Le acque pericolose del Mare di Sulu tra pirateria e terrorismo islamico

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La pandemia del Coronavirus forse ci ha fatto dimenticare che esiste un’altra pandemia in tutto il Sudestasiatico che ha radici nei secoli scorsi ed è la pirateria.

Il gruppo di informazione sulla pirateria ReCAAP ISC che riunisce 20 nazioni ha redatto un rapporto in cui dice che la pirateria nelle acque asiatiche è schizzata in alto raddoppiando il numero di incidenti registrati nella prima metà del 2020 rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.

pirateria e percorsi in mare

Sono 51 gli incidenti riportati per il 2020 contro i 28 dello stesso periodo, il più alto valore dai 114 registrati nel 2015, e sono accaduti nello stretto di Singapore e Mare Cinese Meridionale ai danni di Bangladesh, India, Indonesia, Malesia, Filippine e Vietnam.

Se qualcuno pensava che il crollo delle attività economiche dovute alle serrate più o meno variegate nella regione avrebbe portato anche ad un rallentamento della pirateria, ci sono ora dati per ricredersi.

Né il Coronavirus ha mostrato di ostacolare le attività dell’insorgenza nel meridione filippino né le attività in mare dei vari gruppi terroristici e/o criminali nella zona dalle frontiere porose tra Malesia e Filippine nel Mare di Sulu.

Dopo un periodo di pattugliamento tripartito dell’area da parte delle marine Indonesiana, Malese e Filippina che hanno represso efficacemente i rapimenti e le estorsioni nel Mare di Sulu, tutte le indicazioni parlano di un ritorno delle attività criminali e/o terroristiche che caratterizzano da sempre quel mare, compiute dal noto gruppo Abu Sayaff.

Come scrive il giornalista Zam Yusa in un suo articolo, “Il Mare di Sulu è sempre stato una zona calda in quanto a rapimenti e sequestri di navi, e questi atti con tutte le varianti hanno visto differenti agenti sin dal XVI secolo con l’arrivo degli spagnoli nelle Filippine.”

L’area non fu mai davvero pacificata dagli spagnoli né dagli USA nel loro periodo di occupazione delle Filippine, e con lo scoppio dell’indipendentismo Moro l’area divenne zona aperta in cui i vari gruppi indipendentisti filippini usarono i rapimenti e la pirateria per potersi finanziare, sfruttando come zona di rifugio lo stato di Sabah che, passato dal sultanato di Sulu alla compagnia inglese dei Brooke, divenne poi parte integrante della Federazione Malese ed anche una grande disputa tra Filippine e Malesia nel corso del secondo dopo guerra.

A proposito di Sabah, durante le trattative di pace tra il governo filippino e l’insorgenza MILF, dopo l’incursione del 2013 di militanti MNLF autodefinitisi Forza Reale di Sulu, scrive Glenda Gloria ,

“Le frontiere porose non permettevano alla Malesia di impedire l’entrata di Filippini alla ricerca di lavoro che ad un certo punto raggiunse il numero di 400 mila filippini senza documenti a Sabah. Non sarebbe stato un problema se non fosse stato per la crisi finanziaria del 1997 che costrinse la Malesia a deportare lavoratori filippini ed indonesiani. Nel 1999 la città di Zamboanga accusò il colpo nella testimonianza di qualche centinaia di filippini riportati in patria su navi commerciali.”

La memoria malese sulla storia contemporanea del mare di Sulu la possiamo racchiudere in quanto scrive Zam Yusa sui fatti più recenti:

“Per i Malesi, e forse per molta altra gente, giungono alla mente presto vari grandi crimini di mare: l’attacco nel 1985 di pirati filippini alla città di Lahad Datu sulla costa orientale dello stato di Sabah nel Borneo Malese che fece 21 morti; ed anche circa 2000 rapimenti di turisti malesi e occidentali da parte del gruppo criminale Filippino Abu Sayaff che attirò tanta attenzione internazionale.

