Movimento di indipendenza dallo stato thai e islam politico

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Il 14 marzo le forze di sicurezza circondarono una casa rurale nella provincia thai di Pattani nella inquieta regione meridionale e negoziavano la resa di due uomini che lì si erano asserragliati, sospettati di essere legati al movimento di indipendenza dallo stato thai.

I militari chiesero ai capi della comunità e ai capi religiosi del distretto di Sai Buri di intervenire per persuadere i due e deporre le armi.

Questi negoziati richiedono ore e quando falliscono c’è solo un risultato.

movimento di indipendenza dallo stato thai nel meridione thai

Le forze di sicurezza diedero l’assalto per far uscire i sospettati e ci fu lo scambio a fuoco.

La sicurezza uccise uno dei due e chiesero all’altro di arrendersi, ma l’uomo si rifiutò. Lo scontro a fuoco riprese prima che la sicurezza rifece l’assalto. Ritrovarono il secondo sospettato morto.

Un video delle forze di sicurezza mostrava i militari con giubbotti antiproiettili accovacciati dietro a pick-up in mezzo a un costante rumore di proiettili volanti intervallati da una drammatica colonna sonora.

Nello stesso giorno alcune pagine Facebook che mostravano aggiornamenti dalle province meridionali parlavano della morte degli uomini e del loro funerale, descrivendoli come syahid, martiri musulmani.

Questo fu uno degli ultimi scontri nell’insorgenza decennale del meridione thai che ha visto la morte di 7300 persone dal 2004 quando scoppiò una nuova ondata di violenze.

Il conflitto si svolge nell’area definita come Profondo Meridione e si riferisce alle province della frontiera meridionale di Pattani, Yala, Narathiwat e parte di Songkla che un tempo facevano parte del sultanato indipendente Malay di Patani che fu annesso nel 1909 alla Thailandia dopo il trattato con i britannici.

Da allora si accende e si spegne la violenza perché i gruppi armati ribelli domandano l’indipendenza della regione di etnia malese a maggioranza musulmana. Il maggior gruppo insorto attuale è il BRN, fronte di rivoluzione nazionale.

Sebbene il fine ultimo resti l’indipendenza, vari osservatori ed ex membri del BRN dicono che il gruppo sia disposto ad accettare una qualche forma di autogoverno all’interno del regno nella consapevolezza che lo stato thai non cederà mai del territorio.

Sebbene il conflitto sia etnico e nazionalista, il legame stretto tra identità religiosa e etnica significa che ci sono delle sfumature religiose.

Giunto al 20° anno da una nuova ondata di violenza iniziata nel 2004, il conflitto nel profondo Sud della Thailandia non è l’unica zona calda del Sud-Est asiatico in cui si verificano insurrezioni armate religiose.

Uno degli altri luoghi della regione in cui i militanti islamici hanno fatto ricorso alla violenza è il sud delle Filippine. Violenze e conflitti hanno afflitto la regione di Mindanao per decenni, quando il governo ha combattuto contro estremisti e insorti. Il conflitto prolungato ha fatto sì che l’incidenza della povertà nella regione di Mindanao sia superiore alla media nazionale.

riconciliazione a Mindanao

Il movimento separatista musulmano iniziò a combattere per una nazione Moro indipendente nel 1968 e firmò un accordo di pace con il governo filippino nel 2014 dopo aver rinunciato alla lotta per l’indipendenza in cambio di una autonomia nella regione chiamata Bangsamoro.

E mentre il MILF è tornato nella legalità, gruppi minori come il violento Abu Sayaff hanno continuato a combattere il governo.

In entrambi i casi di Mindanao e Meridione Thailandese, la Malesia ha facilitato i colloqui di pace in linea con gli interessi propri di sicurezza data la prossimità dei conflitti sui propri confini. Conflitti etnici possono oltrepassare le frontiere, causare migrazioni di massa e complicano le relazioni tra stati.

Gli osservatori notano che la Malesia è riuscita a fare di più nel processo di pace a Mindanao per vari fattori tra cui l’apertura maggiore del governo filippino verso il coinvolgimento di terze parti.

CNA ha rivolto delle domande all’Ufficio del facilitatore malese del dialogo di pace thai, Zulkifli Zainal Abidin.

pace a Mindanao con mediazione malese

Con i colloqui in corso per risolvere la questione nel profondo sud della Thailandia, in che modo l’interazione tra religione e politica ha influenzato la vita della popolazione e se è possibile una pace permanente?

