Nascosto in bella vista, discussione sulla fede in Indonesia

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Mentre l’Indonesia si vanta di essere una nazione tollerante, su alcuni argomenti aleggia un’aria pesante ed è fortemente scoraggiato discuterli, quando non sono addirittura vietati.

L’insistenza nel preservare una facciata di società educata può avere le radici nell’influenza pervasive di Giava sulla società indonesiana. Eppure definisce la situazione anche il modo in cui governò il Nuovo Ordine.

nascosto in bella vista

Il Nuovo Ordine giunse al potere attraverso le campagne di disinformazione prese direttamente dal copione anticomunista del senatore americano Joseph McCarty negli anni 50 che lo aiutarono a cementare la sua presa sulla società. Le tattiche ebbero successo. Nutrirono una cultura di autocensura per paura di contraccolpi e di pene che aleggia nell’aria ancora oggi.

Discussioni serie sulla fede restano un tabù e politici scaltri riprendono ancora regolarmente la paura del comunismo che alle masse fu insegnato essere sinonimo di sentimenti antireligiosi per portare avanti la loro agenda.

La maggioranza della gente forse non ha neanche notato questa avversione all’apertura. Eppure il sistema fa avvertire a qualcuno che qualcosa non va, e loro certamente lo sentono.

Chiaramente il disagio che causai sull’Indonesia iniziò prima che avevo sei anni. I miei genitori erano dei buoni sostenitori della libertà religiosa. Quando fui iscritto comunque alla scuola elementare, mi fu detto che dovevo essere iscritto come un Sikh, come mio padre.

Era una cosa strana perché era una scuola cattolica e loro ti fanno firmare un atto di rinuncia dove si riconosce che ti verrà insegnato il Cattolicesimo indipendentemente dalla tua fede. Tuttavia la scuola aveva chiaramente bisogno di una designazione visibile della religione di ogni bambino per i loro rapporti. Qual è lo scopo di queste distinzioni? Chi lo saprebbe mai se non fosse scritto sulla domanda di iscrizione? Potrebbe mai il bambino stesso dare una risposta diretta se gli venisse chiesto di che religione fosse?

Mio padre ci aveva messo in guardia sui pericoli di appartenere ad una minoranza, ma ci mostrò anche che era una causa per cui vale la pena combattere.

Probabilmente sarebbe diventato ministro dell’agricoltura negli anni 90 se non fosse stato per il suo turbante. Ma da uomo di principio non avrebbe mai venduto la sua fede per qualunque nomina. Comunque nel 2012 divenne Inviato Speciale Presidenziale per le misure antipovertà.

Agli amici ed ai parenti diceva che la cosa migliore che poteva ottenere scritta sulla sua carta di identità era la designazione di Induista Sikh. L’Induismo e la religione Sikh sono due cose differenti, ma la prima è riconosciuta come religione dallo stato, mentre il Sikhismo non lo è.

Repelleva così tanto questa categorizzazione sbagliata che avrebbe preferito che si fosse lasciato quello spazio in bianco. Negli ultimi anni è diventato un devoto, dopo un infarto, ma ha sempre riconosciuto le nostre differenti visioni sulla fede. Aveva sempre voluto che scegliessimo da soli e ci spingeva sempre a leggere avidamente. Disse a noi piccoli che doveva mettere Sikh quando eravamo più giovani a causa del sistema indonesiano. Forse pensava che essere registrati come credenti in qualcosa era più sicuro per noi del non aver nulla, per non rischiare di diventare facili prede dei demagoghi della paura del comunismo.

Devo comunque ammettere che la mia scuola cattolica mi ha fatto abbastanza amare Gesù. Penso ancora che sia rincuorante il suo esempio di lottare per i poveri e gli emarginati. Tristemente giungeva con tanta storia cattolica ed ortodossia che mi lasciò disinteressato nella fede.

Non mi piaceva di essere obbligati a partecipare alle messe e alla Via Crucis. Ammetto che alcune volte ero tentato di mettermi in fila per la comunione.

