Le mani invisibili contro l’ambientalismo in Thailandia

L’attivista Jintana Kaewkao, commerciante e madre di tre ragazzi, arriva presso l’ufficio governativo del distretto il 12 marzo pronta a lottare. Una trentina di abitanti del villaggio di Bangsaphan si erano radunati nella calura mattutina nelle tensioni crescenti per la pianificata costruzione di un’industria di trattamento dell’acciaio, nel mezzo delle zone umide e degli alberi di cocco del villaggio costiero. Sono per lo più donne con i piccoli in braccio, pronte a far sentire la loro protesta al capo distretto per il possibile inquinamento e la discutibile acquisizione dei titoli di proprietà della terra.

Le mani invisibili contro l'ambientalismo in Thailandia

Tutti attendono Jintana, una militante dell’ambiente riconosciuta del villaggio vicino di Ban Krut, a guidarli nella protesta e lei non li delude. Dopo aver saputo che il capo distretto ha dato buca agli abitanti del villaggio, è salita per le scale per chiedere un incontro con il suo vice. Lo ha informato allegramente, ha spiegato gli intricati labirinti della legge sulla proprietà agli abitanti e ha avuto la promessa di un nuovo incontro di li a qualche giorno.

Poi sale su un minibus della polizia con due poliziotti in abiti civili e una polo nera armati di due pistole. Loro non etano lì per arrestarla quanto per darle protezione giornaliera col compito di assicurare che resti in vita.

A renderla una leggenda del luogo è stata la sua capacità di usare la pressione degli abitanti e i tribunali per bloccare la costruzione di una grande centrale a carbone un decennio fa a Bang Krut. E’ diventata anche una donna segnata.

L’attivismo nelle lotte ambientali è oltremodo pericoloso se non fatale.

Negli ultimi decenni, chi si batte contro le centrali a carbone, le discariche e i progetti minerari si trova di fronte a minacce costanti. Secondo Global Witness tra il 2002 e il 2013 sono stati uccisi 16 militanti ambientalisti, ponendo il paese all’ottavo posto tra 35 paesi studiati ed il secondo in Asia dopo le Filippine. Se si considerano anche il problema dei diritti di proprietà delle terre ed a questioni dei diritti umani, i casi salgono ad oltre 30. Gli esecutori sono sicari per 500 dollari a persona uccisa da parte degli interessi di affari locali, mafia come li definiscono vagamente qui.

Nell’ultimo decennio persone armate hanno sparato contro la casa di Jintana 4 volte. Mentre i due anni passati sono stati tranquilli ha paura che la campagna contro l’industria dell’acciaio accenderà nuove minacce di violenza.

“Ci sono tanti sicari in giro. Se non ero sicura di essere al sicuro non ci sarei andata.” dice mentre la riportano a casa sua a Ban Krut che si trova oltre il porticciolo di pesca e dei bungalow sulla piccola spiaggia, che costituiscono l’ossatura economica del villaggio. Dopo anni di lotte dice di “essere felice di essere ancora viva”.

A dicembre un affarista della provincia di Chacheongsao fu condannato a morte per l’esecuzione del 2013 di Prajob Naoopas che si era battuto contro la discarica abusiva di sostanze tossiche. Ma tanti casi non sono risolti, o impiegano anni per trovare la strada in un sistema di giustizia che alcuni considerano sempre allineato con chiunque sia al potere.

“Ci sono tante mani invisibili ” dice Srisuwan Janya, un famoso avvocato thai che ha vinto varie grandi processi ambientali contro il governo e le grandi imprese, tra le quali vie è l’ingiunzione storica del 2009 che fermò progetti da 9 miliardi di dollari nella zona industriale Map Ta Phut. “Non dimenticate che in Thailandia ci si può comprare la polizia”.

I conflitti oscuri e spesso violenti per progetti per l’energia e le risorse sono una storia poco raccontata in un paese che aveva la reputazione di una delle nazioni più prospere, democratiche del Sudestasiatico nonostante il golpe nel 2014. Mentre la giunta sta consolidando il proprio potere ed applica nuovi limiti ai diritti civili, alcuni militanti temono che il clima contro l’ambientalismo peggiorerà.