Martirio

Sia il governo thai che il BRN hanno voluto tenere basso il ruolo della religione nel conflitto.

Un ex membro del BRN ha detto che la lotta di indipendenza del gruppo è per lo più centrata sulla identità malay ma include elementi religiosi islamici per il sostegno straniero dai paesi arabi.

Un rappresentante dei militari thai sostiene che il conflitto non è religioso, dal momento che persone di religioni differenti vivono pacificamente nella multiculturale Thailandia.

Tuttavia, il Maggiore Generale Pramote Prom-In, vice comandante del Comando delle Operazioni di Sicurezza Interna (ISOC) della Regione IV delle province di confine meridionali, mette in guardia dal concetto di martirio tra gli insorti.

“Dobbiamo stare attenti a come questi gruppi si rivolgono ai bambini dicendo loro che se faranno questo, diventeranno martiri e andranno in paradiso”, ha detto attraverso un interprete durante un briefing con i media per la CNA.

“Dobbiamo diffidare di questo tipo di mentalità perché renderà più difficile il processo di pace”.

D’altra parte, un attivista locale che raccoglie donazioni per i familiari delle persone uccise dalle forze di sicurezza ha affermato che questi casi sono esempi di esecuzioni extragiudiziali.

Zahari Abdul Wahab, 41 anni, ha registrato 73 casi di questo tipo dal 2020, quando il BRN annunciò un cessate il fuoco unilaterale come gesto di buona volontà per permettere agli operatori sanitari di viaggiare liberamente durante la pandemia COVID-19.

Nonostante gli appelli degli attivisti locali affinché l’esercito si ritirasse e ricambiasse la posizione del BRN, all’epoca l’esercito inviò le truppe a dare la caccia ai combattenti del BRN che risiedevano in villaggi remoti.

Zahari ha detto che questi sospetti insorti non sono mai stati condannati da un tribunale e quasi sempre muoiono nelle stesse circostanze dell’incidente di Sai Buri.

“In apparenza, sembra che queste persone non siano trattate come esseri umani, quindi mi sento triste. Ma come musulmani, pregano sempre di poter essere martiri”, ha detto alla CNA. “E’ anche difficile per me da capire. I membri delle loro famiglie ringraziano Dio che questi uomini siano diventati martiri. Ma per noi, sentiamo che non sia giusto per loro e critichiamo le politiche del governo”.

Complessità del conflitto

In un certo senso, i sentimenti contrastanti su queste morti evidenziano la complessità del conflitto e il motivo per cui è così difficile da risolvere, con ideologie contrastanti che affondano le radici in episodi storici di violenza e discriminazione.

Nel corso degli anni, gli insorti hanno compiuto sparatorie e attentati che hanno preso di mira le forze di sicurezza o alcune attività commerciali, con attacchi che talvolta hanno avuto luogo in luoghi affollati e hanno causato vittime tra i civili.

I thai di etnia malay di Patani – che sono prevalentemente musulmani sunniti – accusano invece le forze di sicurezza di continui abusi come detenzioni arbitrarie e prolungate senza accusa formale e uccisioni extragiudiziali in una regione soggetta a leggi speciali che danno alle forze dell’ordine poteri extra e immunità quasi totale per le loro azioni in servizio.

Le norme speciali sono la legge marziale, la legge sulla sicurezza interna e il decreto di emergenza. Quest’ultimo consente alle forze di sicurezza di detenere i sospetti senza accuse per un massimo di 30 giorni e concede al governo ampi poteri di censura delle notizie.

Pramote dice che le leggi speciali sono in vigore per mantenere la pace e limitare i movimenti dei gruppi armati e che, nonostante i loro ampi poteri, le forze di sicurezza devono seguire il protocollo in ogni fase delle indagini. Le loro azioni devono anche essere conformi alla legge contro la tortura e la sparizione forzata.

Pur riconoscendo che la morte di sospetti insorti durante i raid potrebbe essere percepita come un’uccisione extragiudiziale, il generale ha affermato che le autorità hanno la responsabilità di far rispettare la legge quando i ribelli compiono attacchi.