Comunque la vita una un suo modo di provare quanto la strada verso il male sia lastricata di buone intenzioni. Non mi è ancora chiaro come gli altri bambini scoprirono del ragazzo dalla strana religione che si era iscritto nella loro scuola.

Qualcuno che poteva accedere ai miei documenti doveva aver pensato che era una cosa ridicola parlarne. Le dicerie si diffusero come un incendio. La privacy fondamentale è un principio capito poco in Indonesia. Erano gli altri miei amici, persino più degli insegnanti, a ricordarmi che ero uno straniero. La più memorabile era di essere chiamato “sick” (Uguale pronuncia inglese con Sikh ma significa malato, NdT) per giocare con la parola Sikh. Benché non mi identificassi come Sikh capivo che il gioco era contro di me. Faceva parte delle cose ma non l’accettai mai. Mi era detto di starmene calmo e tenere la bocca chiusa sul fatto che si hanno idee differenti.

Avevo capito abbastanza presto che l’identità religiosa di una persona era più un fatto di facciata sociale.

Ciononostante non significava che non mi prudesse di parlarne più apertamente. Questo prurito mi pungeva più della derisione. Ero costretto a tenermi tutto dentro e sopportarne tutto il peso. I miei genitori mi permettevano di esplorare qualunque pensiero avessi sulla religione, sull’umanità, la morale e l’etica. Ma tutto quello importava poco alle persone intorno a me.

Sarei per sempre rimasto il bambino indiano Sick.

La scuola cattolica Tarakanita era più decente e tollerante con la diversità della società in generale.

Fui fortunato che i miei genitori potessero permettersi di mandarmi a quella scuola fino alle medie inferiori. Quando mi iscrissi nelle scuole superiori nazionali vissi molta più alienazione e bullismo. Se ci avessi frequentato da sempre lì avrei potuto vivere molto più ostracismo. Temo che altri possano aver sofferto molto più di me in parte perché i miei geni mescolati mi diedero una stazza fisica superiore. Eppure fu allora che imparai quanto spesso i giovani possano trovare i modi per essere meschini sulle cose che per loro appaiono strane.

In quegli anni vidi un film su Cd chiamato La lettera Scarlatta. Una giovane donna, Hester Prynne, ignora le convenzioni sociali quando ha un bambino fuori dal matrimonio. Gli americani del XIX secolo la scoprono e la stigmatizzano. La costringono ad indossare la lettera scarlatta A per adultera e la escludono. Non credo do aver totalmente capito cosa deve aver vissuto, ma mi identificai col sentimento di come il mondo tratta coloro che sono ai margini. Questa aura dispotica continuò per tutta la scuola fino all’età adulta.

L’ ateismo indonesiano viene nascosto in bella vista sotto il tappeto ma vale la pena perseverare e battersi per quello che si crede

Andare alla scuola pubblica significa che si deve essere valutati in religione. Gli studenti musulmani avevano le loro lezioni di religione in classe durante le ore normali di lezione e questo significava che avevo alcune ore senza lezioni. La scuola non voleva che gli studenti se ne andassero in giro ed io dovevo stare in una parte della scuola, calmo e non visto. Lontano dalla vista, lontano dalla mente.

Quando feci 17 anni, dovevo fare la tessera di identità nazionale. La tessera da studente fino ad allora aveva accettato una qualunque designazione assegnata da un tutore dello studente. Ora comunque dovevo aderire alla decisione del governo per cui era accettabile solo una delle cinque grandi religioni sulla tessera di identità, Islamico, Cristiano, Cattolico, Induista o buddista.

Quando giunse il mio momento, andai all’ufficio amministrativo locale che gestisce le questioni di cittadinanza e riempii il modulo.

Lasciai vuoto il campo dove si chiedeva la religione. Sorprendentemente dopo due settimane mi tornò la carta di identità dove era scritto Islam.

Dopo qualche minuto di dibattito senza conclusioni, l’impiegato si fermò e disse: “Va bene, ma ci vorrà un po’”

Non avevo fretta di avere una carta di identità e allora lo ringraziai e salutai. Ci vollero alcune settimane ma alla fine ebbi la mia carta di identità dove la sezione sulla religione era stata lasciata vuota.