Ma le minacce contro i militanti sono precedenti a questo governo militare, sottolineando quello che alcuni considerano la cultura dell’impunità per gli interessi degli affaristi specie nei villaggi delle campagne e nelle città industriali lontane dalle luci di Bangkok. Dicono anche di quanto brava siano stati Jintana ed i suoi amici militanti.

Oggi un insieme di costruzioni abbandonate a pochi passi dall’oceano è tutto quello che resta del progetto energetico a Cambone da 1400 Megawatts di Ban Krut. Il governo propose il progetto negli anni 90 con il finanziamento di investitori Giapponesi. Un altro impianto più piccolo fu pronto per la costruzione ad un’ora a Bo Nok, sostenuto dal Gruppo americano Edison Mission Group.

I progetti sarebbero serviti per sostener la domanda energetica crescente della Thailandia che ha raggiunto lo status di centro economico a media entrata. Oggi il paese è il ventunesimo consumatore energetico del pianeta secondo i dati dell’EIA Americana. Non riuscendo a produrre abbastanza gas naturale, i vari governi hanno guardato al carbone come compensatore.

Gli impianti non sono mai partiti, ma restano le ferite di lotte di un decennio per bloccare la loro costruzione, terminata a metà degli anni 2000 dopo che il governo decise di spostare i progetti in altre province.

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“Il villaggio si è diviso in due gruppi” dice Chainerong Noiphon, un pescatore che abita vicino Jintana. “Persino una cosa minuscola può diventare una grande lotta tra noi”. Anche lui fu contro il progetto al carbone ed accusa gli investitori per le divisioni che persistono anche ora. “Fummo fortunati ad avere Jintana tra noi”.

Jintana che giunse nel villaggio di pescatori e contadini di suo marito nel 1982 iniziò nel movimento contro la centrale a carbone, emergendo velocemente come un capo naturale, una spina nel fianco della Union Power Development Company, UPDC che guidava il progetto. Nonostante le assicurazioni del UPDC sulla ricaduta ambientale sulle coltivazioni e sulla barriera corallina, Jintana e altri non furono convinti specialmente quando si conobbero l’impatto sulla salute delle emissioni di anidride solforosa di un impianto simile nel nord del paese. In una sentenza della Corte Suprema Amministrativa l’Ente Energetico Thailandese EGAT fu condannata a pagare i danni, circa 800 mila dollari, per una centrale a Carbone a 100 persone che vivono vicino all’impianto.

Jintana riconosce che molti concittadini volevano che si costruisse la centrale a carbone a Ban Krut perché la UPDC aveva una campagna sofisticata di pubbliche relazioni con la promessa di tanti posti di lavoro. Lei era accusata di ignorare le richieste pressanti di energia del paese a cui lei voleva rispondere con la conservazione e l’energia da fonti rinnovabili.

Nel 1998 organizzò una marcia per bloccare il traffico sull’autostrada vicino l’impianto proposto. Comprò un’azione della UPDC del valore di 1 dollaro per poter partecipare alle riunioni della compagnia. I movimenti a Ban Krut e Bo Nok ottennero il sostegno di Greenpeace e di altri gruppi internazionali. La Banca Export Import americana ritirò il proprio finanziamento per l’impianto di Bo Nok nel mezzo delle preoccupazioni ambientali. Ad un certo punto gli abitanti minacciarono di distruggere l’impianto di Bo Nok se lo si fosse costruito.

Jintana non si rifiutò di usare tattiche di scontro per l’occasione finendo in carcere più di una volta. Nel 2001 gli abitanti tirarono a riva una balena morta sulla spiaggia, tirarono fuori dell’acqua putrida dove era stata seppellita a balena e la misero in borse di plastica. Poi entrarono in un banchetto della UPDC lanciando il liquido fetido contro i commensali. Ricorda Noiphon:”Fu madre natura ad aiutarci”.

Mentre Jintana dice di non essere presente quel giorno, il governo l’accusò di organizzare la protesta e fu condannata alla fine per sconfinamento e passò due mesi in carcere.