“Quando le forze di sicurezza incontrano questi gruppi armati, questi gruppi sono pronti a morire. Non vogliono negoziare e preferiscono combattere fino alla morte”, ha detto. “Ci dispiace che queste cose accadano, ma non possiamo evitarle”.

Uno studioso che ha svolto ricerche approfondite sui diritti umani nel conflitto ha affermato che l’Islam non è solo un marcatore religioso o etnico per i Malesi Patani, ma anche un “prisma cognitivo” che usano per dare un senso alla loro vita quotidiana e al conflitto stesso.

Il dottor Pakkamol Siriwat ha detto alla CNA che questi combattenti per la libertà sono rispettati dalla gente del posto e che la nozione di “syahid” si riflette nelle loro esperienze quotidiane, dalle processioni funebri alle commemorazioni pubbliche come le donazioni.

Il consulente politico senior dell’Organizzazione internazionale per i Paesi meno sviluppati (OIPMA) ha affermato che le misure di controinsorgenza dello Stato hanno aiutato in modo significativo i Malesi Patani a mantenere un’etica di “vittimismo collettivo” nel conflitto.

“La natura prolungata delle violenze mirate e della risposta militare, caratterizzata dall’approccio pesante del governo thailandese, compresi i decreti militari e di emergenza, è spesso citata perché esaspera le tensioni e favorire i cicli di violenza. L’emergere del sostegno dei giovani e di una nuova generazione di combattenti per la libertà è per molti versi un contraccolpo alle misure di controinsorgenza dello Stato thailandese”.

La gente del posto intervistata da CNA sembra divisa sull’uso della violenza del BRN nella sua lotta. Per alcuni l’insorgenza causa danni anche ai thai di etnia malay di Pattani e alla loro capacità di andare a lavorare. Altri dicono che le azioni del BRN spingono lo stato a dare più riconoscimenti alla loro identità cancellando le politiche di assimilazione e permettendo maggiore uguaglianza di opportunità nei posti ufficiali e nell’istruzione.

Anche loro dicono che i miglioramenti devono andare oltre perché sentono che i militari continuano a colpire la libertà di espressione e associazione. Chiunque sia sospettato di sostenere o promuovere i movimenti separatisti sono indagati per reati penali o sono sotto sorveglianza.

Mancanza di fiducia

Ad esempio, alcuni attivisti sono indagati dalle autorità dopo aver partecipato a un raduno di massa organizzato dall’organizzazione non governativa locale Civil Society Assembly For Peace (CAP) nel 2022 per promuovere la cultura malese e commemorare l’Hari Raya.

L’ex leader di CAP, Bung Aladi, ha dichiarato alla CNA che la sua organizzazione è fermamente contraria all’uso della violenza per promuovere la causa dei Malesi di Patani.

Allo stesso tempo, il 42enne ha criticato i colloqui di pace per l’eccessiva lentezza, auspicando che il processo prosegua e apra la strada all’autogoverno.

Il nuovo premier Srettha Thavisin ha nominato a capo negoziatore il vice presidente del Consiglio di Sicurezza Nazionale Chatchai Bangchuad, la prima volta in nove anni che il ruolo è tenuto da un civile. Ma per quanto riguarda i colloqui di pace, Aladi non si illude che il nuovo governo agirà differentemente.

“Questo nuovo governo si è formato con il processo democratico, ma la verità è che i militari detengono ancora tanto potere.”

Se le autorità thailandesi sono sincere riguardo al dialogo di pace, dovrebbero cercare di ridurre al minimo i procedimenti giudiziari volti a soffocare l’espressione delle opinioni, ha dichiarato Rungrawee Chalermsripinyorat, docente presso l’Istituto per gli studi sulla pace nel campus dell’Università Prince of Songkla di Hat Yai.

“In realtà però i militari non seguono sempre le altre agenzie. NSC guida il dialogo di pace ma sul campo è l’ISOC. Il governo non riesce davvero ad assicurare che qualunque cosa dica il pannello del dialogo di pace accade sul campo.” dice la docente Rungrawee la quale dice che questo fatto deve essere risolto prima che iniziano le consultazioni.

“Perché il BRN e gli altri che partecipano al processo non si fiderebbero più del processo stesso”.

Autogoverno e movimento di indipendenza

Un ex membro del BRN che ha passato 20 anni nell’ala militare ed è considerato un capo di terza generazione dice che il gruppo rigetterà un cessate il fuoco fintanto che il dialogo si tiene nell’ambito della costituzione thai che considera il separatismo come una grave violazione.

