Manas Kongpaen, il generale stimato del traffico dei Rohingya

Nel maggio 2015 furono portate alla luce nel meridione thailandese delle orribili fosse comuni con tantissimi corpi appartenenti, per lo più, ai rifugiati Rohingya che erano diventati vittime del traffico di schiavi. La scoperta pose la Thailandia sotto i riflettori del mondo proprio nel momento in cui il paese cercava di migliorare la propria posizione in termini di gestione del traffico umano negli USA.

Provando a prendere le distanze da ogni possibile colpa, il regime al potere accusò almeno 85 persone di complicità nello scandalo, e tra questi vi era il generale dell’esercito Manas Kongpaen. La Thailandia si offrì anche di assistere umanitariamente i rifugiati Rohingya e indisse una conferenza regionale sui migranti Rohingya e Bangladeshi che indirettamente attaccava la Birmania.

Sebbene la Birmania porti la responsabilità primaria per la crisi Rohingya, la Thailandia deve porre termine al suo deplorevole trattamento  della popolazione Rohingya. Resta il fatto: la linea tra di demarcazione tra gli ufficiali della sicurezza e gli schiavisti in Thailandia è sempre più confusa. E la Thailandia deve ancora rispondere per questo.

I Rohingya sono una popolazione musulmana della Birmania sudoccidentale, sebbene né lo stato birmano né la maggioranza dei birmani accettino il loro diritto ad essere cittadini. I militari birmani negli anni 1978, 1992 e nel 2012-13 praticarono la pulizia etnica dei Rohingya che hanno anche sofferto dagli attacchi violenti da parte dei nazionalisti birmani e soffrono la discriminazione in tutta la Birmania.

Ondate di Rohingya si sono rifugiate in Bangladesh. Ma dal 2006 il Bangladesh era sovraffollato di rifugiati e tanti Rohingya decisero di andare in Malesia. Nel fare questo significò passare dalla Thailandia. Attraversare il territorio thai via terra o via mare era difficile. Per prima cosa i trafficanti umani che portavano la gran parte dei Rohingya per la Thailandia erano sfruttatori. Secondo c’erano molte sfide sanitarie. Terzo i militari thai fanno una guerra molto dura contro l’insorgenza malay musulmana nel lontano meridione thailandese, che rappresenta l’area che i Rohingya devono attraversare per raggiungere la Malesia. A causa dell’insorgenza la forma mentale della sicurezza thailandese era ostile verso i musulmani della Thailandia meridionale. Non era difficile estendere questa paranoia ai Rohingya che le forze armate thai temevano potersi unire alla rivolta. Quindi sia la marina che l’esercito thailandese arrestavano di routine i Rohingya che poi deportavano di nuovo in Birmania, oppure di rado li aiutavano a proseguire con le barche verso la Malesia.

Poi la Malesia cambiò la propria politica rifiutandosi di registrare altri Rohingya. Chi transitava attraverso la Thailandia si trovava disperso mentre altri continuavano ad arrivare. Nel 2008 il primo ministro Samak Sundaravej propose di inviare tutti i Rohingya in centri di immigrazioni su un’isola deserta. Benché l’idea non sia mai stata applicata, la politica thai poi non è stata granché migliore.

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La Thailandia non ha mai sottoscritto la Convenzione dell’ONU del 1951 sui rifugiati o il protocollo del 1967. Quindi il paese non ha specifiche responsabilità legai internazionali di salvaguardare i rifugiati o i chiedenti asilo. Eppure il paese ha firmato altri accordi di diritti umani come la Convenzione di diritti civili e politici che coprono i diritti degli apolidi Rohingya birmani. Ma la scarsa applicazione rende questi strumenti inefficaci. Questo dice che la Thailandia ha trattato i Rohingya come meglio le è parso.

Voltando la faccia ad ogni obbligo internazionale rispetto ai diritti dei rifugiati, i militari thai iniziarono una nuova politica di respingimento in cui i Rohingya, dopo essere sopravvissuti allle traversie per raggiungere via mare la Thailandia, erano ora tenuti in una remota isola per due giorni. Quindi barche cariche di rifugiati erano spinte in acque internazionali, i motori rotti e lasciati ad ondeggiare con poca disponibilità di acqua. La politica che vide tantissimi corpi di Rohingya finire sulle coste asiatiche voleva scoraggiare i potenziali rifugiati a raggiungere la Thailandia. La strategia fu affidata al generale Manas Kongpaen dell’ISOC. Manas divenne tristemente noto per aver partecipato al massacro della moschea Krue Se nel 2004, benché prosciolto in seguito da ogni malefatta da una corte thailandese.

