Quello sconosciuto massacro di Biak a Papua del 6 luglio 1998

Uccidevano come si fa con gli animali, dice Yudha Korwa, cittadino papuano e australiano scampato al tragico massacro a Biak del 6 luglio 1998, vedendo alcuni documenti dell’intelligence australiana ottenuti da un attivista del movimento Australia West Papua Association e dati al giornale australiano The Guardian.

A quel tempo Yudha era un giovane studente che nutriva come tanti grandi speranze di libertà e democrazia dopo la caduta del regime di Suharto a fine maggio, e si batteva, come tanti altri, per l’indipendenza dell’isola di Papua. Ma issare la bandiera dell’indipendenza papuana, la stella del mattino messa fuori dal governo indonesiano proprio nel porto di Biak, fu un atto quasi di guerra.

Quel giovane studente si dovette fingere morto tra i tanti compagni che cadevano gridando aiuto mentre da un elicottero indonesiano che li sorvolava cadeva una grandine di proiettili. Donne e bambini, giovani ed adulti furono colpiti.

“Uccidevano come uccidono gli animali. Non pensano che fossero essere umani ma pensavano fossero animali” dice Yudha al The Guardian, lui stesso ferito alla testa dal calcio del fucile e allo stomaco dal machete.

La sola cosa che lo tenne in vita è il desiderio di raccontare al mondo quanto accaduto a Biak quel 6 luglio 1998 .

“Pensai, non credo che oggi morirò perché un giorno dirò alla comunità internazionale cosa è accaduto”

Quando il 27 di luglio cominciarono ad apparire in mare i corpi orrendamente mutilati il governo indonesiano, che non ha mai riconosciuto l’esistenza di un massacro, disse che erano i cadaveri di uno tsunami era accaduto nello stato del Papua Nuova Guinea.

Nel 2013 l’università di Sidney, col contributo di tanti papuani, istituì un Tribunale dei Cittadini del Massacro di Biak per non lasciar cadere nel dimenticatoio dopo 15 anni quel massacro. Si legge su The Guardian:

“Il presunto incidente accadde vari giorni dopo che fu innalzata la bandiera vietata della Stella del Mattino dal prigioniero politico papuano Filep Karma al seguito di decine di manifestanti. L’attacco era stato ben pianificato dalla sicurezza indonesiana con il coinvolgimento del governo locale e regionale.

Un testimone anonimo disse all’audizione: La polizia e l’esercito erano dappertutto. I proiettili piovevano. Il cielo bruciava. Li sentivamo sparare alla gente.

Un altro testimoniò via video: la mia famiglia e le altre si dirigevano verso il porto… seguivamo le altre famiglie con le mani sulla testa. Sentivi i proiettili iniziare a volare sulle nostre teste. Si potevano vedere bambini che erano stati uccisi, sul molo. Morivano proprio lì.

Le navi della marina furono usate per buttare i corpi in mare, si disse al tribunale. Ferry Marisan direttore di Elsham Papua, disse che i pescatori poi ritrovavano i corpi a largo.

‘i corpi erano mutilati. Alcuni non avevano le gambe o altri non avevano più i genitali’

Altri testimoni hanno raccontato di essere stati torturati e abusati sessualmente in prigione nelle settimane dopo l’attacco.

Una donna disse di essere stata denudata con altre donne e ragazze in una stanza.

‘Poi vidi un soldato mostrarmi un coltellino, quello che si usa per radersi, e disse lo useremo per tagliarti la vagina, da sopra sotto e da sinistra a destra. Una candela accesa mi fu messa dentro, mi tagliarono il clitoride e mi stuprarono. Vidi una ragazzina che fu stuprata e morì’ disse al tribunale.”

