Lavoratori immigrati dell’ASEAN: tra abusi e finanziamento della crescita economica

Una causa nei tribunali thailandesi focalizza l’attenzione sulla vita dei lavoratori immigrati, benché con una svolta inattesa. E’ il datore di lavoro accusato di abuso a portare in tribunale il dipendente.

Lavoratori immigrati dell'ASEAN: tra abusi e finanziamento della crescita economica

Quattordici lavoratori birmani sono sotto processo per aver fatto false rivendicazioni di violazioni di diritti umani contro un allevatore di pollame, la Thammasaket, e di aver dato false informazioni alle autorità thailandesi.

Il ministero del lavoro ordinò in precedenza alla compagnia di compensare i lavoratori immigrati di 50 mila euro per le paghe basse e tempi di lavoro esteso. Ma la Thammasaket si rifiutò di farlo.

“Questa è diffamazione” gridò l’avvocato dell’impresa il primo giorno del processo il 7 febbraio. Furono portati a testimoniare i ristoratori di strada che operano vicino alla ditta. “Abbiamo visto i lavoratori birmani venire fuori al mercato” ha detto uno di loro sostenendo la tesi del datore di lavoro che i lavoratori avevano tempo a sufficienza. “Sembravano davvero felici”

Indipendentemente dalle lamentele degli accusato contro la Thammasaket, il caso ha acceso il dibattito sulle condizioni di lavoro di milioni di migranti nella regione. Troppo spesso gli abusi sono più definiti e talvolta persino fatali.

In Malesia dove lavorano 400 mila cameriere straniere, una donna indonesiana Adelina Sao morì nell’ospedale a Penang 11 febbraio. Era stata trovata con ferite alla testa e ferite infette sui fianchi dopo due anni di lavoro in Malesia. I vicini della famiglia accusata della morte di Sao dissero che la donna era costretta a dormire sul porticato con i cani.

DI risposta l’Indonesia minacciò di vietare ai propri cittadini di lavorare in Malesia come domestici.

“Una moratoria è importante per ristrutturare il sistema di impiego per i migranti e prevenire casi come quello di Adelina dall’accadere di nuovo” dise Rusdi Kirana ambasciatrice in Malesia.

Sebbene ci siano stati casi simili negli ultimi anni, tra i quali uno in cui una coppia malese poi condannata a morte uccise la cameriera facendola morire di fame, il vice primo ministro malese Ahmad Zahid Hamidi ha descritto il caso di Sao come isolato e sperava che l’Indonesia non avrebbe posto alcun divieto.

Non ci sono facili risposte se si considera la scala dell’emigrazione nella regione e le disparità economiche che l’alimentano.

Nella regione ci sono 7 milioni di migranti secondo l’ILO. La maggioranza provengono dalla Cambogia, Indonesia, Birmania e Filippine per lavorare in Singapore, Thailandia e Malesia. Sono diventati indispensabili nei loro paesi di origine e di arrivo.

La Malesia che ha un PIL pro-capite di 10 mila dollari è una calamita per lavoratori indonesiani, dove il PIL procapite è di 3600 dollari. Singapore che si trova tra i primi dieci paesi al mondo per PIL attira lavori non solo da paesi poveri ma anche dalla Malesia. I migranti rappresentano un terzo della forza lavoro di Singapore dove il settore delle costruzioni dipende fortemente da loro.

Questa gente fa lavori che “Singaporeani non vogliono fare perché sporchi, pericolosi, di status basso o poco pagati” dice John Gee di una ONG che sostiene i lavoratori della migrazione a Singapore.

Articolo collegato  La politica al tempo della pandemia nel Sudestasiatico

Lavoratori immigrati dell'ASEAN: tra abusi e finanziamento della crescita economica

Quando si parla di fermare gli abusi, alcuni governi hanno aumentato i controlli solo per avere delle conseguenze non previste.

La Thailandia si ritrovò al centro dei media internazionali qualche anno fa per il lavoro forzato e la schiavitù nel settore della pesca in particolare. Di fronte alle accuse il governo militare iniziò la repressione degli immigrati clandestini che erano i più vulnerabili al traffico. Lo scorso giugno è entrata in vigore una nuova legge che richiedeva ai lavoratori emigrati di registrarsi mentre sia i lavoratori che i datori di lavoro rischiano condanne penali.

La legge iniziò comunque un esodo di lavoratori causando un’improvvisa mancanza di lavoratori e spingendo Prayuth Chanochoa a ritardare l’applicazione di sei mesi.

Il presidente filippino Duterte ha vietato ai filippini di andar a lavoare in Kuweit dopo la scoperta di una lavoratrice morta nell’appartamento del datore di lavoro un anno dopo che ne fu denunciata la scomparsa.

“Siamo qui per accertarci che ogni filippino sia trattato decentemente” disse Duterte ai lavoratori di ritorno dal Kuwait con un programma di amnistia del governo kuwatiano che permetteva ai filippini clandestini di cambiare il loro status oppure andarsene. Il ministero degli esteri filippino stima che ci siano 250 mila filippini che lavorano lì. Finora sono rientrati 2000.

