Memoria di Apichatpong Weerasethakul e le ansie di Thai e colombiani

Il regista thai Apichatpong Weerasethakul ha vinto con ” Memoria ” il Premio della giuria all’ultimo festival di Cannes con un film ambientato in Colombia

Conosciuto per il suo gruppo di film riflessivi ambientati nel nordest thailandese, Apichatpong Weerasethakul, il più famoso regista thailandese, si è immerso nelle giungle dell’America Latina con la sua ultima spedizione cinematografica, trattando ancora gli episodi della memoria storica dolorosa dei suoi primi film.

Apichatpong autore di Memoria
Apichatpong Weerasethakul at the opening of the Viennale 2010 at the Gartenbaukino

“Il nuovo film è stato ispirato da una illuminazione che ho avuto” dice Apichatpong di “Memoria” nel suo attuale soggiorno francese. “Fare questo film è come un viaggio attorno al suo eco. Questo film tratta del guardare, ascoltare, una sorta di meditazione”

Per chi ama il cinema in tutto il mondo, l’ultima opera di Apichatpong è uno dei film più attesi del 2021. Coproduzione internazionale finanziata da decine di produttori ed agenzie internazionali, Memoria ha come protagonista Tilda Swinton nei panni di Jessica, una proprietaria straniera di una coltivazione di orchidee a Bogota che una mattina si sveglia spaventata da un boato misterioso.

Lo spettro di quel suono incredibile comporta una insonnia implacabile da far uscire Jessica dalla città verso un panorama rurale dalla cui profondità gemono le scimmie selvatiche e i fiumiciattoli lenti mormorano una ninna nanna infinita. E’ anche un panorama, come il film sembra suggerire, di memorie preistoriche che connettono Jessica a tutti e tutto attorno a lei.

Memoria è il settimo film vero e proprio di Apichatpong ed il primo ad essere totalmente girato fuori della Thailandia…

Dopo la cancellazione dello scorso anno dovuto alla pandemia, l’evento di Cannes quest’anno crepita di enormi attese.

Mentre cammina sul tappeto rosso il 15 luglio il regista ritorna in un luogo che lo aiutò moltissimo nella sua carriera quasi 20 anni fa.

Nel 2002 il suo film di svolta “Blissfully Yours” colpì i critici di Cannes e vinse il premio Un Certain Regard definendo l’allora sconosciuto regista thailandese come un talento genuino del formalismo cinematografico che con gentilezza ha aperto nuove possibilità della forma artistica.

Nel 2004 si laurea nella principale competizione del festival con “Tropical Malady”, la storia di amore di una piccola città che si trasforma in un racconto ipnotico della giungla che vinse il Premio della Giuria guidata dal regista Quentin Tarantino. Poi nel 2010, Apichatpong ha fatto la storia quando è diventato il primo regista del Sudestasiatico a vincere la Palma D’oro, il premio principale della manifestazione, con “Lo Zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti“, una favola del passato comunista nel nordest thailandese.

Questo traguardo un tempo impensabile ha confermato lo status di Apichatpong Weerasethakul come un nuovo maestro del cinema mondiale, nonostante la storiella attuale sul suo nome dalle tante sillabe difficile da pronunciare.Gli amanti del cinema spesso lo chiamano Joe, una versione inglese del suo nomignolo thai Joei.

Tra un film e l’altro, Apichatpong è stato attivo nel campo delle arti visuali esibendo le sue foto ed i suoi video nelle gallerie e nei musei più importanti di tutto il mondo come Tate Modern, Centre Pompidou e Tokyo Photographic Art Museum.

Si contano moltissimi libri e studi universitari sulla sua opera, un repertorio fertile ancorato nelle più disparate influenze dall’animismo, al folclore, all’horror thailandese, alla science fiction, all’arcano trascendentale e al concetto di reincarnazione e trasmigrazione spirituale, tutti letti in modo sottile sostenuti dal suo interesse nella storia politica thailandese.

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Figlio di un medico che è cresciuto nella città del nordest thai di Khon Kaen, la fonte più profonda di ispirazione di Apichatpong sembra essere la sua regione di nascita, l’Isaan. Questo è molto chiaro nel suo film calmo e sovversivo “Syndromes and a Century” del 2007, girato in un ospedale, e nel Zio Boonme del tema della Guerra Fredda, in cui un anima di scimmia dagli occhi rossi torna a visitare il padre sofferente dopo aver passato molti anni nella foresta con la guerriglia comunista.

La lingua di quest’ultimo film è il dialetto dell’Isaan e persino gli spettatori di Bangkok furono costretti a leggere i sottotitoli inglesi per comprendere i dialoghi. I suoi vari film brevi e di media lunghezza che si diramano da Zio Boonmee si radicano anche nella storia turbolenta del nordest thailandese.

Nel suo film del 2015 “Cemetery of Splendor,” che fu premiato nella sezione Un Certain Regard a Cannes, un gruppo di soldati sdraiati in coma in un ospedale di Khon Kaen diventa una metafora sulla noncuranza storica e politica della Thailandia. Il film che Apichatpong non ha fatto uscire in Thailandia allude al governo dittatoriale del Maresciallo Sarit Thanarat negli anni 60, e lo si può leggere come una critica appena velata al golpe del 2014 che rovesciò il primo ministro eletto Yingluck Shinawatra sostituita dal generale Prayuth Chan-ocha.

