ASEAN e militanti ISIS che tornano, secondo Farish Noor

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Mentre il mondo si prepara a quella che potrà diventare una campagna prolungata contro il movimento del Califfato Islamico di Iraq e Siria, ISIS, c’è una preoccupazione crescente su cosa fare con i militanti dell’ISIS che tornano nei paesi di origine. E’ una questione che sta sempre più diventando straziante per i politici e persone comuni specialmente nel Sudestasiatico.

L’anno prossimo i paesi dell’ASEAN entreranno in una nuova fase dello sviluppo del gruppo regionale con un allentamento dei controlli ai confini e con un approfondimento dei legami economici tra i vari paesi.

Secondo molti sarà un passo positivo verso la costruzione di legami regionali più stretti e il miglioramento della fiducia tra stati, mentre si creano anche nuove opportunità che permettono a milioni di cittadini della regione di raccoglierne i benefici. Eppure allo stesso tempo chi lavora nel campo della sicurezza è preoccupato che lo stesso processo di integrazione regionale possa essere deviato da altri che desiderano distruggere lo sviluppo nella regione.

L’ASEAN si trova perciò in una situazione difficile. Mentre le realtà del mondo oggi puntano al bisogno di una maggior integrazione economica e alla mobilità sociale, non si possono sottacere preoccupazioni genuine di sicurezza.
Si deve fare qualcosa per assicurare che il destino dell’ASEAN non sarà spinto lontano dal proprio corso per le azioni cattive di piccoli ma pericolosi gruppi militanti.
Destreggiarsi tra sfide molteplici di integrazione economiche e militanza regionale allo stesso tempo richiederà tempo e un pensiero agile.
La regione del Sudestasiatico non è estranea a simili complessità. Durante i decenni mediani del XX secolo fu praticamente il secondo fronte della guerra al comunismo, molto tempo prima che fosse denominato “il secondo fronte della guerra contro il terrore”.

Viene alla mente l’esperienza dell’Emergenza Malese che va dal 1948 al 1960, come pure le numerose campagne che sono state lanciate nei paesi vicini in quei tempi. Negli anni 50 e 60 l’ingaggio sociale, l’impegno pubblico e l’istruzione e le campagne di riabilitazione erano parte integrante di campagne più vaste per prevenire che l’intera regione cadesse sotto il blocco sovietico.
Una delle ragioni per cui ebbe successo la campagna contro il terrorismo in tutta la regione negli anni 50 e 60 fu che ai presunti militanti fu data un’opzione di ritorno che non li riponeva in un isolamento esistenziale, costringendoli a lottare fino alla fine, nonostante le affermazioni di qualche militante oltranzista che sosteneva la lotta fino alla morte.

Molti di quelli che si erano dati alla militanza cercavano integrazione, rappresentazione ed un senso di appartenere ad una società che sentivano averli alienati. Trattare con tale rabbia esistenziale andò mano nella mano con la campagna contro il terrore allora.
Si comprese che finché, e fino a quando, non si fosse riusciti a mettere in funzione una qualche forma di politica di rappresentanza, ci sarebbero sempre state sacche di scontento e di frustrazione che sarebbero potuti scoppiare dopo.

Un altro fattore che assicurò il successo delle campagne di allora fu che gli stati dell’ASEAN, i cinque stati fondatori che l’istituirono nel 1967, poterono lavorare insieme per uno scopo unico: prevenire che la regione cadesse nella trappola della Guerra Fredda e assicurare che l’ASEAN mantenesse il proprio status di zona neutrale.
I governi dell’ASEAN cooperarono su vari livelli: economico, diplomatico e sicureza per assicurare che la regione come intera prosperasse e si sviluppasse insieme. Ci fu la comprensione che le diseguaglianze socioeconomiche in un paese avrebbero potuto creare un paradiso per il radicalismo lì e quindi colpire la regione intera.
Alla fine degli anni 80 i bisogni materiali della costruzione della nazione erano stati soddisfatti nelle nazioni dell’ASEAN. La sfida di oggi comunque è di dare significato alle vite di milioni di persone che hanno sentito l’impatto della globalizzazione in termini non incerti.

Nel passato gioventù marginalizzate e scontente si sono rivolte alla sinistra radicale come un alternativa a quello che consideravano come un mondo ingiusto e ineguale. Oggi c’è un fenomeno di gente apparentemente di successo ed integrata che sente il bisogno di viaggiare all’estero ed intraprendere una militanza politica che per loro è necessaria e giusta.
Nulla giustifica i militanti di oggi per gli atti violenti portati avanti contro innocenti, ma sul fronte di casa, il sudestasiatico ha bisogno di comprendere i fattori di richiamo e di spinta che li hanno spinti lì in primo luogo.

Vivendo nella sviluppata regione dell’ASEAN dove l’istruzione pubblica è accresciuta insieme alla coscienza economica e politica, e dove i cittadini sono ogni giorno esposti a immagini e notizie di subbugli in altre parti del mondo, alcuni cittadini sentono di dover fare qualcosa per cambiare il mondo attorno a loro lasciando la zona di agio che l’ASEAN ha creato.
Nei casi più buoni, questo può aver significato aderire a campagne internazionali quali la promozione ambientale, ma in casi più estremi ha portato le persone a prendere le armi nei conflitti che forse non avevano nulla a che fare con loro. Il primo è un caso di internazionalismo che è mantenersi con gli obiettivi universali comuni; ma l’ultimo può avere forse un effetto di ricaduta che tira le comunità di tutta la regione in un calderone di violenza settaria.

C’è ancora molto che bisogna fare per creare la regione dell’ASEAN dove tutti possano sentire i benefici. Questa è una cosa che l’ASEAN deve fare oggi, insieme: l’ASEAN ha bisogno di significare per tutti ed essere visto come uno spazio dove si può realizzare il potenziale umano senza dover eccedere i legami della civiltà e della legge.
E questo potenziale deve essere realizzato qui, nel seno dell’ASEAN che resta un lavoro in progress che non si trova in un campo di battaglia sperduto a migliaia di chilometri.

FARISH A NOOR, The Straits Time

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