E’ l’inizio della guerra fredda nel Mare Cinese meridionale?

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Vuol dire che sta implicitamente montando un clima da guerra fredda con le sue tensioni e che le parti non vogliano un’espansione del conflitto?

Il nuovo premier giapponese, Shinzo Abe, ha fatto una digressione dal suo approccio estremista estendendo il ramoscello di ulivo, per la questione delle isole nel Mare Cinese Meridionale, verso la Cina che comunque ha deciso di mantenere la sua posizione di forza sulle isole della contesa.

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Il Giappone è essenzialmente sostenuto dagli USA la cui preoccupazione principale nella zona è di neutralizzare il fondamento logico della minaccia cinese.

Vuol dire che sta implicitamente montando un clima da guerra fredda con le sue tensioni e che le parti non vogliano un’espansione del conflitto?

Il Mare cinese meridionale è in agitazione da tanto tempo dove le forze del nazionalismo minacciano la sicurezza regionale. Le rivendicazioni cinesi che si sovrappongono a quelli del Giappone, Filippine, Vietnam, Taiwan, Malesia, Corea e Brunei lo rendono sempre più chiaro, le piccole nazioni possono inguaiare i grandi in tanti modi in più di quanto atteso.

Tutte queste nazioni hanno rivendicazioni che si sovrappongono sulle Spratly, Paracelso, Dokdo e Diaoyu con la Cina. Questa è rimasta attiva sia militarmente che politicamente con la sua potenza crescente e le ambizioni che si traducono, inevitabilmente, in potenza militare.

La sua posizione aggressiva sulle dispute territoriali, aiutate dalla modernizzazione della difesa, è una materia di preoccupazione generale per le potenze regionali. L’approccio giapponese più morbido di ricercare negoziati mediante un messaggio di buona volontà è stato spinto dagli USA.

Comunque non suggerisce che il Giappone voglia ritirare le sue rivendicazioni sulle contese isole Senkaku.

La posizione dinamica della Cina ha spinto le altre potenze regionali a cercare delle strategie per controbilanciarla. Un modo per ottenerla è di migliorare i legami di sicurezza marittima; un’altra è legarsi alla potenza che sta nell’ombra, gli USA. Quest’ultima cosa fornisce le basi per la politica di Obama di Pivot in Asia.

E’ una risposta alla forza crescente cinese, è una strategia con cui assicurarsi l’ingaggio degli alleati nella regione, sia economicamente che politicamente. La posizione americana è poi consolidata nella regione. Secondo le parole della Clinton: “Questa politica di Pivot è stata un esempio di diplomazia creativa”.

Tre delle nazioni immerse in queste dispute territoriali sono alleati strategici degli USA. L’accordo USA Giappone è stato rivitalizzato; gli USA guardano con attenzione al Vietnam come un alleato strategico e le relazioni USA Filippine sono in via di miglioramento continuo negli ultimi anni. I trattati di difesa reciproca, firmati separatamente con Giappone ed USA, contengono il dovere da parte americana di intervenire in caso di un’aggressione. Manila ha fatto già sapere che si attende ce Washington giunga in suo aiuto se dovesse ingigantirsi il conflitto.

Sia gli obblighi di questi trattati che i propri interessi spingono gli USA a giocare un ruolo fondamentale nella regione. E’ nell’interesse del paese non lasciare approfondire il conflitto. Pace e crescita nell’Asia Orientale sono essenziali al ruolo americano. Mentre da un lato c’è la priorità di contenere una Cina assertiva, gli USA non vogliono rischiare di perdere l’entrata in una economia di commercio integrata che la Cina faciliterebbe. C’è un bilancio ineguale tra sicurezza ed economia.

Gli USA comunque non toglieranno la propria attenzione dall’Asia Pacifico. C’è troppo in ballo, sia sul fronte economico che sul fronte della sicurezza. Un’assenza della presenza e sostegno USA impedirebbero alle nazioni minacciate dal prendere una libera decisione che di conseguenza risulterebbe in una aggressione e assertività cinese maggiore nella regione. Finché c’è questa politica, gli USA saranno ricercati per la sicurezza e la protezione da parte degli stati minacciati dalla potenza e dalla forza della Cina. Queste circostanze ci portano al sospetto della rinascita dello scenario da guerra fredda.

Il pattugliamento, il mostrare i muscoli e gli show marittimi dimostrativi si continueranno probabilmente a tenere nel Mare Cinese meridionale per molto tempo ancora. I tentativi deliberati di evitare un conflitto armato ed essere assertivi allo stesso tempo invocano delle tensioni forti tra Cina e altre nazioni nella contesa. Si può forse fare un parallelo con la corsa degli armamenti della Guerra fredda. Entrambi i blocchi erano coscienti dei risultati catastrofici di una guerra nucleare e quindi si limitavano a costruire le armi per accumularle. Lo scopo era lo stesso, esibire la forza.

Il bilancio dei poteri era parte integrante della Guerra Fredda. La NATO ed il Patto di Varsavia furono creati nel tentativo di mantenere un bilancio bipolare del potere. In modo simile, le alleanze per i continenti si ricercano come un mezzo per bilanciare il potere contro la Cina. Si dà quindi nuovo vigore all’alleanza col Giappone; lo si riconosce da parte del governo giapponese di Shinzo Abe come l’aspetto fondamentale per mantenere la stabilità nell’Asia dell’Est. La cooperazione della difesa tra i due paesi è attualmente sotto revisione per improvvisazione.

Abe si dedica anche al rafforzamento delle forze armate giapponesi con una rinnovata attenzione alla spesa militare. La sua forte affermazione in favore di un’autodifesa collettiva ha messo in apprensione la dirigenza cinese.

L’incontro di qualche settimana fa tra i capi di stato USA e Giappone ha inviato alla Cina un messaggio forte. Le alleanze regionali si rafforzano nel tentativo di bilanciare la Cina. Giappone e Filippine hanno affermato di migliorare la sicurezza dei mari e la presenza nel Mare Cinese Meridionale. Tutto questo sembra suggerire la possibilità di tensioni crescenti che possono culminare in una nuova guerra fredda con caratteristiche compatibili con l’ambiente di sicurezza attuale.

Anu Krishnan
Department of International Relations, Stella Maris College, Chennai

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