“Credo che in Thailandia sempre di più vedremo dei film come quelli prodotti nell’Europa dell’Est degli anni 60 e 70, che hanno tantissimo simbolismo e che non attaccano direttamente il potere. Sono felice di testimoniarlo e di farne parte”

Sebbene siano radicati nei credi locali, i suoi film sono sempre immersi in una coscienza universale.

L’ascesa di Apichatpong nel circuito artistico internazionale nei due decenni passato gli ha portato un seguito fedele e robusto in tutto il mondo da Buenos Aires a Tokyo. In Thailandia però il regista all’inizio fu snobbato dagli spettatori che consideravano i suoi film troppo elusivi. All’inizio della sua carriera ha anche avuto problemi con la censura conservatrice in particolare per i suoi ritratti giocosi di monaci e dottori nel suo “Syndromes and a Century.”

L’ordine datogli di tagliare quattro scene da quel film portò ad una forte protesta contro la censura da parte dei professionisti del cinema Thai e alla fine all’introduzione di un sistema fallace di classificazione.

Ma dopo che Zio Boonmee vinse la Palma d’Oro l’accoglienza si è fatta più calda. Mentre si manifestava una nuova generazione di spettatori nello scorso decennio con una nuova sensibilità estetica aperta al mondo, Apichatpong è diventato l’icona dello sforzo artistico e della risolutezza, un visionario che esprime i propri messaggi forti e talvolta radicali con la più gentile delle voci e le immagini più belle.

Con Memoria il regista ha detto di volersi mettere alla prova in nuove condizioni di lavoro e di fare una pausa dal lavorare in Thailandia, un luogo dove “non è sempre possibile dire la verità direttamente come negli scorsi pochi anni”.

Il Film, in inglese e spagnolo, è anche un’opportunità di espandere il suo campo ed esplorare il modo in cui si possono condividere le storie da parte di persone differenti nel mondo.

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“Memoria” è un prodotto della curiosità di Apichatpong per la cultura sudamericana e del suo parallelo con quella della Thailandia, dalla sua storia di conflitto al fascino primordiale della selvatichezza.

Iniziò un lungo periodo di gestazione quando scrisse a sua prima bozza del copione dopo che il film “Cemetery of Splendor” richiedette di dover imparare lo spagnolo. Ha vissuto mesi in giro per la Colombia per vivere il suo clima. Girò le scene nell’estate del 2019 con una troupe colombiana sostenuto dal thai Sayumbhu Mukdeeprom e assistente regista Sompot Chidkasornpongse.

Il duo Tilda Swinton-Apichatpong è da pesi massimi ed ha entusiasmato tutti sin da quando fu annunciato il progetto vari anni fa, e Memoria avrebbe dovuto inaugurare lo scorso anno il Festival Cinematografico di Cannes. Con l’arrivo della pandemia e la cancellazione del festival, Aichatpong e il gruppo di post-produzione ebbe tempo di rifinire i dettagli prima della ritardata apertura del festival.

“La parte più dura fu di immaginare di dover lavorare in un ambiente non familiare” ha detto delle riprese in Colombia. “La parte più facile furono proprio le riprese. Ho smesso di preoccuparmi e ho abbracciato l’esperienza. Ho amato lavorare in una lingua che non parlo in modo appropriato.”

“ E’ diventata musica” aggiunge. “Dipendevo totalmente dalla troupe particolarmente dai miei istruttori di lingua. Erano molto attenti a quello che ricercavo nei dialoghi. Studiarono i mie film vecchi per capirne il ritmo. Poi in ogni frase mi concentro sulle pause piuttosto che sulle parole dette”

Oltre a Memoria, Apichatpong ha anche un altro film in mostra a Cannes: un film breve come parte di una antologia “L’anno della tempesta perpetua” in cui si chiede a sette registi di sette paesi diversi di fare un film sulla pandemia.

In un’intervista dello scorso anno a Thai Film Archive, Apichatpong ha citato di aver passato il suo isolamento esplorando le colline ed i campi attorno alla casa nella periferia della città thailandese di montagna Chiang Mai, e di come la distruzione prolungata delle attività giornaliere pareva fargli dilatare il tempo.

“I due film di Cannes sono entrambi un tentativo di sincronizzarsi” dice. “Jessica in Memoria è nel processo di rifinire la sua esistenza, attivata dai ricordi degli altri. Nel film breve provavo a catturare il ritmo degli insetti a casa attirandoli nel mio letto durante la quarantena. Entrambi i film terminano con la pioggia”

Benché l’Isaan thailandese e la natura incontaminata colombiana siano molto lontani, Memoria è allo stesso tempo un allontanamento dal familiare e da un ritorno di tipo metaforico. Lotta, conflitto e ferite inferte dalla storia che si infettano nel tempo sembrano le cose che condividono Thailandia e Colombia, e vibrano per tutto il film il ricordo di questi dolori.

“La terra non è poi grande, ma ricca, come una persona che mantiene i ricordi nella propria testa” dice Apichatpong. “Siamo legati da una corrente globale che è ancora nella sua forma primitiva. Thailandia e Colombia vivono un tipo di governo autoritario che non si preoccupa di mascherarsi. Personalmente sento di condividere le ansie e i sogni di tanti colombiani”

Kong Rithdee, NAR