“La mia opinione è che i nostri combattenti vogliono fermamente la piena indipendenza. Ma se i negoziati in Malesia portano all’autonomia credo che la nostra gente lo accetterà nello spirito di un compromesso” dice l’uomo che vuole essere identificato come Abdulloh per paura di vendette di altri membri per aver parlato ai media.

Abdulloh che dice di conoscere personalmente molti del gruppo di negoziato del BRN dice che il gruppo chiede ai militari di ritirare le truppe dalle tre province e dare l’immunità ad alcuni membri ricercati del gruppo perché possano prendere parte al processo di pace.

Invece i negoziatori del governo chiedono al BRN di accettare il cessate il fuoco e di smettere di fare attacchi.

“I colloqui non vanno oltre la costituzione che stabilisce che la nazione non può essere divisa. Come potranno i colloqui portare ad un cessate il fuoco?”

Abdulloh dice che il BRN potrebbe accettare due forme di autogoverno dentro lo stato thai unitario: piena autonomia con elezioni aperte o autonomia parziale in aree meno sensibili come sviluppo economico ed istruzione, ma con elezioni riservate per i membri del BRN.

“Il conflitto non finirà mai se non c’è indipendenza. Questo è il grande quadro ma ho fiducia che se viene offerta autonomia, i nostri rappresentanti l’accetteranno”.

Pressione pubblica

Pramote ha detto che le sfide del processo di pace includono il timore dell’opinione pubblica che il governo possa perdere contro i gruppi separatisti e compromettere gli interessi nazionali.

La docente Asama Mungkornchai, docente di scienze politiche presso il campus di Pattani dell’Università Prince of Songkla, ha affermato che le richieste di autogoverno del BRN potrebbero essere descritte come decentramento, un concetto di governance che, secondo lei, “non è nuovo”.

“Ma il problema principale è che lo stato thai e la maggioranza dei thai credono che perderanno del territorio se danno l’autodeterminazione qui. Abbiamo instillato da tanto tempo nella psiche thai il concetto del nazionalismo thai” dice la docente la quale crede che ad avere un ruolo sia anche l’islamofobia nell’accendere questo sentimento, e cita i discorsi di odio contro i musulmani sui media sociali che crede provengano dalla gente e non da operazioni di informazione.

La signora Busyamas Isadun, buddista, è cresciuta a Narathiwat prima di trasferirsi a Yala, dove ha vissuto negli ultimi 55 anni.

La 57enne dice che il conflitto non le ha fatto temere i musulmani o l’Islam come religione, e ritiene che i ribelli non odino i non musulmani, ma stiano combattendo per quelli che ritengono essere i loro diritti.

“Sappiamo di poter parlare normalmente con i membri di questi gruppi. I gruppi religiosi non musulmani hanno contattato il BRN alcune volte per chiedere come garantire la loro sicurezza”, ha detto.

La signora Busyamas racconta come, dopo che gli attacchi dei separatisti hanno iniziato a insinuarsi nelle città del sud, i residenti non musulmani hanno iniziato a trasferirsi in massa in luoghi come Hat Yai, temendo di poter essere bersaglio.

L’autrice ha stimato che nel profondo Sud vivevano 500.000 non musulmani, rispetto agli 80.000 attuali. Nel corso degli anni, l’etnia buddista thailandese – compresi civili come gli insegnanti – è stata presa di mira in attacchi di rappresaglia.

La situazione attuale pone la signora Busyamas in una situazione di “disagio”, soprattutto perché sa che i non musulmani che vivono nei sobborghi potrebbero essere ancora vulnerabili agli attacchi di rappresaglia dei gruppi armati dopo il recente raid a Sai Buri.

“Sappiamo che nei prossimi giorni ci sarà sicuramente una vendetta. Gli obiettivi potrebbero essere i buddisti che lavorano come agenti di polizia o ranger”, ha detto.

In definitiva, la signora Busyamas dichiara di non riporre speranze nel dialogo di pace, dal momento che le precedenti iterazioni non hanno prodotto nulla di sostanziale, con l’opinione pubblica tenuta all’oscuro del fatto che le richieste della BRN fossero accettate o respinte.

