MALESIA: Il sogno di Farish Noor di chiamare la Malesia “casa”

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In un articolo apparso su Malaysian Insider, lo storico malese presso la Nanyang Technology Institute di Singapore, Farish Noor, esplora il problema della cittadinanza, della nazione e dell’appartenenza alla luce di quello che era il progetto malese di una società multirazziale, multiculturale e multireligiosa, di come questo progetto si sia evoluto, o meglio involuto, fino al momento attuale.

E’ altresì presa in considerazione la crisi occidentale nella regione ed il crescente ruolo cinese e le influenze possibili sul futuro, specie per una nazione lacerata da politiche razziali e religiose e di una dirigenza politica incapace di vedere più in là del proprio tornaconto elettorale.

La Malesia ed il sogno di trovarsi a casa

Un ambasciatore malese una volta mi chiese se, dopo aver vissuto e lavorato all’estero per più di due decenni, mantenessi ancora la mia cittadinanza malese. Io risposi di sì. In qualche modo sorpreso aggiunse: “Grazie Iddio che non abbiamo perso anche lei.” Risposi: “Bene abbiamo perso così tanti bravi professionisti e tanti bravi accademici ormai che non sono sicuro se faccia qualche differenza a questo punto…”

Tuttavia proprio dal profondo di una certa mia ingenuità, affermo che credo ancora nel progetto malese, nonostante tutti i capricci e i punti deboli. Ed ora, mentre la Malesia guarda ad un decennio che di sicuro trasformerà il volto del sudest asiatico e testimonierà il declino graduale dell’influenza americana e la nascita di una influenza cinese nell’Asean, ci teniamo con fermezza alla macchina dello stato che è destinata verso un grosso scontro come mai avvenuto prima.

Mentre l’influsso e l’efflusso degli investimenti esteri diretti dentro e fuori l’Asean ridisegneranno radicalmente i confini della regione portando alla nascita di nuovi centri di sviluppo e il declino dei vecchi, la nostra politica nazionale è dominata da storie dell’orrore, storie di rabbia, storie di sciamani e naturalmente di malfamati eroi di comunità e paladini di etnia che hanno a cuore solo la propria rispettiva comunità etnico religiosa.

Qualunque demagogo etno razziale parla di dover farsi paladino della causa della propria gente, senza considerare il fatto che la sua gente potrebbe non averlo nominato affatto. Detta legge la dialettica di avversari, mentre le identità si configurano, ogni volta, in termine di opposizioni esclusive: noi contro loro, chi sta nel gruppo contro chi sta fuori. Questo è il panorama variegato della nostra coscienza nazionale sin dai tempi dell’indipendenza, e non riusciamo ancora ad uscire fuori da questo angusto e ottuso modo di pensare.

Nel mio lungo soggiorno all’estero, ho sempre incontrato malesi che abbandonavano e/o trascendevano i loro limitati confini etnici mentre erano oltremare, perché essi erano malesi. Tuttavia sembra che sia stato fatto un incantesimo su tutti noi, perché non appena mettiamo piede nella Malesia la prima questione che ci viene sulle labbra è: a che razza appartieni?

Dato che ho condotto ricerche per più di dodici anni attraverso tutta l’Asia meridionale e del sudest, mi colpisce questo nostro peculiare costume: in India e Indonesia, due stati che amo quanto la Malesia, nessuno mi ha mai posto questa domanda. E davvero in entrambe le nazioni passo anche per un abitante del posto e il caso è chiuso. Pochi tentativi, caso mai, cercano di localizzarmi nel caleidoscopio locale linguistico del paese. Nessuno mi chiede di che razza sia, a che religione appartenga. Perché?

Mi rifiuto di credere che i malesi siano condannati dalla storia o dalla genetica a restare nel solco che si sono costruiti da soli. Non c’è nulla di biologico unico su di noi da condannarci a tale solipsismo per l’eternità. E se noi malesi riusciamo all’estero a trascendere, all’estero, questa bieca compartimentazione etnica e religiosa, perché non riusciamo a farlo a casa?

Il che mi porta al concetto di casa e sentirsi a casa. “Casa” è il luogo dove crediamo di essere felici e contenti; al sicuro e rassicurati; nel conforto e a proprio agio con noi stessi. E’ il luogo dove non sentiamo il bisogno di vestire le proprie identità cucite sulle maniche, o come una corazza per proteggerci da qualunque influenza ostile che proviene dall’esterno. E se la Malesia è casa per noi, allora deve essere il posto su questa terra di dio dove possiamo essere noi stessi senza dover chiedere scusa.