“Il massacro di Biak è conosciuto largamente in termini aneddotici a Papua Occidentale come un evento molto grave ma non è ufficialmente riconosciuto e di certo non dal governo indonesiano” dice Jim Elmslie. “E’ raro che si indaghi una situazione a Papua Occidentale. Si sentono tante dicerie o storie che si possono negare. Credemmo che se fossimo riusciti a stabilire con quanta più accuratezza possibile i dettagli dell’ evento, sarebbe stata una cosa forte ed utile”

Dopo 23 anni, la comunità internazionale deve ancora riconoscere quel massacro di Biak per il quale mai nessuno è stato incriminato. Anzi l’Australia ne era a conoscenza ben più di quanto risaputo prima ed avrebbe assicurato la copertura al governo indonesiano.

“L’Australia ha dato solo una risposta muta, esprimendo preoccupazione al governo indonesiano senza però condannare il massacro.”

Ma fino a che punto il governo di Howard sapesse del massacro lo si viene a sapere solo da poco, da un rapporto di un ufficiale dell’intelligence australiana, Dan Weadon, inviato a Biak per indagare, che tornò poi in patria appena 11 giorni dopo quel massacro.

In quel rapporto si dice che l’Indonesia “quasi certamente ha usato forza eccessiva contro i manifestanti papuani per l’indipendenza, ed ad esso vennero accluse foto che poi sarebbero state distrutte dal dipartimento della difesa australiana.

La missione segreta di Dan Weadon a Biak, iniziata a cinque giorni dal massacro, fece sorgere sospetti nei militari indonesiani che pedinarono il militare australiano, interrogarono chiunque fosse venuto in contatto con lui.

Weadon scrisse che il sito del massacro era stato ripulito mentre le persone avevano grandissima paura a parlare, ma prese le foto dei buchi di proiettile nella torre dell’acqua del porto di Biak e raccolse le testimonianze di due volontari australiani che avevano raccolto informazioni da testimoni.

“Le persone furono circondate e provavano a scappare. Chi scappava era sparato. Se stavano fermi erano sparati. Sparati per lo più alle gambe. Amici di descrissero le ferite di proiettile, tanto sangue e corpi morti” dissero i volontari a Weadon che aveva raccolto foto con le prove delle “ferite inflitte ai separatisti per mano dei militari indonesiani.

Ma Weadon riuscì a raccogliere anche le testimonianze di alcuni feriti e parlò anche ad un ufficiale militare del posto, addestrato dalle forze militari australiane, che però negò che ci fosse stato un massacro.

“Lui affermò che alzare la bandiera non è una manifestazione per la riforma quanto un attacco al governo e al paese. Paragonò l’azione a quella dell’Iraq che invadeva il Kuwait, e giustificò la risposta con un paragone all’uso della forza da parte degli USA per cacciare l’Iraq dal Kuwait” scrisse Weadon. “Era ovvio che lui considerasse la dimostrazione separatista come un atto simile ad una guerra”

Era altamente probabile che i militari avessero agito in modo dalla mano molto pesante durante e dopo il loro assalto contro i manifestanti e che da quanto ascoltato dai volontari, gli spari sono durati molto di più di quanto necessario per creare shock e paura nei manifestanti e che si stava colpendo in modo extragiudiziale con munizione reali o anche di gomma.

I documenti fotografici del massacro di Biak, che sarebbero potuti essere una prova tangibile dei crimini contro l’umanità, furono poi distrutti dalla difesa australiana nel 2014.

“Le foto non furono create dall’intelligence australiana, ma le famiglie dei feriti e dei morti le affidarono nella speranza che l’Australia avrebbe fatto qualcosa con queste foto o almeno avrebbe mantenuto la prova” dice l’avvocato Xenophon Davis che è riuscito a farsi dare l’archivio completo sul Massacro a Biak. Sconcertante e terribile quanto fatto dalla difesa australiana.

C’è anche il racconto di uno studente americano di Antropologia, Eben Kirksey che ricorda la sera precedente il massacro di Biak, con il volo di un aereo da trasporto militare, dei militari che mangiarono nella trattoria di fronte al suo hotel.

