MALESIA: Il massacro di Batang Kali, la My Lai dell’Impero Inglese

Siamo nel giorno 11 dicembre del 1948 nel dopoguerra Malese, nel villaggio di Batang Kali, sulla strada che da Kuala Lumpur conduce alle colline di Genting.

Le condizioni misere di vita danno vita ad una forte insorgenza comunista contro i colonizzatori inglesi che sono tornati in forza nella loro colonia che si chiamava allora Malaya.

Una colonna di soldati inglese di pattuglia entrano nel villaggio e se ne vanno con una scia di morti: 24 persone vengono uccise tra cui il ragazzo di Tham Yong che all’epoca aveva solo 17 anni. Una dei sopravvissuti.

MALESIA: Il massacro di Batang Kali, la My Lai dell'Impero Inglese
In tutto il villaggio non si tovarono armi. Gli inglesi definirono quel periodo L’emergenza Malese quando una insorgenza comunista voleva porre fine alla dominazione inglese. Ultimamente un ministro inglese ha sostenuto che un’inchiesta più approfondita sugli eventi non potrebbe portare a nulla considerato il lasso di tempo trascorso. Eppure ci sono le testimonianza dei sopravvissuti e la confessione di uno dei soldati, ed è uscito ultimamente un documento riservato pubblicato dal The Guardian che confermava la copertura data dal governo di allora all’evento agghiacciante. Cosa ancora peggiore è l’esito dei ricorsi dei sopravvissuti alla corte che ha respinto la richiesta dell’inchiesta. Benché la corte riconosca che non ci possano esser dubbi sul resoconto e le testimonianze del massacro deliberato, non viene accettata la richiesta di una indagine pubblica per la difficoltà dopo 63 anni di accertare i fatti denunciati, visti molti documenti mancanti e considerati che tanti sono morti in questi anni e visti i deliberati sforzi del governo conservatore di Major di far arenare le precedenti inchieste. Si va verso l’insabbiamento quindi? Non è detto visto che ci potrà essere anche un appello contro questa decisione.

Sono sopravvissuta a Batang Kali

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MALESIA: Il massacro di Batang Kali, la My Lai dell'Impero InglesePrima dell’arrivo dei soldati, conducevamo una vita molto semplice nel nostro villaggio. Si lavorava alla piantagione di caucciù, pescavamo con le canne di bambù nel fiume e c’erano due piatti che cucinavamo sempre. Non vedevamo scontri benché avessimo sentito dagli altri villaggi nelle colline vicine. Per quanto riguarda i comunisti non sapevamo come fosse un comunista e non erano venuti al nostro villaggio. Li avremmo altrimenti denunciati alla polizia.

Alcuni soldati vennero comunque al nostro villaggio una o due volte. Quando bruciavamo il bambù talvolta esplodeva come lo sparo di un’arma e loro venivano ad investigare. Il giorno 11 dicembre comunque, quando arrivarono i soldati, li accompagnava un detective cinese molto ostile. Ordinarono alle donne di smettere di cucinare il riso e agli uomini di picchiettare gli alberi di caucciù. Ci dissero di separarci, con gli uomini e i bambini da un lato della capanna e gli uomini dall’altro. Rimanemmo lì fino al calare dell’oscurità. Non c’era da mangiare e nessuna spiegazione per quello che accadeva. Allora il poliziotto cinese ci disse: “Avete visto i comunisti, venivano qui”. Risposi che non sapevo nulla ma lui continuava a urlare, non mi credeva.

Poiché non c’era da mangiare, i bambini piangevano, mentre il poliziotto ci diceva di tenerli in silenzio o avremmo bruciato tutto. Per tutta la notte vedevamo i soldati accendere dei fuochi, ed avevamo paura che con quelli avrebbero acceso casa nostra.

La mattina dopo, udimmo i soldati dirci di uscire e avevano preparato te biscotti e caffè. Avevamo fame così mangiammo tutti i biscotti. Allora verso le otto del mattino i soldati chiesero alle donne di raccogliere tutte le cose che avevamo e di lasciare la capanna poiché la avrebbero accesa. Il detective mi permise di cambiarmi la maglietta ed udii il mio uomo, che era dall’altro lato della capanna con gli altri uomini, di prendere qualche denaro che aveva messo in una giara, dicendomi dove trovarla.

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I soldati allora ci portarono ad un camion e salimmo sul retro. Quando fui lì sopra vidi gli uomini scendere dalla capanna. C’era una scaletta che poteva tenere solo due uomini per volta. Gli uomini furono messi in tre o quattro gruppi e condotti verso la piantagione dai soldati. Poi udii i colpi di arma da fuoco.

Pensai che gli uomini erano andati. Udii i colpi da 5 posti differenti. Poi i soldati spararono alla capanna che prese fuoco. Scendemmo alla città nel camion. I ragazzi erano affamati, ma la gente della città ci diede da mangiare.

Il giorno dopo provai a ritornare ma alcuni del vicino villaggio malay suggerì di non farlo. Avevano visto due camion di soldati andare al nostro villaggio. Una settimana dopo ritornai di nuovo. Il gestore di una piantagione ci diede qualche vestito e ci diede della roba per raccogliere i corpi. Giacevano tutti dove erano caduti.

I soldati non avevano diritto a fare quello che hanno fatto. Non eravamo comunisti, eravamo gente innocente. Voglio che midano una somma compensativa. Voglio che il governo inglese chieda scusa e paghi qualche somma. Ovviamente sono arrabbiata ancora. Vogliamo anche la verità alla fine. Ce la devono tantissimo.

http://www.guardian.co.uk/world/2009/dec/09/malaysia-human-rights?INTCMP=ILCNETTXT3487