Questo fu il primo di tanti scontri in cui dovevo sopportare domande sulla mia religione anche se non avevano nulla a che fare con quello che chiedevo. Ogni volta che apro un conto in banca il funzionario mi chiede del campo vuoto della religione e devo spiegarlo per bene. Perché mai una banca ha bisogno di sapere della religione di qualcuno? Mi sembra che la società proverà sempre a preservare il proprio modo di essere.

Coloro che rifiutano di inchinarsi devono pagare per la loro indipendenza con tempo e sforzi in più.

Anche l’iscrizione per gli esami di accesso all’università chiedeva della mia religione. Lo trovai scoraggiante e mi faceva infuriare, ma anche potenzialmente discriminatorio dal momento che non sappiamo cosa ne farà lo stato di questi dati. Credo che raccolga dati sulla religione anche l’esame di entrata per il servizio civile nazionale.

La pressioni degli altri sulla religiosità è pervasiva sul luogo di lavoro, privato o pubblico. La maggioranza degli indonesiani non pensano mai a queste cose, e capisco che la categorizzazione può essere utile, ma comunque il caso di mio padre deve essere sufficiente a mostrare quanto le possibilità siano a contrarie a chi sta ai bordi della società.

Delle volte bisogna erigersi a difendersi. Anche se significasse stare nel mezzo di un campo immenso nel sole del mezzogiorno. Di fatto mi accadde durante la mia ammissione all’università.

Tutte le matricole erano state mandate in vari punti attorno ad un campo secondo la propria religione per incontrare i loro mentori.

Naturalmente il campo era diviso in soli cinque settori secondo le grandi religioni. Forse avrei dovuto chinare il capo ed andare con i buddisti. Ma quella volta decisi di starmene nel mezzo del campo quando tutti se ne furono andati. Era molto caldo e potevo vedere le persone mormorare ed indicarmi. Credo non sapessi cosa fare. Fortunatamente una persona fu tanto gentile di avvicinarsi a me e chiedere.

Dopo che parlai, mi portò con lui a cantare e a suonare la chitarra, mentre oltre 2000 studenti erano altrove a pregare. Serve a mostrare che ci sono persone buone lì fuori, qualcuno che ancora osa domandarsi delle strutture sociali.

Queste categorizzazioni sistematiche sono perniciose proprio perché sono invisibili alla maggioranza. Lavorano molto bene a nascondere l’esistenza di una minoranza di individui.

Nascondono le persone nella vista completa. Le società possono uccidere gli individui costringendoli ad autocensurarsi per evitare situazioni spiacevoli che emergerebbero come fa un chiodo sciolto da una superficie ben levigata.

Come molte altre società, l’Indonesia tende a nascondere le cose sotto il tappeto e non parlarne nella speranza che spariscano. Eppure credo che ci sia ancora tanta brava gente che comprende che l’umanità è più importante della religiosità. Gente che lotta in favore per i marginalizzati, che marcia per l’uguaglianza e difende le minoranze anche a costo della propria vita.

Persone come Munir, Marsinah, Widji Thukul, e tanti altri che hanno perso la vita provando a realizzare un paese che sia all’altezza dei suoi principi fondanti.

Mi considero fortunato ad aver incontrato così tanti umanisti e difensori dell’uguaglianza in Indonesia. Sono la ragione per cui credo che ci sono volte in cui dobbiamo resistere nonostante i costi personali. Non è solo per la libertà personale di un individuo. Si tratta di porre fine a discriminazione e assoggettamento per tutti.

Aveva ragione mio padre nel dire che il cambiamento significativo ha bisogno di pressioni esterne come anche di capacità interne.

Spero che questo piccolo racconto della mia vita avrà un peso, che possa iniziare una piccola onda di cambiamento dentro il cuore di chi lo legge, che rafforza chi già lotta; che sia una piccola pietra a fondare un futuro migliore.

Libertà!

Wira Dillon, InsideIndonesia

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