Sotto il governo di Abhisit, il programma di respingimento fu sospeso, e fu applicato un programma di deportazione di detenzione infinita dei Rohingya. Mentre non era immediatamente condannabile come il respingimento in mare, fu solo favorito dalla polizia che si unì in forza ai trafficanti umani. La deportazione verso la Birmania ha solo portato alla prigione da parte birmana, una nuova fuga in Thailandia o più comunemente la consegna dei Rohingya ai trafficanti umani che li contrabbandano in Malesia. Dal momento che i Rohingya non riuscivano a pagare i trafficanti, erano costretti a diventare degli schiavi per ripagare il debito.Una politica simile favorì ginanziariamente la sicurezza locale birmana e i conrabbandieri mentre dava soluzione clandestina al ritorno dei deportati Rohingya.

Nel 2013 un’indagine della Reuters rivelava che la polizia thai aveva ammesso l’esistenza di una politica thai ufficiale di rimuover i detenuti Rohingya usando una simile alleanza tra le forze di sicurezza Thai e i trafficanti umani. Poiché la politica era ufficiale, doveva essere sanzionata dall’alto della gerarchia di polizia. Iniziò eguito delle atrocità di stato della Birmania del 2012-13 contro i Rohingya che avevano esacerbato gli ultimi esodi verso l’estero compreso la Thailandia.

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La strategia era questa: le autorità thai vendevano i detenuti Rohingya ai trafficanti che li inviavano attraverso una serie di campi nella giungla (col suo numero di violenze e di stupri) vicino alla Malesia, dove i parenti dei Rohingya dovevano pagare una somma per loro. Chi non poteva pagare il riscatto era venduto come schiavo, oppure moriva. Un rapporto successivo rivelava che la Marina Thai aveva picchiato i Rohingya vendendoli poi ai trafficanti.

Questa relazione tra autorità e trafficanti è accertata ufficialmente. Alla sua luce, la scoperta delle fosse comuni del maggio 2015 scopre non solo la presunta collaborazione tra persone della sicurezza thai e i trafficanti, ma inece una crescente prova che in molti casi i soldati ed i trafficanti erano gli stessi. Quindi sembra che il traffico dei Rohingya, per alcuni della sicurezza thai, rappresentasse non solo un modo di liberarsi dei detenuti, una minaccia alla sicurezza, ma anche un modo per fare profitti dalla miseria dei rifugiati connessa al traffico umano e alla schiavitù.

Mentre le prime risposte della Thailandia alla crisi dei Rohingya del 2015 sembravano positive, chi fa la politica della sicurezza deve rispondere ad alcune questioni fondamentali.

Prima cosa, le fosse comuni non rappresentano il risultato logico della politica intenzionale sui Rohingya della sicurezza?
Seconda cosa, come poteva lo stato permettere al generale Manas Kongpaen, implicato prima nel massacro di Krue Se, di guidare localmente la politica dei Rohingya per l’ISOC dal 2008 al 2015?

Terza cosa, poiché il ministro della difesa attuale è lo stesso del 2009, Prawit Wongsuwan, perché non è riuscito a fermare le violazioni dei diritti da parte della sicurezza contro i Rohingya?

Quarta cosa, se tale traffico era una politica intenzionale thai, fino a che punto la Thailandia è colpevole di crimini contro l’umanità?

Mentre l’attenzione globale sul trattamento orrendo dei Rohingya, le violazioni dei diritti umani della Thailandia, sebbene ricompaiono occasionalmente sui giornali, sono continuate come una proiezione segreta che ha perpetuato un sistema brutale di traffico di schiavi e impedito ai Rohingya di raggiungere l’asilo politico all’estero.
E’ proprio giunto il momento che la Thailandia, col sostegno di agenti internazionali, o permetta ai Rohingya un diritto temporaneo d’asilo, oppure assista eticamente la gente ad andare verso paesi terzi.

Paul Chambers
, Thediplomat