L’incidente più brutto però è senza dubbio l’incursione del 2013 a Lahad Datu da parte di centinaia di militanti della Forza Reale di Sulu che aveva viaggiato nel Mare di Sulu senza farsi intercettare per reclamare parti di Sabah. Ne seguì uno scontro sanguinoso che durò qualche mese con le forze di sicurezza malesi.”

Dopo questo incidente il governo malese definì una Zona di Sicurezza di Sabah Orientale, ESSZONE, a cui assegnò una forza di sicurezza ESSCOM che controlla la sicurezza della parte malese del Mare di Sulu e le aree di terra circostanti.

Sebbene da allora siano diminuiti gli incidenti in mare, non si può dire che siano stati del tutto repressi ed impediti. Anche dopo il pattugliamento tripartito, a gennaio si registrò il rapimento sempre a Lahad Datu di otto pescatori indonesiani. Mentre tre furono liberati, altri cinque restano tuttora nelle mani del gruppo terroristico affiliato al ISIS di Abu Sayaff sull’isola di Sulu.

Secondo ESSCOM ci sono stati 40 tentativi di rapimento nel Mare di Sulu dal 2018 fino a gennaio 2020, mentre nel periodo da gennaio a giugno 2020 ce ne sono stati altri 11.

Scrive Zam Yusa:

“In un avviso di fine maggio, ReCAAP ISC metteva in guardia sull’arrivo di cinque membri armati di Abu Sayaff sull’isola di Tawi Tawi, che è l’isola filippina più lontana nel mare di Sulu, per rapire uomini d’affari facoltosi o ciurme di navi commerciali lente o pescherecci che lavorano a largo delle acque di Sabah.”

Le forze di sicurezza malesi sono perciò in costante allerta per prevenire possibili azioni tipiche del “se il gatto non è in zona, il topo esce fuori”.

L’allerta è anche accresciuto dal fatto che l’entrata in gioco del COVID-19 ha aggiunto un’altra variabile ed un altro compito alle forze del ESSCOM.

Vari esperti confermano che il COVID-19 non fa abbastanza paura da scoraggiare imprese terroristiche e/o criminali transnazionali in quest’area del Sudestasiatico come i gruppi che appartengono ad Abu Sayaff.

“Il gruppo di Abu Sayaff sotto Hatib Hajan Sawadjaan continueranno con le loro azioni terroristiche mentre le fazioni di Apo Mike e Tuan Annuh cercheranno di continuare le loro attività banditesche” dice l’esperta Ulta Levenia Nababan a Zam Yusa, aggiungendo che forse stanno pianificando qualcosa da compiere al momento opportuno, anche in considerazione della maggior sicurezza presente nelle Filippine meridionali per l’emergenza COVID-19.

Un altro esperto della sicurezza Joseph Franco dice:

“Non credo si fermeranno nelle loro operazioni per presenza di una serrata per questioni sanitarie. Non si fanno problemi nel morire perché si scontrano con i militari filippini e quindi probabilmente non interessa di morire anche del COVID-19”

Il COVID-19 però è una variabile particolare in quanto la sicurezza malese del ESSCOM è all’opera anche per fermare lo spostamento di migranti illegali, oltre che di criminali, per chiudere ogni via di entrata al virus che ha colpito tutta la Malesia in modo consistente.

E le vie per entrare nello stato malese di Sabah sono tante, vie d’acqua poco profonde dove agiscono spesso indisturbate imbarcazioni veloci che adatte al trasporto di merci illecite e di persone. E queste vie funzionano sempre nei due sensi, dalle Filippine a Sabah e da Sabah nelle Filippine.

Sabah è considerato il luogo di transito di moltissimi combattenti stranieri che usano la Malesia e lo stato di Sabah come approdo per raggiungere attraverso queste vie di transito le Filippine Meridionali, Marawi e le isole di Sulu. A Marawi nel 2017 furono uccise 1200 persone, per la maggioranza militanti dei gruppi di Abu Sayaff e del gruppo Maute.