Mentre Jintana diventava sempre più conosciuta crescevano gli sforzi di chi voleva o comprarla o screditarla. Lei dice di aver rifiutato una grande cifra che veniva dagli interessi industriali. Eppure dice “ci sono dicerie che abbia una casa da 1,5 milioni di dollari”.

Sentendo che i suoi figli non erano ben accetti alla scuola locale che riceveva finanziamenti dalla compagnia del carbone, Jintana e suo marito iniziarono a mandare i figli nella scuola dei paesi vicini. Quando iniziarono a sparare contro la casa inviò i bambini a stare la notte con dei parenti. Un’altra volta un sicario sparò persino un colpo con la macchina della polizia di fronte alla casa.

Gli attacchi sembravano seguire uno schema vecchio di decenni per la Thailandia: si propone un progetto industriale con la benedizione del governo, un gruppo locale fa delle proteste, salgono le tensioni e poi il capo del gruppo è preso di mira con un tentato assassinio. Gli attacchi sono insolitamente sfrontati ed accadono talvolta anche di giorno in aree affollate.

Tyrell Haberkorn dell’università ANU di Canberra sostiene che l’ambientalismo contro progetti di affari sostenuti dal governo si trova di fronte a minacce sin dagli anni 70. Ma il grado di sfacciataggine è cambiato nel tempo.

Talvolta i procuratori riescono a trovare legami reali tra chi fa le violenze e gli interessi economici, come nel caso di Prajob Naoopas, capo villaggio che aveva denunciato la discarica di rifiuti tossici. L’uomo sapeva di rischiare. L’uomo, secondo alcuni giornali, comprò due armi per difendersi. Ma fu ucciso in pieno giorno nel febbraio 2013 presso un meccanico morendo mentre lo portavano all’ospedale.

Le mani invisibili contro l'ambientalismo in Thailandia

L’uomo condannato a morte non era solo un rappresentante del Ministero dell’industria ma anche il proprietario della Fusion Development Company che Prajob aveva accusato di inquinare. Dopo la morte di Prajob i residenti continuarono la campagna anche nel tribunale e riuscirono a porre fine all’opera di inquinamento.

Molto spesso invece si lotta contro la mancanza di prove, come nel caso di Prachern KetKaew di Bo Nok. Era seduto davanti al suo negozietto verso le 6 del pomeriggio del 31 gennaio quanod un uomo armato di pistola salta da una macchina che si avvicina e gli spara contro. Le pallottole lo mancano ma feriscono due clienti seduti lì vicino. Pachern ricorda che sfuggì nella boscaglia con gli assassini alle calcagne. Un altro sicario sparò contro il suo negozietto una raffica di proiettili con un fucile. Poi i sicari si voltarono fuggendo dal posto. Pachern chiamò un alto militante Kornum Ponroj che lo portò poi alla casa di Jintana dove rimase per due mesi.

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Nella sua mente non c’erano domande su chi lo aveva minacciato. Aveva formato una organizzazione per lottare contro un discarica di ceneri di una centrale vicina, ed aveva lanciato una denuncia contro la discarica di rifuti tossici nell’area. “Non volevo che la città divenisse sporca i rifiuti. Mai credevo che gli investitori avrebbero provato ad uccidermi” dice.

Pachern dice che la polizia arrestò un sospettato senza mai arrestarlo. Pachern dice di sapere l’identità degli uomini ma che non può provare, ed è riluttante a criticare e autorità che gestiscono il caso e che secondo lui l’accusano di essersi messo in questa posizione. Una lamentela comune in Thailandia è che le autorità di sicurezza sono spesso compiacenti se non complici.

Quando Korn-um Pongroi e suo marito Charoen Wat-Aksorn si unirono al movimento contro la centrale a carbone negli anni 90 fecero una scelta difficile. “Charoen dice sempre che per lotte come queste ci sono solo due strade: la morte o il carcere” ricoda Kornum. “Decidemmo così di non avere figli.”

