Macachi a coda lunga in Cambogia: commercio senza cifre certe

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La Cambogia è uno dei paesi principali al mondo che esporta macachi a coda lunga, molto richiesti nella comunità scientifica, e sfrutta l’allevamento in cattività per esportarli in particolare dopo lo scoppio della pandemia del Covid-19 quando ha iniziato a dominare il mercato.

I dati forniti da CITES, Convenzione sul commercio internazionale in specie in pericolo di estinzione di flora e fauna, dicono che la Cambogia ha commerciato oltre 32300 macachi nel 2020, il 60% dei quali va a finire negli USA.

Lo si legge in un rapporto di Anton Delgado apparso su GLOBSea:

macachi a coda lunga Angkor
Foto Delgado, GlobeSea

“Mentre gli animalisti chiedono di porre fine all’uso scientifico dei macachi, molti sono preoccupati che gli allevamenti in cattività contribuiscono al declino della popolazione selvaggia in particolare dopo che i macachi a coda lunga sono diventati specie vulnerabile nella Lista Rossa della IUCN”.

Non si conosce quanto sia vasto il mercato dei macachi in Cambogia né il governo offre proprie valutazioni o fa ispezioni nelle aziende interessate in un commercio internazionale che si sa avere una differenza di accuratezza nei dati, dove non si conosce il trattamento degli animali e dove si può solo immaginare quanto sia vasto il commercio illegale.

Differenza di accuratezza dei dati sui macachi a coda lunga

Delgado analizza i dati forniti dal CITES sul commercio dei macachi in Cambogia annotando sia le importazioni che le esportazioni dei primati che crescono esponenzialmente sin dall’inizio degli anni 2000.

commercio dei macachi a coda lunga

“Dal 2004 al 2020 i dati di esportazione ufficiale della Cambogia dicono che sono 151800 i macachi a coda lunga esportati. Gli stessi dati del regno mostrano che il94% di questi primati sono stati inviati in USA, Cina e Giappone.

Il valore totale del commercio dei macachi a coda lunga tra il 2010 e il 2019 vale circa 1,26 miliardi di dollari ed un solo macaco ha un valore di varie migliaia di dollari, secondo uno studio del febbraio 2022 che paragona i dati del CITES e quelli ON del Comtrade Database.”

Un altro studio stima che nel 2017 il commercio legale dei primati cambogiani valeva 11,3 milioni di dollari, dopo di che si è avuto una crescita enorme del commercio che dai 9610 macachi del 2018 arriva ai 16640 del 2019 ai 32634 del 2020.

“CITES ha regolato il commercio internazionale dei primati agli anni 70 ma vari studi hanno indicato l’esistenza di una differenza di accuratezza nei dati ufficiali che è attribuita a “questioni di responsabilità, applicazione inadeguata dei regolamenti in vigore, valutazioni inaccurate o incomplete e segretezza” e i ricercatori si riferiscono ai dati CITES come il rinomato commercio delle scimmie”.

Prima degli anni 70 quando fu imposto un divieto delle esportazioni, a dominare il mercato era l’India con i suoi macachi rhesus che poi cedette il passo ai macachi cambogiani, sia a coda lunga che mangiatori di granchi.

Sui macachi a coda lunga si concentrò l’attenzione dell’industria della ricerca che li usa per test di tossicità per la produzione di prodotti commerciali oppure medicine ad uso umano.

“Mentre il Regno Cambogiano ha contribuito al commercio dei macachi sin dagli anni 2000 con 360 macachi a coda lunga mandati in Vietnam secondo i dati CITES, il numero annuale dei macachi vivi esportati dalla Cambogia ha un brusco salto dopo il divieto di esportazione imposto dalla Cina. Si passa dai 14mila macachi del 2019 ai 29500 del 2020, la maggioranza dei quali inviati in USA per scopo commerciale o scientifico”.

Dal momento che i dati sono fino al 2020 si ha paura che questa crescita esponenziale sali alle stelle.

In Cambogia questo enorme contributo al commercio dei macachi è sostenuto da allevamenti, da strutture che usano animali in cattività.

“Nel 2014 un documento del CITES in Cambogia inviato al segretariato CITES confermava l’esistenza di sei allevamenti in cattività privati nel regno. Il documento affermava che dal 2010 a metà 2014, gli allevamenti avevano oltre 81900 individui. Nello stesso periodo temporale si registravano esportazioni per 26190 macachi, una crescita sostanziale nelle operazioni visto che nel 2020 soltanto ci furono 29466 macachi registrati nelle esportazioni.