Da poco Suharto era caduto e la gente festeggiava al porto sotto la torre dell’acqua ottimisti per l’arrivo della democrazia e delle libertà, con un movimento di disobbedienza civile che aveva acceso incontri tra civili, chiesa e autorità militari.

Ma poi quella speranza fu spazzata via col sangue e dalla sua stanza Kirksey potè solo sentire gli spari e vedere dalle finestra le navi che si avvicinavano.

Il giorno seguente lo studente di antropologia americano va al porto dove c’è il solo telefono dell’isola e dove comprende la gravità di quello che era successo.

“Me ne andai in giro lì mentre cominciavano a ripulire il posto” dice Kirksey che annotò i fori dei proiettili poi visti da Weadon qualche giorno dopo. “Ero lì, vidi quei fori di proiettili”

Si diceva anche che i corpi erano stati presi dalla marina indonesiana per essere buttati in mare e fu il 27 luglio che i corpi cominciavano a tornare a riva, mutilati e torturati. Ma Weadon era ormai tornato a Giacarta dove lavorava.

“33 corpi di uomini, donne e bambini furono ritrovati sulle spiagge ad est e nord di Biak, e il governo provò ad affermare che erano i corpi di uno tsunami avvenuto a Papua Nuova Guinea” disse Kirksey. “Parlai ad una donna che era sulla nave. Si buttò in mare e nuotò fino a riva. Prima di buttarsi in mare aveva visto corpi di donne, di uomini e bambini, persone che conosceva. Le donne erano stuprate ed alcuni dei corpi erano stati decollati quando arrivarono sulla spiaggia. Davvero la cosa più orrenda che si possa immaginare farsi tra essere umani questa cosa avveniva proprio quel giorno”

Per quanto non si abbiano dati certi su quante persone siano state uccise realmente, Dan Weadon era a conoscenza di “almeno 20 persone che furono uccise. Circa 200 manifestanti furono arrestati”

Kirksey, sconvolto da quanto vissuto, decide di studiare la violenza dello stato indonesiano ed è ora professore alla Deakin University. Ha pubblicato un libro sul massacro di Biak nel 2012.

Kirksey dice che il governo australiano decide di chiudere un occhio su questo massacro di cui sa la gravità.

“Si può avere un massacro di questa scala che non viene notato, che non viene registrato, anzi fatto dimenticare in modo attivo, c’è una distruzione deliberata. Mi rattrista e mi fa arrabbiare. Persone che possono aiutare, che possono dare una risposta, si girano dall’altra parte”

Yudha Korwa dopo essere riuscito a salvarsi in qualche modo e a sfuggire ai militari indonesiani riesce a raggiungere l’Australia insieme ad altri sulle loro lunghe barche tradizionali.

Qui ottiene la cittadinanza australiana e decide di iniziare a far conoscere al mondo quanto successo quel 6 luglio a Biak.

Da un anno Komnas Ham, la commissione dei diritti umani indonesiana, ha finalmente aperto un’inchiesta su Biak ma non ha ancora concluso i lavori.

L’Australia deve ancora aprire bocca sul massacro.

“Che la Difesa ha distrutto le prove fotografiche degli abusi è una cosa ingiustificabile e si deve rivedere completamente la legge sul come gestire le prove di violazioni dei diritti umani” ha detto Elaine Pearson direttrice di HRW Australia. “Ogni prova di presunti massacri deve essere raccolta e custodita. Perché non fu inviata all’ufficio dei diritti umani dell’ONU se l’ Australia non voleva fare nulla?”

L’Australia secondo Pearson dovrebbe spingere l’Indonesia a dare seguito alla promessa di Jokowi del 2018 di aprire il Papua ai giornalisti stranieri e a chi lavora sui diritti umani, perché sull’isola è molto difficile indagare le accuse di gravi violazioni di diritti umani.

“Ci sono numerosi rapporti di omicidi, di tortura, di detenzione arbitraria e sfratti forzati per i quali nessuno è stato mai chiamato a rispondere”

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