Esecuzioni extragiudiziali e arresti arbitrari nel meridione thailandese

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L’Imam Mahamapauli Kueji rappresentava tutto quello che i militari thailandesi speravano di trovare in un alleato.

(photo by Will Baxter)

E’ conosciuto nel suo villaggio Namdam, dove gestisce un antico collegio islamico, come Babor Lee, capo villaggio del pondok, e Mahamapauli era solito stare a fianco degli ufficiali dei militari durante gli incontri in cui parlavano agli abitanti del villaggio. Si assicurava che la gente andasse alle riunioni e parlava di pace e cooperazione.

Nelle province più meridionali della Thailandia di Yala, Narathiwat e Pattani, dove quasi 6000 persone sono state uccise durante un’insorgenza decennale, i militari thailandesi hanno molto da lavorare per migliorare la propria immagine pubblica negli ultimi anni. La popolazione a maggioranza malay musulmana guarda con molto sospetto chi viene da fuori, per cui la possibilità di collaborare sui programmi del villaggio con un capo locale come Mahamapauli era di estremo valore per i militari.
“Quando avevamo una riunione con gli abitanti del villaggio parlavo loro insieme con i soldati che non siamo insorti, di non attaccare i militari, del lottare per la pace nel meridione della Thailandia” dice l’imam.

La gente giungeva da tutto il distretto di Tungyangdaeng nella provincia di Pattani. Talvolta c’erano militanti agli incontri. Se non altro almeno ascoltavano. Ma il tutto finì male l’ottobre scorso, quando i militari thailandesi si riversarono nel villaggio di Mahamapauli, spararono due insorti e poi presumibilmente passarono per le armi Abdulaziz “Aziz” Salaeh, un abitante di 26 anni del villaggio.
Erano le due e mezza del 15 ottobre quando un grosso convoglio di militari entrò a Namdam. “I soldati saltarono giù dai loro mezzi e corsero direttamente verso una casa vicina e cominciarono a sparare” disse la madre di Aziz, Yaenassah. “Rimasi scioccata”.

Due persone sospettate di essere insorti erano state uccisi in casa. Subito dopo un gruppo di ranger giunse alla casa di Yaenassah ordinando a tutti di venire fuori. “Non volevo andare fuori perché era più sicuro stare dentro. Ma Aziz disse che dovevamo andare perché non avevamo fatto nulla di male. Siamo gente pulita” dice la donna volendo dire che non erano coinvolti nell’insorgenza.
Aziz, Yaenassah e la cognata furono portati in una casa di un vicino dall’altra parte della strada.

“Poi uno dei soldati toccò la spalla di Aziz dicendo di volerlo portare da qualche parte” dice Yaenassah. “Non comprendo il Thai e non capivo quello che volevano dire”.
Aziz fu prima portato in una zona vicina lontano dalla vista dove coltivano gli alberi del caucciù. Poi fu riportato a casa sua affinché i soldati potessero ricercare armi ed altre prove. Poi a ricerca completata Aziz fu riportato alla casa dove erano stati raccolti gli insorti. Il villaggio era tranquillo, il tempo passava. Poi ancora degli spari.

“Alle 3 e mezza sentii altri colpi da arma da fuoco, e poi alle 4 e mezza” dice Yaenassah. “Verso le sette i rangers cominciarono ad andarsene. Ci fu detto dai soldati che Aziz era stato riportato al campo di Wangpaya per un interrogatorio. Non sapevamo allora che era già morto”.
Verso le nove dopo che la famiglia aveva ricercato Aziz presso uno dei campi militari vicini, seppero che un ospedale aveva un corpo non identificato nel proprio obitorio.Vi si recarono per dare un’occhiata il fratello di Azziz Mahamaarsueming e il cugino Jekyee.

“Quando vidi il corpo non sapevo dire se fosse Aziz poiché era cambiato così tanto. C’erano così tante ferite sul suo corpo” dice Jamilah. “Poteva sembrare il corpo di chiunque. La faccia era rotta dai colpi di arma da fuoco. Era gonfio”

Abdulqahhar Aweaputeh, un avvocato del centro degli Avvocati Musulmani che rappresenta la famiglia di Aziz, dice che l’incidente fu un “omicidio extragiudiziale”.

“Abbiamo informazioni da un’autopsia che mostra che fu picchiato selvaggiamente prima di essere sparato” disse l’avvocato. “Era stato colpito con un oggetto arrotondato sul retro della testa e sotto il mento. Era stato colpito per tutto il corpo con una piccola arma”.

I militari thailandesi raccontano una storia molto differente, accusando Aziz di aver fatto resistenza agli arresti e quindi nella fuga era stato sparato. “Abdulaziz sfuggì dalla casa degli insorti e si scontrò poi con le forze di sicurezza armate” scrive il colonnello Pramote Prom-in, portavoce del comando 4 dell’ISOC via email. “Gli ufficiali perciò si dovevano difendere.”