“Non dimenticate che le persone inviate (dallo Stato) al dialogo di pace non hanno il potere di prendere alcuna decisione. Quando tornano, devono fare rapporto al governo centrale. Non sappiamo quanto importante il governo centrale consideri questo dialogo di pace”.

Volontà politica

La docente Rungrawee dell’Istituto di Studi per la Pace dice di non vedere volontà politica di risolvere il conflitto nell’attuale governo.

La visita recente del primo ministro nel Profondo Meridione alla fine di febbraio si è attenuta più sulle questioni dello sviluppo economico e del turismo e dice la docente:

“Ma non possiamo avere davvero uno sviluppo economico qui se non c’è una pace sostenuta. Non vediamo ancora una guida forte dal governo di Srettha e il Pheu Thai. Il governo non ha davvero mostrato una chiara posizione sui colloqui di pace.”

Il dottor Pakkamol, ricercatore sui diritti umani, ha affermato che l’instabilità politica e i cambiamenti di governo in Thailandia potrebbero portare a cambiamenti nelle politiche e nelle priorità relative al conflitto, influenzando la continuità e l’impegno nei colloqui di pace.

Ad esempio, il BRN ha sospeso i colloqui di pace prima delle elezioni generali del 14 maggio dello scorso anno, poiché il gruppo voleva che la situazione politica fosse più stabile prima di poter continuare il processo.

Durante la stagione elettorale, la riforma militare è diventata un argomento di conversazione importante, soprattutto tra i giovani, in quanto il leader del Move Forward Party, Pita Limjaroenrat, si è impegnato a “smilitarizzare” il Paese.

Dopo che Move Forward è emerso come vincitore a sorpresa delle elezioni, in un clamoroso rifiuto di oltre un decennio di governo da parte dei militari e di un governo sostenuto dall’esercito, a Pita è stato chiesto se il suo partito avrebbe permesso al Profondo Sud di staccarsi dalla Thailandia.

Ha risposto che il problema era radicato nei mezzi di sostentamento della popolazione locale, una risposta che è stata criticata dai suoi elettori progressisti sui social media come non abbastanza coraggiosa, ha osservato in un commento di BenarNews dell’analista della sicurezza del Profondo Sud Don Pathan.

Gli oppositori conservatori e il Senato, nominato dai militari, hanno poi respinto per due volte la richiesta di Pita di essere votato dal Parlamento come primo ministro, portando a una spaccatura della coalizione di Move Forward con il Pheu Thai, vincitore delle elezioni.

Il Pheu Thai è andato a formare il governo con i partiti e i senatori alleati dei militari, mentre il Move Forward è finito all’opposizione.

A marzo, la Commissione elettorale della Thailandia ha chiesto alla corte suprema di sciogliere il Move Forward per il timore che la sua campagna elettorale riformista, volta a modificare la legge contro gli insulti alla monarchia, minasse la governance del Paese.

La decisione della commissione ha fatto seguito alla sentenza della Corte Costituzionale di gennaio, secondo cui il partito avrebbe violato la Costituzione thailandese con i suoi piani di modifica della legge sulla lèse-majesté, che vieta l’offesa o la diffamazione nei confronti di un capo di Stato.

Rungrawee afferma che i leader politici devono mostrare un forte sostegno al processo di pace per creare un’atmosfera favorevole al progresso dei colloqui.

“È necessario che il governo dica se è disposto a prendere in considerazione l’autonomia politica. Se non c’è la volontà di dare un potere sostanziale alla regione, sarà difficile per il dialogo di pace raggiungere un accordo significativo”.

Pakkamol dice che le misure di rafforzamento della fiducia, come la riduzione della presenza militare e la risoluzione delle violazioni dei diritti umani, potrebbero aiutare a costruire la fiducia necessaria per negoziati significativi.

“Tuttavia, l’esplorazione di opzioni per una maggiore autonomia o decentralizzazione che rispettino le identificazioni culturali e religiose e che affrontino le ingiustizie sociali della comunità malese di Patani potrebbe essere la chiave per risolvere il conflitto. A questo proposito, ritengo che mediatori internazionali neutrali potrebbero contribuire a facilitare il dialogo, a garantire l’applicazione degli accordi e a monitorare l’attuazione degli accordi di pace per garantire progressivamente il raggiungimento di qualsiasi forma di pace sostenibile nella regione”.

Aqil Haziq Mahmud, CNA

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