Avamposto della tirannia e pragmatismo occidentale in Myanmar

Listen to this article

L’occidente con il suo pragmatismo è passato dalla definizione della Birmania come un avamposto della tirannia alla definizione di stato avviato su un processo democratico.

Esso dimentica completamente la situazione della sicurezza umana nel paese, i diritti umani ancora violati, la povertà crescente che costringe migliaia di profughi a scappare verso la Thailandia, la Malesia e altri paesi in cerca di fortuna, o per scappare come i Rohingya dalla persecuzione etnica.

Pavin Chachavolpung, in questo articolo apparso su GLOBALASIA.ORG, esplora il rapporto che l’occidente ha avuto con la Birmania alla luce della sicurezza umana e dei suoi interessi nella regione, ragionando anche sul ruolo “strano” assunto dalla Aung San Suu Kyi.

Il Pragmatismo occidentale travolge le preoccupazioni sulla sicurezza umana in Myanmar.

cultura della corruzione

Myanmar per decenni è stata sotto i riflettori occidentali nella sua lunga notte del governo militare per le grandi violazioni di diritti umani, ragione fondamentale per porre il paese sotto forti sanzioni internazionali.

Ora che il paese sembra essersi avviato verso una serie di riforme politiche, l’occidente sembra soddisfatto di questo impegno dei capi birmani, con un ottimismo che, però, non vede un miglioramento reale sul piano delle violazioni interne al paese dei diritti umani. Si parla di violenza delle forze di stato contro le minoranze etniche, di continui attacchi contro i Rohingya musulmani per mano di radicali buddisti.

La “sicurezza” nel caso birmano è stata dominata e manipolata per tanto tempo dallo stato. Nel regno della sicurezza è stato considerato di suprema importanza lo stato piuttosto che la nazione, la sicurezza dello stato piuttosto di quella della gente. Questo ha legittimato le autorità dello stato nelle loro azioni anche nel caso di implementazioni di politiche repressive contro la propria gente. Proprio alla grande attenzione posta sulla sicurezza dello stato si è trascurata la sicurezza umana nella coscienza dello stato.

Si aggiunga che l’attenzione reale dell’occidente non è stata la sicurezza umana, nonostante la retorica sulla promozione dei diritti umani. La campagna occidentale di rafforzamento della sicurezza umana è rimasta superficiale ed utile per i propri fini. Per quanto concerne gli interessi occidentali la sicurezza nel contesto birmano è anche largamente definita come il benessere dello stato.

Qui si discutono le ragioni che stanno dietro la crisi di sicurezza umana in Birmania. Per tutta questa importante transizione politica la cosa che è sembrata stagnare è il miglioramento della situazione della sicurezza umana, intrappolata tra il discorso sulla “sicurezza” domestica e la difesa occidentale. Mentre lo stato continua a definire e ridefinire questa sicurezza per soddisfare i propri fini, la difesa dei diritti umani dell’occidente è stata tenuta ostaggio dagli imperativi strategici dell’occidente nel paese. I governi occidentali nel sostenere la democrazia e i diritti umani hanno lavorato strettamente con l’icona democratica del paese, Aung San Suu Kyi, come voce dei senza voce del paese, sfruttandone lo stato riconosciuto nel paese per legittimare e loro politiche precedenti verso la giunta, le loro politiche attuali verso il governo di Thein Sein e per coprire le loro pretese di difensori dei diritti umani.
Ma anche la stessa Suu Kyi ha mostrato poco interesse nel porre la questione dei diritti umani, come dimostrato nel suo silenzio nei confronti del dolore dei Rohingya. Ne consegue che il problema della sicurezza umana è stato lasciato a se stesso sia dalle autorità dello stato che dai poteri ad esso esterno.

La sicurezza umana in Birmania

miliari birmani

All’indomani delle elezioni generali del 2010, la vecchia elite volontariamente lasciò il potere aprendo la strada ad una serie di riforme politiche, per la seconda volta nella storia del paese da quando il generale Ne Win prese il controllo del paese. Una riforma importante fu il rilascio di Aung San Suu Kyi dagli arresti domiciliari a cui fu costretta per 14 anni. Sembrò una prova che Myanmar poteva essere sulla giusta via in termini di miglioramenti dei diritti umani. In un vasto senso i miglioramenti sono stati forti: un gran numero di prigionieri politici sono stati rilasciati, un allentamento delle restrizioni dei media, è stato permesso un uso diffuso di internet, giornali indipendenti hanno avuto il permesso di operare legalmente, la censura è ancora in piedi ma è meno forte.

