Intervista a Farish Noor, il dilemma di un meticcio malese

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Il giornale online di Kuala Lumpur, “The Nut Graph”, ha tra le sue rubriche una molto bella, “Found in Malesia” in cui intervista vari personaggi illustri, conosciuti al grande pubblico malese, tra cui Farish Noor.

Il tema è la Malesia Che Vorrei, visto soprattutto dal punto di vista della questione cocente dell’identità razziale. L’intervistato si descrive a partire dai suoi antenati, dalla sua identità personale, dalla sua esperienza di una società multi razziale, multiculturale e multi religiosa.

All’intervistato infine viene chiesto di descrivere la Malesia che vorrebbe per sé e per le future generazioni. Nell’intervista che segue per cinesi si intendono i cinesi viventi in Malesia, mentre il termine Malay si riferisce all’etnia e Malese alla nazionalità.

INTERVISTA CON FARISH NOOR: Il dilemma di un meticcio malese

Farish Noor è un docente universitario prolifico. Fondatore del blog «The Other Malaysia», scrive con gusto e stile della politica in Indonesia, in Malesia, e scrive dell’islamismo e delle antiche fiabe malay. Le sue opere sono molto pubblicate. Ci si domanda cosa fa per distrarsi.
«Riparo batik antico. Io cucio e imbastisco.» racconta al The Nut Graph.

Non hai, storico e attivista, un idolo americano?
«Non guardo la televisione da quando ho 19 anni, benché ultimamente mi piaccia la cultura pop indonesiana» dice.
Ma in questa intervista con Farish non si parla di Peterpan o della Rossa, quanto dell’esperienza che Farish ha della Malesia, passata e presente.

Dice di essere un meticcio parlando in una nazione ossessionata dai confini di razza.

TNG: dove sei nato?

FN:Sono nato nel reparto di ginecologia dell’ospedale di Georgetown, a Penang, il 15 maggio 1967.

TNG: Dove sei cresciuto?
FN:Fino all’età di dieci anni sono cresciuto nella Malesia Occidentale, a Kuala Lumpur. Poi ho vissuto per quattro anni nello stato orientale malese di Sabah (isola del Borneo) per ritornare nella penisola Malese e andare in Inghilterra all’età di 19 anni. E alla fine sono rimasto in Europa per 23 anni.

TNG: sai tracciare la tua discendenza? Dove vivevano i tuoi parenti, i nonni, i bisnonni? Di che generazione malese sei tu?
FN:Sono un malese di seconda generazione. Mia madre era di Penang dove sono nato. Secondo gli aneddoti, la mia famiglia era Jawi Peranakan, (un gruppo dell’elite al servizio dell’impero britannico a Penang, di origine musulmana locale con discendenza Malay o del sudestasiatico, NdT). Probabilmente erano euroasiatici giavanesi, con del sangue arabo anche, emigrati nella Malesia britannica alla fine del 19° secolo. Da parte di mio padre ho anche del sangue indiano che credo sia Punjabi. Con una certa sicurezza posso affermare di essere giavanese, europeo, arabo e indiano.

TNG: Diamine! E considerando le cose dal punto di vista Malese, anche tu sei un bumiputera.
FN:Bene, lo stato mi classifica come bumiputera ma, nella mia infanzia, le mie origini erano sempre prese alla berlina dai ragazzi, a scuola, poiché studiavo al Saint John College. E talvolta con mio fratello ero messo alla berlina come celup (minestrone, NdT) e per essere un autentico mamak (malese, NdT). L’ironia era che, nella Malesia Occidentale, mio fratello ed io non eravamo ben accetti come malay, ma ci ricordavano spesso di balik (tornare) in India o balik (tornare) a Java.
Poi per quattro anni vissi nella Malesia Orientale, dove andavo ad una scuola missionaria cattolica, frequentata per lo più da cinesi di origine malese. Ed in questa scuola mio fratello ed io eravamo considerati essere troppo malay. Ed eravamo una minoranza, il solo ragazzo malay della classe. Ho quindi un’esperienza personale del razzismo da quando avevo sette anni.
E fu durante uno di quegli anni che credo di aver vissuto alcune delle violenze razziste peggiori nella mia vita.