Dal 30 luglio 2014, le sei aziende avrebbero avuto 55739 macachi. Questo documento dà la sola informazione ottenibile su queste aziende da parte del ministero che dà i permessi per le strutture di allevamento in cattività”.

Delgado registra anche il silenzio del ministero e del CITES Cambogia su questi temi dopo richieste di chiarimenti.

Dice Sarah Kite di Action for Primates:

“All’inizio i macachi erano presi in migliaia di esemplari nelle foreste del Sud Est Asiatico per alimentare il mercato. Poi c’è stato lo spostamento verso l’allevamento in cattività, ma per poterlo sostenere altri macachi dovevano essere presi nelle foreste a scopi di allevamento. Questo è il modo con cui si è arrivati a queste aziende in vasta scala che sono terribili per la sopravvivenza delle specie complessivamente”.

Secondo il documento dal 2003 al 2009 la quota di macachi a coda lunga che era permesso catturare per gli allevamenti era di 37780 individui. Nel 2010 furono sospesi i permessi di cattura di macachi selvaggi per almeno 5 anni per valutare la situazione. Dal 2014 non si è comunque permesso la cattura di macachi selvaggi.

Non si conoscono le valutazioni fatte né se ci sono stati permessi recenti di cattura, ma Thuok Nao, del Ministero dell’Agricoltura ha affermato che ci sono state ispezioni che però non hanno portato a documenti o cifre sui macachi ancora in cattività.

Il commercio di macachi ha portato lo IUCN a dichiarare la specie come vulnerabile a causa dell’uso della risorsa biologica.

“Nel Sud Est asiatico continentale, come Cambogia e Vietnam, le femmine sono portate nelle strutture di allevamento ed i maschi sono esportato a livello internazionale per usarli nei laboratori di ricerca” dice Malene Friis Hansen di LongTailed Macaque Project.

Secondo Kandasamy Yoganand di WWF Greater Mekong, ci sono prove che mostrano come i macachi selvaggi sono contrabbandati come specie allevate nel commercio legale.

“Il commercio legale generalmente stimola la richiesta di fauna selvatica, che siano i macachi o altre specie perché si pensa che va bene consumare dal commercio legale. Si associa il termine legale con altre cose e si valuta che va bene. Ma questo non è il caso, legale è solo una carta che allinea il commercio con le politiche dei governi”.

C’è un modo per impedire che specie selvatiche possano entrare nel commercio legale?

“Senza la domanda non si ha l’offerta. Abbiamo posto l’attenzione per anni su chi forniva. La ricerca e le indagini sono sempre sui fornitori. Cosa fanno nei paesi originari? Perché commerciano le specie? Perché le colgono? Beh la ragione è che c’è la domanda. Dobbiamo invertire il ragionamento” dice Malene Friis Hansen di LongTailed Macaque Project che aggiunge che le strutture di ricerca biomedica devono prendere animali solo da aziende di allevamento se queste possono essere ispezionate in modo indipendente.

“Se non si può ispezionare significa che c’è qualcosa di oscuro e la mancanza di trasparenza deve farci porre delle domande… Dobbiamo richiedere che queste strutture di controllo e che creano i vari prodotti prendano una posizione etica”.

commercio dei macachi a coda lunga

Bisogna inoltre incentivare una posizione etica anche da parte dei ricercatori che devono farsi carico di sapere le condizioni di allevamento nei paesi di origine ed usare animali di fonte certa e acclarata.

“Se dovete usarli nei vostri laboratori, dovete sapere che provengono da strutture sicure che hanno a cuore il benessere degli animali”

Per il momento in Cambogia non esistono visite indipendenti negli allevamenti, né ispezioni, né tanto meno si sanno quanti sono i macachi presenti.

Tutte le richieste di visite o ispezioni di ONG animaliste sono state rigettate e la cosa non fa che esasperare l’immaginazione di quanti lavorano nel campo.

Secondo il documento del 2014 del CITES Cambogiano è il ministero a dover monitorare e controllare gli allevamenti, a sapere il numero annuo di macachi, se le strutture soddisfano agli standard della salute animale, agli alimenti e alla assistenza veterinaria. Ma di documenti pubblici non ce ne sono.

“Senza alcuna prova non si può dire se esiste o meno un commercio illegale di macachi a coda lunga che proviene dalla Cambogia. Sarebbe meglio per gli animali e la Cambogia se ci fossero dati più chiari e se fosse permessa una qualche ispezione” dice Nick Marx di Wildlife Alliance.

“Se tutto fosse chiaro nell’esportazione dei macachi a coda lunga, non credo che ci sarebbero problemi nel dare cifre e nel permettere ispezioni”.

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