Questi sviluppi positivi hanno legittimato nei fatti il regime di Thein Sein e reso possibile l’allentamento delle sanzioni imposte dai governi occidentali. A settembre il governo ha formato una commissione nazionale sui diritti umani, composta di 15 ambasciatori, studiosi e impiegati pubblici per assicurare il mondo che sarebbe andata avanti la missione della salvaguardia dei diritti umani.

Ma il senso di ottimismo che è nato è rimasto confinato nei circoli della elite birmana e delle potenze occidentali, e l’apparente miglioramento dei diritti umani non ha molto a che fare con la grave condizione della sicurezza umana. Sono stati denunciati molti casi di violenza delle forze dello stato contro le minoranze etniche a seguito del collasso degli accordi di cessate il fuoco tra vari gruppi insorgenti e il governo. I militari sono stati accusati di violenze contro i civili nelle aree di conflitto, come lavoro forzato, omicidi extragiudiziali, violenze sessuali, uso di scudi umani e attacchi indiscriminati contro i civili.
Si legga il rapporto del 2012 di Human Rights Watch sulla Birmania, ma si tenga conto che nel rapporto si esamina solo un lato della situazione della sicurezza umana che è legata ad aspetti più vasti della vita umana. Basti considerare le minacce alla sicurezza economica che è stata debilitata da decenni di assenza di politiche economiche efficaci.

Lo stato non è riuscito ad assicurare un minimo di reddito: povertà, paghe in stagnazione, inflazione crescente e la mancanza di opportunità di lavoro hanno posto una minaccia continua alla sicurezza economica con la gente che vive con un dollaro al giorno come entrata media. Le dure condizioni economiche hanno portato ad una massiccia emigrazione per cercare opportunità nei paesi vicini finendo per essere forza lavoro sfruttata, a basso costo senza alcuna protezione sociale in terra straniera. Un’altra conseguenza è che si è complicata la sicurezza alimentare. La Birmania, benché un paese di una ricca agricoltura, ha vissuto croniche carezze di alimenti a cui si aggiungono le minacce alla salute peggiorate per la mancanza di buoni centri per la salute. Tra le grandi malattie ci sono HIV e AiDS, tubercolosi, malaria ed epatite.
A queste minacce si sono aggiunte quelle della sicurezza ambientale che sono peggiorate a causa della continua deforestazione e della costruzione di tante dighe idroelettriche. Il progetto della Myitsone fu sospeso da Thein Sein nel 2011 per le preoccupazioni crescenti oste dalle ONG internazionali e nazionali sull’impatto ambientale.

Il discorso nazionale sulla sicurezza.

La sicurezza umana è stato un concetto estraneo alla Birmania dove la sicurezza dello stato ha sempre fatto da padrone. La costruzione del discorso della “sicurezza” è arbitrario in Birmania poiché è sempre stato forgiato e riforgiato a seconda delle differenti elite al potere, e lo stato è diventato equivalente di nazione. Quindi la sicurezza della nazione è equivalente alla sicurezza del regime. Brendan Howe e Suyoun Jang lo spiegano attraverso il paradigma della sicurezza centrata sull’attore, per cui la sicurezza è una componente essenziale della sovranità assoluta e fondamento dell’interesse nazionale. Pone la sicurezza dello stato nazione al centro dell’analisi.

Da questo punto di vista lo stato è sempre preoccupato del bisogno di proteggere la sovranità nazionale e l’integrità territoriale da nemici interni ed esterni, mentre allo stesso tempo si difende da tutte le minacce ai suoi interessi. Le guerre verso l’esterno sono inevitabili. Internamente la stabilità politica e l’ordine sociale sono imperativi. La priorità è stata di assicurare la sicurezza clm i militari a cui era assegnato un ruolo fondamentale nella salvaguardia dello stato nazione.

Qui sono vari i fattori responsabili per una sicurezza così stato centrica. Ricordi amari della colonizzazione inglese, un lungo periodo di guerre civili seguite all’indipendenza durante la guerra fredda ed un numero infinito di guerre etniche hanno condotto lo stato e le forze armate a diventare l’istituzione più importante capace di difendere il paese. Questo spiega la lunga durata del governo militare in Myanmar, poiché la giunta reclamava in effetti di proteggere la sicurezza nazionale che naturalmente nella sua essenza restava oscura.

Patrocinio Occidentale: egocentrico?