La loro decisione si rivelò essere lungimirante. Oggi la tomba di Caroen si trova in un tempio buddista vicino la strada principale, circondato di foto del militante da giovane. Fu ucciso 11 anni fa mentre scendeva dal bus a Prachuap Khirikhan dopo aver testimoniato davanti al comitato del Senato. Sua moglie decise di non cremare il corpo finché non si faccia giustizia. Dice che sta ancora attendendo.

Subito dopo la morte di Charoen furono arrestati due presunti colpevoli che puntarono il dito contro un avvocato del posto Thanu Hinkaew che fu condannato a morte. Ma nel 2013 la corte capovolse la sentenza in circostanze sospette secondo Korn-um. Per lei questo 2è un esempio do come il sistema d giustizia del paese non è giusto .. il governo pensa che se hanno un PIL più alto fanno un buon lavoro per il paese. Il PIL è un’illusione. Chi investe non vede mai la vita reale dei giovani”.

Molti militanti dicono di non aver paura del carcere, delle ferite o della morte. Alcune organizzazioni internazionali vedono questo tipo di coraggio come un problema. Talvolta provano a persuaderli che la loro morte porterà alla fine delle loro campagne e che sono necessarie pecauzioni.

mani invisibili
foto di Luke Duggleby, aljazeera

Li si incoraggia a rimuovere le batterie dei cellulari per non poter essere rintracciati dal GPS della polizia e dei militari quando fanno le riunioni, oppure di usare delle guardie armate. Sapere che qualcuno fa la guardia può essere una forma di precauzione in sé. Organizzazioni come HRW, Protection International e ONU hanno provato ad attirare l’attenzione sulle questioni di sicurezza che i militanti locali e dell’ambiente si trovano davanti. Considerato l’alto profilo di Jintana, che ha ricevuto una laurea ad Honorem dalla principessa thailandese, la commissione anticorruzione ha firmato un provvedimento per cui due poliziotti la proteggono 24 ore al giorno. Prima erano gli abitanti a farle da guardia, o correvano in suo aiuto ogni volta che si diffondeva la notizia di un tentato attacco.

Jintana prova a non parlare molto dell’impatto della sua militanza sulla sua vita personale. Ma dice alla fine che è stato difficile. Ne ha sofferto il suo lavoro. E’ stata costretta a vendere la macchina dopo essere uscita di prigione per poter comprare le cose per il suo negozio. La scuola dei figli ha subito pesanti conseguenze ed a causa dei rischi non viaggia molto. “Questo è quello che ho perso da quando lotto contro la centrale a carbone.” dice.

In questi giorno Jintana riceve chiamate frequenti e talvolta di paura da parte dei militari che le chiedono di preparare degli incontri o che la rimproverano per non essere amica loro. I membri fondamentali della giunta che giunse al potere nel maggio 2014 hanno legami con vari progetti controversi, tra i quali una miniera d’oro a Loei dove uomini armati hanno attaccato un gruppo di manifestanti lo scorso anno. Paul Chambers, lettore presso l’Università di Chiang Mai dice hce i militari thai sono sospettosi dei gruppi che difendono i diritti e il nuovo governo potrebe aggiungere altri ostacoli al movimento ambientalista. “Alcuni ufficiali di alto rango hanno interessi forti in alcune di queste compagnie” dice Chambers.

E indipendentemente dal governo Jintana e gli altri sono attenti a tutti gli sforzi di reintrodurre una centrale a carbone a Ban Krut. L’EIA americana scrive in un rapporto a Novembre che “nonostante le preoccupazioni ambientali, l’ente energetico della Thailandia sta considerando di accrescere la produzione di energia da Carbone per ridurre la dipendenza dalle importazioni di gas naturale per la produzione di elettricità”.

Nel frattempo dice Jintana, si deve fermare l’industria dell’acciaio. Mentre l’auto della polizia attraversa le zone umide ricche di fauna e di flora, Jintana si guarda intorno: “Se viene l’industria non sarà più così. Voglio stare dalla parte di chi le protegge”

Joseph Schatz, foto di Luke Duggleby, AlJazeera America