Eppure da una prospettiva economica, le Filippine non possono permettersi di riprendersi molti immigrati. Nel 2016 erano registrati come lavoratori all’estero 2.2 milioni di filippini. Il paese si affida alle loro rimesse per accrescere la spesa, fattore principale di traino per l’economia, ed accrescere le riserve in dollari come tampone contro shock esterni. Nel 2017 le rimesse raggiunsero il record di 28 miliardi di dollari, 10% del PIL filippino, il 4.3% in più annuo.

E mentre l’Indonesia potrebbe rispondere alla Malesia allo stesso modo delle Filippine, gli esperti avvertono che un divieto potrebbe portare ad una migrazione clandestina superiore se non traffico umano.

Non credo che una moratoria risolverà il problema, e potrebbe anche peggiorare la situazione” dice Daniel Awigra che lavora per Human Rights Working Group ONG di Giacarta.

L’ASEAN ha provato ad agire in modo collettivo. Dopo un decennio di negoziati altalenanti gli stati membri lo scorso novembre firmarono il Consenso dell’ASEAN sulla protezione e promozione dei diritti dei lavoratori immigrati. Il documento che seguiva una dichiarazione analoga del 2007, fu intesa come conquista a coronamento dell’anno di presidenza di turno dell’ASEAN delle Filippine.

Il consenso non è però vincolante e lascia alle singole nazioni il compito di affrontare e prevenire abusi o negoziare accordi bilaterali sulla migrazione.

Lavoratori immigrati dell'ASEAN: tra abusi e finanziamento della crescita economica

“Alcune delle caratteristiche più progressiste dell’accordo hanno la condizione che sono soggette alle leggi nazionali” dice Nilim Baruah, specialista presso l’ILO, il quale aggiunge che l’accordo deve “comunque essere ben accetto” poiché “potrebbe risultare in impegni fattibili”

Articolo collegato  Militari fedeli a Re Vajiralongkorn estendono controllo sulle forze armate

L’assenza di standard unificati probabilmente significherà ulteriori sporadici repressioni su emigranti clandestino o divieti di lavorare in settori o paesi particolari.

Invece di attendere soluzioni politiche alcuni datori hanno offerto la loro semplice risposta: trattare meglio i lavoratori stranieri.

Charoen Pokphand Foods, che nel 2014 fu accusata di comprare pesce da chi usava lavoratori schiavi, è un esempio.

Presso l’impianto di galline della CPF a Nakhon Ratchasima, i lavoratori cambogiani in uniformi bianche e cappelli blu tagliano i polli lungo la linea di produzione di 4 chilometri. La carne che trattano finisce sulle tavole di tutto il mondo.

I Cambogiani rappresentano il 40% dei 9300 lavoratori rendendoli indispensabili per l’impresa che vuole espandersi ma si trova di fronte a mancanza di lavoratori thailandesi.

“Oggi i Thailandesi preferiscono lavorare nei servizi come supermercati e ristoranti piuttosto che nelle industrie” dice Apichart Kaewking, vice presidente della linea pollame della CFP. Secondo l’accordo tra Cambogia e Thailandia, l’industria ha iniziato ad assumere migranti nel 2013 attraverso agenzie di reclutamento registrate col governo cambogiano a Phnom Penh. I lavoratori cambogiani ricevono la stessa paga e benefici di welfare dei thailandesi. Posti letto nei dormitori sono gratis e lavora un traduttore per aiutarli nella comunicazione.

I costi extra ne valgono la pena, dice Apichart. “I cambogiani vogliono lavorare altre ore per denaro e raramente se ne vanno, diversamente dai Thai che hanno altre opportunità di lavoro”.

Vannak Korm che era agricoltore fa parte del contingente cambogiano. La giovane venne all’impresa col marito sette mesi fa.

“Sono più rilassata in Cambogia con la mia famiglia, ma il denaro è molto meglio” dice la donna. Guadagna cinquanta volte quanto guadagnava in Cambogia.

Ma non tutti vogliono o possono migliorare le condizioni per i migranti. E mentre il governo aumenta le restrizioni le imprese che si affidano a queste persone vulnerabili si troveranno di fronte a forti aumenti di paga.

Da aprile a settembre le paghe del settore privato malese sono cresciute di oltre il 7% rispetto al 4% tipico di prima. La Malesia ha arrestato molti emigranti e chi li assumeva illegalmente, ed il governo ha introdotto una tassa questo anno alle imprese con lavoratori stranieri.

Un altro fattore da considerare è la crescita rapida delle economie meno sviluppate della regione. Con l’aumento delle opportunità di lavoro alcuni lavoratori tornano a casa, uno spostamento che potrebbe toglier lavoro vitale per la Malesia, Singapore e Thailandia.

Dopo l’entrata in vigore della nuova legge sulla registrazione dei migranti in Thailandia, una donna di 24 anni è tornata in Cambogia e trovato un lavoro in una fabbrica giapponese a Poipet sul confine con la Thailandia. Aveva lavorato in Thailandia per due anni a non vuole tornarci più.

“In Cambogia posso vivere vicino agli amici e parenti, ed il costo della vita è molto minore” dice. “La mia paga è inferiore ma possono lavorare in pace senza preoccuparmi del mio status legale o di essere rincorsa dalle autorità”.

Simon Roughneen, Asia Nikkei Review