Maung Zarni offre uno schema utile per esplorare la relazione tra sicurezza umana in Myanmar e il patrocinio occidentale. Secondo lui ci sono tre discorsi di “sicurezza” adottati dall’Occidente: sicurezza nazionale, globale ed umana. Mentre le prime due hanno ottenuto, a causa dei propri interessi, l’attenzione forte dei governi occidentali, l’ultima è andata spesso ignorata persino nel contesto dei diritti umani in Myanmar. Il patrocinio occidentale si è pesantemente concentrato sugli interessi esterni che toccavano la durata del regime e del suo impatto sulla sicurezza globale. “il terzo tipo di sicurezza umana, centrata sulla popolazione segue molto da lontano nella politica occidentale. Questa realtà è opposta alla discussione pubblica dove l’onnipresente retorica dei diritti umani ne maschera il suo status rimpicciolito” (Maung Zarni)

Con la fine della Guerra Fredda, la politica occidentale verso la Birmania è anche cambiata. La repressione brutale contro i manifestanti nel 1988 ed il rigetto del risultato elettorale delle elezioni del 1990, che videro la schiacciante vittoria di Aung San Suu Kyi, influenzarono in parte il cambio della posizione occidentale verso la situazione dei diritti umani in Birmania. Il cambio tuttavia fu puramente cosmetico. L’emergere di Suu Kyi, come icona della democrazia e sostenitrice dei diritti umani, servirono come punti di riferimento per la nuova politica di patrocinio dell’occidente.

In realtà investì pesantemente nel salvaguardare i suoi interessi fondamentali in medio oriente e in Africa. Strategicamente gli USA volevano entrare in guerra nel medio oriente per proteggere i propri interessi politici ed economici. Nel frattempo nel 2005 gli USA si riferivano alla Birmania-Myanmar come l’avamposto della tirannia. Ma benché un nemico della democrazia, Myanmar non è stata mai percepita come interesse fondamentale americano.

Il governo USA, ridefinendo in parte la propria posizione, implementò una politica di patrocinio liberale per protestare contro la situazione allarmante della sicurezza umana in Myanmar., un patrocinio reso possibile poiché Myanmar era un luogo dove l’occidente sentiva di potersi permettere di sostenere i propri valori liberali, mentre ricercava i suoi interessi fondamentali in altre parti. In altre parole, la difesa della sicurezza umana era stata ammessa per dominare le discussioni di politica di Myanmar e la copertura dei media, poiché altri interessi occidentali lì non erano considerati fondamentali. “La Birmania non è strategicamente importane agli USA, perciò è politicamente un calcio di rigore per prendere un approccio grande su questa questione. Lo fa per i titoli sui giornali ed aiuta a mettere in pace la lobby dei diritti umani nazionale, indipendentemente se l’approccio è efficace o meno.” scrive Michael Backman.
L’occidente ha quindi imposto le sanzioni contro il regime birmano quando ha capito che chiudendo i canali di comunicazione con il paese non avrebbe colpito i suoi interessi strategici complessivi. Infatti le sanzioni divennero il simbolo della politica occidentale in Birmania all’inizio sostenuti da Suu Kyi stessa. Le sanzioni si giustificavano non solo per il governo militare in Birmania m anche per la terribile situazione della sicurezza umana. Il regime per risposta, intensificò la sua politica repressiva creando una situazione ancora più devastante. Per molto tempo le sanzioni si rivelarono futili.

Il cambiamento di politica degli USA

I recenti cambiamenti dentro la Birmania sono coincisi con la politica innovativa di Obama di cardine per l’Asia. Ma a costringere gli USA a cambiare il proprio focus sulla Birmania fu il nuovo panorama politico della regione, non la situazione durissima interna al paese. La politica USA ora è pragmatica, discutendo con il regime e incoraggiando la democrazia con l’allentamento di pesanti investimenti da parte USA, per facilitare l’apertura economica dopo anni di durezza economica.