“Nel 2018 l’esperto filippino Rommel Banloi presidente del Institute for Peace, Violence and Terrorism Research, identificò varie rotte del Mare di Sulu che i combattenti stranieri avevano preso dal distretto di Sandakan di Sabah verso le Filippine meridionali. Un altro esperto di sicurezza dell’università Malaysia Sabah Lai Yew Ming credeva che ci potrebbero essere altre strade che partivano dal distretto Tawau a Sabah”

Non si può anche non ricordare l’attentato fatto a gennaio 2019 alla cattedrale di Jolo da una coppia di indonesiani entrati nelle Filippine Meridionali fatti entrare, insieme ad altri 37 militanti indonesiani, da Andi Baso. Si pensa che dei 37 indonesiani entrati nelle Filippine, almeno 14 siano ancora lì.

“La maggioranza ha usato la via del mare per raggiungere le Filippine Meridionali e la maggioranza ha usato la via Tawau Sandakan Sulu” dice Didik Novi Rahmanto della Densus 88, antiterrorismo indonesiano che suggerisce anche la via Bitung Talaud Sulu nel Mare delle Celebes che è separato dal Mare di Sulu solo dall’arcipelago di Sulu.

Secondo l’esperto indonesiano sarebbe stata anche usata la via aerea più facile Giacarta, Manila Cagayan de Oro sotto le vesti di turisti che andavano a Marawi. E la cosa strana è che è la stessa via usata dai militanti di Jemaah Islamiya negli anni 90.

“Sabah è il loro punto di transito. Gli estremisti ed i simpatizzanti potrebbero essere giunti dalla penisola malese, Sarawak e dal Borneo Indonesiano. Entravano Sabah per via aerea o via mare prima di spostarsi nelle Filippine dai suoi distretti più orientali come Sandakan e Semorna, che sono vicino al confine marittimo filippino” dice Ramli Dollah, analista della sicurezza dell’Università Malaysia Sabah.

Nel mare di Sulu c’è però un terzo paese, l’Indonesia, che è fonte di combattenti stranieri e luogo di insorgenze con radici storiche, con le sue frontiere porose nel Borneo.

Jokowi ad inizio della sua seconda presidenza annunciò di voler spostare la capitale indonesiana nel Calimantano Orientale, sull’isola del Borneo, e decongestionare Giacarta, in uno sforzo enorme dal punto di vista economico e dall’impatto ambientale altrettanto notevole.

Ma avere la capitale sul Borneo significherà dover investire di più sul controllo del territorio e delle coste, del movimento transfrontaliero di persone e cose e delle attività dei gruppi islamisti presenti in tutto l’arcipelago.

Secondo vari esperti, il Borneo Indonesiano è diventato un rifugio per molti militanti islamisti del Jemaah Ansharud Dawlah (JAD) dopo l’attentato del gennaio 2016 a Giacarta. Dopo aver evitato azioni militanti per riuscire a scappare alla Densus 88, non è detto che non possano riprendere le loro attività militanti.

E’ dell’inizio di giugno l’attacco con spada alla mano contro un poliziotto indonesiano in un distretto del Calimantano meridionale da parte di un giovane. Né si deve dimenticare che dopo l’attacco alla chiesa di Jolo a Sulu, è proprio nel Calimantano che la polizia indonesiana individua in Andi Baso la direzione di quell’attentato.

“Calimantano è una delle aree operative del terrore sin dall’attacco alla chiesa a Jolo, Sulu, da parte della coppia indonesiana nel 2019 e da quando la Densus 88 ha individuato in Andi Baso l’agente guida dietro l’attacco terroristico, ora con Hatib Hajan Sawadjaan. Sempre più simpatizzanti del Califfato Islamico ora vogliono seguire i suoi passi” dice Ulta Levenia Nababan a Zam Yusa.

Il rischio che altri indonesiani possano essere ispirati a seguire le orme della coppia suicida ed Andi Baso ed ad attraversare quel tratto di mare per andare nelle Filippine è alto se saranno date loro le opportunità per farlo, se le sicurezze malesi ed indonesiane non saranno attente a controllare quei tratti di mare poco profondi dove possono operare imbarcazioni leggere e velocissime.