TNG:Ci puoi descrivere questi avvenimenti dove hai vissuto il razzismo?
FN:Furono vari gli incidenti a Sabah, nella mia scuola a maggioranza cinese. Come ho detto, ero il solo ragazzo malay della classe. In questo contesto etnico omogeneo, l’assunzione prevalente era che i non cinesi non potevano essere piú brillanti degli studenti cinesi. Tuttavia riuscivo ogni volta ad essere il primo.
Questo fatto irritava tanto uno degli insegnanti cinesi  da spingerlo ad abbassarmi i voti, facendomi comunque passare. Per quattro anni di seguito. Ma quello che piú mi colpiva era che le vessazioni non si fermarono solo a quel livello, ma che di fatto degenerarono molto, molto di più.
In un’occasione fui costretto da quel docente a pulire il vomito dal pavimento, con le mani. E sempre lui, che non ho mai amato e che non mi ha mai voulto bene, disse: «Questo è il modo in cui tratteremo i non cinesi quando alla fine comanderemo nella nazione». Quella è la parte brutta.
Ora viene la parte che redime. Subito dopo questa violenza, i miei amici cinesi furono i primi a venire da me e chiedermi se stavo bene.
E questo pone la domanda di come affrontare il razzismo. Poiché, se c’è una cosa che mi irrita maggiormente della questione del razzismo in Malesia, è che un lato è visto come aggressore e l’altro sempre come vittima. E se sei un meticcio come lo sono io, allora capisci che ogni parte può essere vittima e carnefice. Sono stato attaccato dai Malay e dai cinesi. Ma ho amici cinesi ed amici malay.
E la seconda questione è come affrontiamo il razzismo sul lungo periodo. Nel caso di quel particolare insegnante, razzista e violento, anche se avevo appena dieci anni, capii che non potevo rispondere al suo razzismo con un mio razzismo poiché avrei solo ripetuto il ciclo della violenza. Ancora non l’ho perdonato, ma non lascio che quest’uomo domini la mia vita. Per altro non ricordo più neanche il suo nome.
Ma fu in quella scuola che incontrai i due migliori insegnanti che abbia mai avuto. Entrambi cinesi. Il signor Chung mi insegnò la matematica e il signor Sam l’inglese. Li ammiravo così tanto che decisi che l’unica cosa che davvero desideravo è di diventare un insegnante. Se sono un docente universitario oggi, è grazie a Chung e Sam.
La questione del razzismo è sempre una questione personale. Come ti rapporti ad esso? Si può decidere di convivere col peggio oppure di focalizzare sul positivo. Vivevo in una condizione di poter scegliere di sviluppare sentimenti profondamente anticinesi per il resto della mia vita, ma non lo volli.
E credo che questo sia quello di cui noi malesi avremo bisogno per voltare pagina. Ognuno avrà una storia simile da raccontare. Poichéin un certo senso lo stato della politica resa razziale in Malesia vuol dire che siamo tutti vittime. Così possiamo scegliere di convivere col discorso della vittimizzazione oppure cresciamo e andiamo oltre questa nazione per abbracciare il positivo che possiamo trovare nell’altro. Io ho scelto quest’ultima possibilità. E’ la mia scelta personale, una scelta etica ed una scelta politica.
Quello che trovo sorprendente è che come razza mista Malay, definita dallo stato come Malay malese, avevo esperienze simili quanto andavo a scuola.
Credo che quelli che vivono ai margini, quelli che non si adattano bene alle scatole «Malay», «Cinese», «Indiano» soffrono enormemente in questo stato di politiche razziali. E non si tratta solo della razza, ma anche della religione.
A mettere in fila tutti i membri della mia famiglia, avresti lo spettro completo della Benetton, dal bianco al nero. Mia madre e le mie zie avevano tutte capelli biondo scuro. Ho avuto zie dagli occhi azzurri, verdi. Avevo uno zio che era tutto e per tutto bianco dal momento che tutti i suoi cromosomi si erano mossi in quella direzione. Mio padre, comunque, era molto scuro, un bell’uomo. Sono cresciuto perciò con lo spettro completo attorno a me.
Ma era una famiglia nella negazione. Forse a causa delle sue origini miste. Era una famiglia che voleva sempre affermare di essere malay, che per me era assolutamente ridicolo. Poiché da un lato lo erano, ma non lo erano. Non ne ho visti molti, nella mia vita, di Malay dagli occhi blu e biondi, ma apparentemente erano in pochi nella mia famiglia.
Ma credo che questo nonsenso è molto legato alla nascita dell’etno-nazionalismo malese. Ed i modi in cui le identità razziali vennero raggruppate con le identità politiche. Credo che una delle cose peggiori che potettero capitare a Malaya, tra gli anni 40 e 50, ci sia stata la nascita di un nazionalismo con risvolti etnici e razziali. Il che costrinse essenzialmente la gente a scegliere la propria posizione. La gente come noi, meticci, non potettero più essere mescolati. Dovemmo scegliere di essere questo o quello, non potevamo più essere questo e quello. Credo che sia stato proprio questo ad impoverire davvero la società malese.
Quindi da storico ed attivista, questo è ciò che rappresenta «The Other Malaysia» (L’altra Malesia, NdT). Sono dieci anni, per inciso, cominciammo nel 1999. Era un progetto che provava a ricordare ai malesi di questa complessità, di questa nostra storia condivisa. Ed è la nostra storia, di tutti i malesi. Non è la storia di una comunità al di sopra di un altra, o di un sesso sopra un altro, o di una classe sopra un’altra.

TNG:  Ma c’è un aspetto particolare della tua identità con cui sei in lotta oggi?
FN:La mia sessualità. lasciamola stare.

TNG: Descrivici la Malesia che ti piacerebbe per te o per le future generazioni.

FN:Una nazione in cui ci relazioniamo l’un l’altro come cittadini uguali. Sarebbe una Malesia in cui la cittadinanza soprattutto è ciò che conta di più. Sarebbe una Malesia dove ogni malese sente di poter chiamare questo posto patria, un posto dove ha il diritto di esprimere se stesso e il diritto di sognare ad occhi aperti su ciò che vuol fare.
Nessun singolo malese dovrebbe pensare «Non dovrei neanche aspirare di diventare primo ministro poiché non sono del sesso giusto, o della razza giusta o della religione appropriata.» La Malesia per me è apertura, con frontiere infinitamente larghe.
Vorrei vedere una Malesia che sia senza limiti nella sua abbondanza, di ricchezza e di potenzialità. Non una Malesia dove le varie comunità etniche piantano la loro bandiera e dicono «Questo è il mio pezzo, quello è il tuo». Una Malesia in cui ognuno cammini libramente e con la confidenza di chi sa che questa è la nostra terra condivisa e siamo tutti più ricchi poichè la condividiamo insieme.

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