Washington non ha più bisogno di dissidenti ed esuli per legittimare la propria politica verso Myanmar. Insieme a Suu Kyi l’amministrazione Obama ha reinventato la Birmania trasformandola da avamposto della tirannia a partner commerciale favorevole agli affari. Nel rispondere al processo di apertura, Washington ha cercato di creare una zona facile per i capi di Naypyidaw principalmente per fare affari e allontanare il paese dall’influenza cinese. Cancellare le sanzioni, parlare con le elite, prestare più attenzione alla riconciliazione politica e alla promozione dei diritti umani sono ora parte di una serie di misure politiche disegnate per dare il benvenuto alla transizione politica ed assicurare gli interessi americani.
L’ammirazione USA per la democratizzazione della Birmania e la sua difesa dei diritti nel paese sembrerebbe emblematica del punto fermo etico dell’amministrazione Obama. Ma la vera spinta della nuova politica è stata la sicurezza e il commercio, stanchi delle minacce da parte della vecchia elite militare e al contempo nel bisogno di contattare sul piano economico il regime per il beneficio degli USA. Questa considerazione di realismo politico o questo pragmatismo domina il nuovo approccio occidentale verso la Birmania-Myanmar.
Comunque il pragmatismo pone un dilemma all’occidente. Ha bisogno di essere pragmatico per afferrare le opportunità della transizione, ma nel fare così la sua promozione per i diritti e il sostegno per la sicurezza umana potrebbe essere compromessa. Come nel passato il punto di vista centrato sulla sicurezza dell’occidente potrebbe perdere la propria serietà nell’affrontare i problemi della sicurezza umana.
Oggi mentre l’occidente trova importante restare pragmatici nelle proprie relazioni con Myanmar sono diminuiti le sue preoccupazioni sulla sicurezza umana. Il fatto che persista una situazione di sicurezza umana atroce è il testamento all’inefficacia del nuovo approccio da parte dell’occidente.

Questa inefficacia è in parte sostenuta dalla posizione ambigua di Suu Kyi che è restata silenziosa sul deterioramento dei diritti umani. On ha fatto alcuna dichiarazione ufficiale che condannasse il massacro dei Rohingya musulmani e non ha usato la sua autorità morale per costringere l’occidente a fare pressione sul governo per questa tragedia.
Durante la sua visita a Tokyo in Aprile 2013 Suu Kyi ha tenuto un discorso controverso in cui riconosceva il ruolo dei militari nella riforma politica dicendo: “Cerco di stabilire una società dove militari e popolazione civile sono due lati di una stessa moneta, tutti che lavorano verso la sicurezza e la libertà del nostro paese.” Tuttavia non ha specificato come il suo lavorare con i militari avrebbe migliorato la sicurezza umana. Mentre lei si incontrava con emigrati birmani, ad un certo numero di Rohingya fu impedito di incontrarla.
Ad essere equi, il clima di riconciliazione ha posto le basi per un compromesso tra Suu Kyi e i suoi oppositori, ed è possibile che mentre Suu Kyi pianifichi il suo ritorno alla politica, possibilmente per partecipare alle prossime elezioni presidenziali del 2015, lei è obbligata a riposizionarsi come una figur accettabile dai suoi nemici.

Conclusioni

Lo scopo di questo lavoro non è di indagare il problema della sicurezza umana come studio indipendente da vari fattori interni ed esterni al paese. Invece tenta di inquadrare il problema della sicurezza umana dentro le due realtà che sono state responsabili del peggioramento della situazione negli anni, il punto di vista centrato sullo stato della sicurezza e il patrocinio occidentale autoreferenziale.

L’elite del paese ha sfruttato per lungo tempo il discorso della sicurezza per la propria agenda, essenzialmente come protezione contro i nemici dello stato, come protezione per la sicurezza del regime, mentre allo stesso tempo propagavano l’importanza della sicurezza nazionale. A pegiorare la situazione si supponeva che lo stato agisse da fornitore della sicurezza alla popolazione ma era ora accusato di commettere violenza contro la sua gente.

Allo stesso tempo i governi occidentali non potevano permettersi di isolare la Birmania dove erano in ballo pochi interessi strategici. Nel processo fecero campagna per la protezione dei diritti umani eppure la campagna si provò retorica e legata troppo strettamente a Suu Kyi che aveva la propria agenda politica. Furono poste sanzioni forti che mancarono di produrre i risultati desiderati.
Quando la Birmania decise di flirtare con la democrazia, fu fatto un cambiamento dell’approccio occidentale questa volta basato su un pragmatismo attivo. In particolare il pragmatismo USA sembra aver messo un po’ da parte il precedente umanesimo liberale e l’enfasi sulla protezione dei diritti indipendentemente da quanto fosse già superficiale quell’enfasi. Sicurezza ed interessi commerciali dominano ora la politica in occidente. Il che spiega perché ci siano stati pochi inteventi del mondo esterno su temi quali i conflitti etnici, la violenza settaria e le condizioni economiche, di salute e di sicurezza ambientale fatiscenti.

Pavin Chachavalpongpun, Professore Associato della Università di Kyoto ,GLOBALASIA
L’autore desidera ringraziare Dr Maung Zarni per l’ispirazione e la visione che ha dato in questo articolo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Ottimizzato da Optimole