Se la capitale indonesiana sarà poi finalmente spostata sul Borneo, la sicurezza indonesiana sarà costretta a tenere sotto un occhio più vigile la sua parte di mare sul Mare di Sulu e sul Mare delle Celebes. Ma aumenteranno anche le possibilità di migrazioni umane e di contrabbando via terra perché miglioreranno anche i trasporti via terra e quindi l’accesso a Sabah.

In precedenza si è parlato dell’accordo tripartito sul pattugliamento nel mare di Sulu, realizzato dopo vari mesi di discussioni e frizioni.

L’esperto Joseph Franco ha i suoi dubbi sull’efficacia di tale cooperazione militare che si presta più ad essere una sorte di teatrino della politica e della bandiera.

“Quando si hanno centinaia di porti non ufficiali ed altre aree nascoste dove tirare in secco una barca, non fanno la differenza qualche pattugliamento incrociato. Gli analisti che affermano il contrario non comprendono le risorse limitate per le marine che operano in questo mare. Né come sono le mappe nautiche e topografiche”

Però è anche vero che questo accordo tripartito di interconnettere le tre agenzie di sicurezza dei tre paesi, Indonesia, Malesia e Filippine, ha mostrato di funzionare in qualche modo quando ha individuato Andi Baso e gli autori delle bombe a Jolo e deve perciò continuare e rafforzarsi, nonostante le diffidenze reciproche radicate nella storia di questa area.

Ma il destino della pirateria e del Mare di Sulu dipende moltissimo da come le Filippine riusciranno a bloccare l’insorgenza interna ed i gruppi legati allo stato islamico che cercheranno sempre di usare il Mare di Sulu come fonte per fare denaro, come via di fuga, come via per il traffico di armi e come via per mobilitare combattenti stranieri.

In ultimo c’è una questione storica che mina i rapporti tra Malesia e Filippine, sempre a rischio di frizione, ed è la questione di Sabah, che le Filippine ritengono parte integrale del proprio territorio ma che la Malesia ritiene essere uno dei suoi stati.

Nell’attacco del 2013 a Lahad Datu da parte delle Forze Reali di Sulu, la rivendicazione era di riunire Sabah al sultanato di Sulu e quindi allo stato filippino.

Ma Sabah è sempre stato nella lotta politica filippina un elemento da sbandierare contro l’altro, un elemento di mobilitazione e di scontro.

sabah

La stessa azione a Lahad Datu fu un tentativo da parte del MNLF di Nur Misuari di deragliare il processo di pace in corso che poi ha portato alla creazione della Bangsamoro. Quel processo di pace era mediato dalla Malesia e da tempo il MILF aveva messo da parte Sabah come parte integrante della Bangsamoro.

Ma reclamare Sabah è qualcosa che resterà sempre nella politica filippina e sarà sempre causa di scontro e diatriba, come attestano alcuni messaggi del Ministro degli Esteri filippino, Teddy Locsin, rivolti all’ambasciata USA che inviava aiuti per i filippini che rientravano a Zamboanga e Tawi Tawi da Sabah.

“Sabah non é in Malesia se si vuole trattare con le Filippine” scriveva Locsin con conseguenti tensioni diplomatiche, all’indomani del discorso di Duterte che sostanzialmente dice, tra l’altro, che non può farci nulla se la Cina si è presa tutto il mare cinese meridionale, perché le Filippine non hanno le capacità militari per contrastare una simile grande potenza.

Ma indipendentemente da queste tensioni interne tra i tre paesi che si affacciano sul mare di Sulu, la cooperazione tripartita è uno degli strumenti fondamentali per contrastare in qualche modo la pirateria e il terrorismo islamista: le Filippine meridionali sono ancora una delle poche aree dove il controllo dello stato non è garantito del tutto e dove c’è sempre spazio ed perché gruppi islamici radicali possano sopravvivere ed operare.

Vogliamo ricordare una lezione di Storia di Farish A Noor su Sabah e sul nazionalismo

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