spazio per uffici presso Hledan Center a Rangoon il cui proprietario e Asia World, un immenso conglomerato diretto proprio da Steven Law e la moglie di Singapore Cecilia Ng.

Ma cosa potrebbe essere più dubbioso del firmare un affitto con un affarista nella lista nera americana con legami certi col commercio illegale della droga? In Birmania la sola cosa che è più probabile far sorgere la rabbia dei cittadini ordinari è di creare legami con uno dei precedenti dittatori del paese. Ed è quello che è riuscita a fare la UE quando ha scelto dove costruire la residenza del proprio ambasciatore.

La nuova residenza che prima si trovava su Ady Road è stata elevata agli standard internazionali lo scorso anno in preparazione dell’arrivo del nuovo ambasciatore nominato Roland Kobia. La casa al fianco è l’ex casa del Generale Ne Win, il dittatore che per primo impose il governo militare , la cui famiglia possiede varie altre proprietà in questa area particolare, compresa quella della casa dell’ambasciatore.

La UE non ha detto quanto ha pagato mentre la famiglia di Ne Win ha detto che non hanno la libertà di dire quanto sia l’affitto.

In un altro articolo citavo una fonte che sosteneva si trattasse della stessa cifra dell’ufficio dell’UNICEF, 1 milione di dollari l’anno. L?Europa invece di contestare la cifra preferisce il silenzio sperando che la questione si dissolva.

Chiaramente non c’è nulla che si può porre di mezzo alla richiesta di muovere le ricchezze birmane verso i ricchi. Persino la proposta di stabilire una Camera del Commercio Europeo in Birmania con un finanziamento di 2,7 miliardi di euro europeo, nonostante ci sia già un corpo che faccia la stessa funzione, ha tutta l’apparenza di essere uno sforzo per sfruttare la “mania della Birmania” che ha preso l’Europa.

Insieme alla spinta per commerci più vasti verranno ancora più progetti che chiaramente mirano ad alleviare la povertà profonda della Birmania ed altre deficienze. Mentre la popolazione ha bisogno di certo di tutto l’aiuto che possono avere dopo decenni di negazioni, il pericolo è che alcuni di questi sforzi renderanno più ricchi solo quelli che hanno tenuto il paese sotto i propri stivali per così tanto tempo e che ora immeritatamente raccolgono il premio delle “riforme”.

AUNG ZAW, IRRAWADDY

 

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