Continua a spiegare che il corpo di Aziz fu mostrato al capo villaggio e al capo del sottodistretto che non riuscirono ad identificarlo, per cui fu portato ad un obitorio.
“Gli ufficiali portarono il cadavere all’ospedale senza alcuna intenzione di nascondere la morte di Aziz” dice indicando che seguivano le regole dell’esercito.

Comunque non si cita perché non si convocarono i membri della famiglia di Aziz per la sua identificazione, nonostante il fatto che Aziz fosse con la madre e la cognata quando, quello stesso giorno, fu portato in custodia.

Secondo chi monitora la situazione dei diritti umani, delle esecuzioni extragiudiziali, gli arresti arbitrari e gli altri scontri violenti portati avanti dalle forze di sicurezza thailandesi stanno cancellando molta della buona volontà che si era stabilita tra loro e la popolazione locale.

L’omicidio di Aziz è “molto controversa” secondo Srisompob Jitpiromsri, direttore di Deep South Watch di Pattani. I casi di violenza commessi dai militari contro i civili è di fatto diminuito negli ultimi due anni, secondo il direttore. “Ma dopo uno stupido errore come questo, tutto quello che hai fatto è finito. E’ più difficile di prima riconquistare la fiducia”.

“Incidenti del genere rendono quasi impossibile per i militari riconquistare la fiducia della popolazione musulmana locale” ed inibisce i tentativi di “moderare la popolazione” dice Sunai Pasuk, ricercatore presso HRW.
Nel villaggio di Namdam le ripercussioni di questo omicidio hanno avuto un effetto di forte polarizzazione.

“Prima dell’omicidio di Aziz la gente e i militari avevano lavorato assieme, ma da quel caso non c’è stata alcuna cooperazione.” dice Mahamapauli. “Non voglio la guerra tra insorti e militari perché non serve a nulla per lo sviluppo, per la pace, per la vita. La popolazione delle tre province non trae benefici dalla guerra.” Ma ora Mahmapauli rifiuta di fare parte dei programmi di contatto dei militari.

Sunai crede che una chiara mancanza di indagini serie ed imparziali sulla morte di Aziz e sui casi simili porterà alla fine ad alimentare ulteriormente la cattiva volontà. “I musulmani vedono un contrasto enorme sul come i militari indagano sui casi dove ci sono vittime buddiste e casi dove ci sono vittime musulmane.” dice Sunai. “Un caso come questo è usato sempre per reclutare nuovi membri e giustificare la violenza”.

Gli arresti arbitrari e incidenti non mortali hanno anche un loro pedaggio sulle relazioni.
Il 21 gennaio di quest’anno, l’esercito thailandese entrò nel villaggio costiero di Tanyongpao, nella provincia di Pattani, verso le 11 della sera. Il villaggio era avvolto nella oscurità perché durante il giorno era stata tagliata l’elettricità.

Medee Awea di 26 anni si era appena seduto presso una caffetteria quando emerse un gruppo di soldati che puntarono le loro armi verso i gestori. “Medee si alzò e cominciò ad incamminarsi verso casa” disse Abdulrazak Abdulrahman che in quel tempo preparava il caffè nella caffetteria.
I soldati lo chiamarono due volte. Quando spararono in aria Medee cominciò a correre disse Abdulrazak Abdulrahman. Poi i soldati cominciarono a sparare direttamente a lui.

Medee, che non era armato, iniziò a correre attraverso il labirinto di stradine e passaggi che si snodano per il quartiere attorno alla moschea. I proiettili finivano contro le case ed una macchina. Nell’oscurità Medee inciampò su un pezzo di cemento e cadde al suolo. I soldati lo raggiunsero in fretta e cominciarono a prenderlo a calci sulle gambe, le braccia e le mani. Poi gli legarono le mani e lo trascinarono via presso un campo militare. Secondo la gente del villaggio i militari reagirono con la mano pesante.

“Siamo molto arrabbiati e vogliamo vendetta perché questo ragazzo è stato incastrato.” dice Jehming Jehming un residente del luogo la cui casa, quella notte, fu riempita di proiettili nei muri esterni. “Questo luogo non ha mai avuto alcun incidente come l’uccisione di buddisti o di militari o di polizia. Vogliamo cooperare con i soldati, ma quella notte fu come se fossero venuti per uccidere poiché sparavano a tutto quello che si muoveva” dice Jehming. “Dissi ad uno dei soldati. Avete sparato a casa mia. Avete provato ad uccidere la mia famiglia. Se volessi uccidere dei soldati come vi sentireste?”

Dice Srisompob: “In molti dei villaggi considerate le zone rosse, le aree più sensibili, possiamo trovare tanti casi dove i soldati infrangono i diritti della gente. Quella è una questione molto seria se vogliamo trovare una soluzione qui”. Se dovessero continuare gli incidenti, aggiunge, “sarà un disastro per i militari”.

“Prima che fosse ucciso mio figlio, credevamo che i soldati fossero qui per proteggere il villaggio e la gente. Non lo crediamo più” dice Yaenassha. “Non ci fidiamo più di loro”.

Will Baxter, UCANEWS

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