Tuttavia la natura delle nostre politiche comunitarie da discordia ci rubano tutto questo senso di benessere e di sentirsi a casa, perché sembra che i non si riesca più a condividere il conforto tra noi cittadini malesi. Le zone di conforto di ogni comunità sembrano siano diventate qualcosa di sacrosanto, grazie ai politicanti di qualche partito della nazione, che continua a solleticare sul bisogno prima di proteggere e poi espandere le rispettive zone di conforto delle loro comunità esclusive.

Ne consegue che i confini di queste differenti zone di conforto sono destinate a scontrarsi, ed il risultato lo vediamo dovunque oggi nei media: vessazioni di intellettuali e pensatori non di parte; campagne che creano paura sul come “l’altro” sta per minare “Noi”; voci di disegni e stratagemmi usati da “loro” contro “noi”… Dove di grazia è il corpo nazionale allora nel mezzo di questa mutua apprensione e sfiducia? Come si può costruire una nazione quando i suoi componenti non pensano in primo luogo ad una nazione?

Scrivo questo solo come un accademico che ricorda con costanza ai suoi studenti che le identità nazionali sono dei costrutti che devono essere sostenuti nell’immaginario dei soggetti individuali. Come ho già detto una infinità di volte, gli alberi e le colline, i fiumi e le valli, le strade e i mercati che vediamo attorno a noi non sono malsi: non hanno coscienza e comprensione di quello che sono persino dove sono. “Malesia” è un costrutto che esiste in noi, malesi, e siamo noi malesi a portare nel tempo la identità della nazione.

NOI siamo la Malesia e NOI la nazione. Ma può accadere solo se noi genuinamente ci pensiamo come malesi e siamo preparati a fare un passo al di là delle nostre zone di conforto per riconoscere, difendere e sostenere la cittadinanza comune che condividiamo con ogni singolo cittadino malese attorno a noi. Ogni malese è un fratello o sorella per ogni altro malese; e come tali le nausee che abbiamo sulla povertà e l’ingiustizia che vediamo inflitte ai nostri concittadini è una preoccupazione per tutti. Non possiamo continuare a rendere la povertà una questione razziale come fosse la preoccupazione di un gruppo etnico solo; nessun segmento della popolazione può più reclamare la proprietà della nazione.

Non credo, francamente, che vivrò tanto da vedere il giorno in cui questo senso di nazionalità collettivo, comune ed eguale sarà interiorizzato e normalizzato nella nazione. Per tornare alla domanda dell’ambasciatore sul perché non abbia abbandonato la mia cittadinanza, posso solo attribuirla ad una fede ingenua, infantile che potrà anche essere cieca. (Ringrazio solo di non aver alcun bambino e non credo che ne avrò alla mia età ora, perché temo davvero per il futuro e dove il futuro potrà portarli)

Ma la fede, per quanto tenue e irrazionale, è ancora necessaria per dare i natali alle nazioni che sono nate dalle aspirazioni collettive di molti. Non so ancora per quanto tempo potrò lavorare o fare quello che faccio, perché sembra che il mio tempo si sta esaurendo e non si scorge ancora la fine della strada . Ma mentre le nuvole di tempesta si raccolgono, mentre i venti geopolitici si costruiscono nella nostra regione, mentre si parla di scontro tra le potenze grandi ed emergenti si fanno sempre più forti ogni giorno che passa, non temo per me stesso ma piuttosto per la Malesia intera.

I nostri politici sembrano avere un periodo di attenzione che dura fino alle prossime elezioni, nazionali o provinciali; i nostri personaggi pubblici giocano la carta religiosa o razziale ogni volta che serve loro. La nostra nazione è dolorosamente bisognosa di qualcuno che ci ricordi che siamo sulla stessa barca, e sia che sprofondi o navighi, ci porterà tutti che ci piaccia o no.

Per la prima volta in vita mia, ho davvero paura per il futuro, peggiorato dalla chiara assenza di saggezza politica e di direzione di una qualche saggezza. E nonostante la paura, l’unica cosa a cui mi posso aggrappare è la fede, la fede nel progetto malese.

Dr Farish A. Noor, storico presso Nanyang Technologial University di Singapore, Malaysian Insider

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