Oyster Bay, da paradiso tropicale a base navale

I lavori cinesi di ampliamento degli atolli con costruzioni di impianti militari preoccupano non poco le Filippine e gli alti paesi che vantano diritti di sovranità nel mare cinese meridionale, come Vietnam, Malesia e Brunei, come pure molti altri quei paesi dell’area dell’Asia Pacifico.

Questa accelerazione cinese pone le Filippini nella problematica prospettiva di accrescere anch’essa, per quanto possibile, il rinnovamento delle proprie forze armate, la creazione di nuovi impianti militari ed una maggiore spesa complessiva dedicata alla difesa.

Restano per il momento quasi isolati i pochi avamposti militari nel mare cinese meridionale, o come i filippini lo definiscono, mare filippino occidentale. Traduciamo due articoli di Manny Mogato della Reuters.

Una nuova base navale filippina a Oyster Bay, Manny Mogato, Reuters

La principale priorità dei militari filippini è di costruire una base navale sulla costa occidentale del paese, di fronte alle isole contestate delle Spratly, sebbene i piani siano stati dilazionati nel tempo per problemi di finanziamento. A parlare il capo delle Forze Armate Filippine, Gregorio Catapang che aggiunge che le navi americane, giapponesi e vietnamite potranno visitare gli impianti a Oyster Bay, una volta che saranno terminati i lavori nell’isola di Palawan.

Lo sviluppo di questo paradiso turistico di Oyster Bay in un impianto militare potrebbe esacerbare le tensioni con la Cina che reclama la propria sovranità su quasi tutto il Mare Cinese Meridionale, Spratly comprese. A reclamare zone di questo passo vitale di mare ci sono Filippine, Vietnam, Malesia, Brunei e Taiwan.

Palawan, che fa parte della catena principale di isole filippine, si trova a 160 chilometri dalle Spratly dove i rapidi lavori cinesi di reclamo di suolo sulle sette rocce affioranti causa allarme tra alcuni paesi asiatici e attira molta critica da parte di Washington.

“Sentiamo che è la priorità principale a causa della situazione emergente della sicurezza” disse Catapang in un’intervista di lunedì da una base a Puerto Princesa, dopo aver riportato i giornalisti da un giro sull’isola nelle Spratly. (Vedi articolo di seguito) “Non appena abbiamo i soldi porremo lì le nostre risorse”.

Lo scorso mese comunque la Cina diede la sua difesa dettagliata dei lavori nelle Spratly affermando che le nuove isole forniranno servizi civili come previsioni del tempo, strumenti di ricerca e salvataggio di cui beneficeranno gli altri paesi.

Catapang ha detto che erano necessari per uno sviluppo iniziale del porto militare 15 milioni di euro ed altri 90 per renderla formalmente operativa. Ma la mancanza di fondi ha fermato il progetto iniziale già definito. “Non c’è nulla ancora lì, stiamo costruendo una strada di accesso e migliorare i depositi di carburante e di acqua utili alle navi. Ma c’è ancora tanto da fare” ha detto Catapang.

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Il Giappone che potrebbe dare una mano a Manila ad accrescere le proprie capacità marittime, potrebbe finanziare le infrastrutture attorno alla base ma non il porto, ha detto una fonte giapponese all’inizio dell’anno.

Allo stesso tempo, ha detto Catapang, gli USA hanno chiesto l’accesso alle basi filippine in otto posizioni per poterle ruotare insieme alle proprie forze aeree e navali per l’addestramento, in considerazione della loro politica di una maggiore presenza in Asia. Con lo stesso Vietnam inoltre crescono i legami anche militari proprio alla luce della maggiore presenza cinese.

Le Filippine pensano di disporre a Oyster Bay, una volta completati i lavori, due navi comprate dagli USA, una zona protetta naturalmente protetta all’interno della più grande Ulungan bay.

Da un avamposto malandato, le Filippine guardano prendere forma le isole cinesi, di Manny Mogato, Reuters

Mentre l’aereo militare filippino di trasporto C130 si avvicina all’avamposto più prezioso del paese nelle isole contestate del Mare Cinese Meridionale, ha sorvolato una barriera che la Cina sta rapidamente trasformando in un’isola.

Almeno due gru e due draghe erano visibili sulla Barriera di Subi dall’aereo che portava giornalisti stranieri e cittadini locali in un viaggio raro sull’Isola di Thitu.

I lavori di reclamo su sette barriere coralline nell’arcipelago delle Spratly nel mare cinese meridionale rende le isole filippine come questa, conosciuta internazionalmente come Thitu e in patria come Pagasa, vulnerabile. Lo dicono i militari filippini e gli esperti di sicurezza.

“Negli ultimi due anni abbiamo visto un rapido sviluppo. SI stanno avvicinando a noi. E’ una minaccia” dice il Maggiore Ferdinand Atos, l’ufficiale di più alto grado a Thitu ai giornalisti dopo l’atterraggio turbolento sulla pista improvvisata dell’isola.

La Barriera di Subi si trova a 14 miglia da Thitu e le sue luci si possono vedere la notte, dice il maggiore Atos che aggiunge che le navi di pattuglia cinese non hanno provato ad avvicinarsi a Thitu circondata da acque basse.

Ma Ian Storey, esperto di Mare cinese meridionale presso l’ISEAS di Singapore, sostiene che le Filippine potrebbero essere costretti a lottare per sostenere la propria posizione a Thitu e in altre parti delle Spratly. “Una volta che la Cina completa e fa funzionare le sue posizioni, porrà le Filippine in una posizione molto più difficile. Potranno fare forti pressioni in modo più regolare sulla guardia costiera filippina e sulla forza navale … potrebbero imporre dei blocchi sugli altri atolli occupati dalle Filippine, Pagasa compresa”.

La scorsa settimana il comandante filippino della regione ha detto che la Cina ha messo in guardia, almeno sei volte, le forze aeree e navali filippine a lasciare l’area attorno alle Spratly. Pechino reclama la sovranità su quasi tutto il Mare cinese meridionale dove passa, ogni anno, un flusso commerciale di milioni di miliardi di dollari di valore, sul quale ci sono anche reclami di sovranità sovrapposti con Vietnam, Filippine, Malesia, Brunei e Taiwan.

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Lo scorso mese, la Cina ha fatto una difesa dettagliata dei suoi lavori ed ha detto che le nuove isole daranno servizi civili di cui gli altri paesi beneficeranno, ed ha accusato anche le Filippine di fare grandi lavori di ammodernamento…

L’isola di Thitu, costeggiata da una barriera corallina, dista a 280 miglia nautiche dalle Filippine ed è l’isola più grande occupata da Manila nella zona della disputa. Ha un’estensione di 37 ettari e possiede acqua dolce, un piccolo distaccamento militare ed un centinaio di persone che traggono vantaggio dai sussidi governativi per popolare l’isola. Di lavori di miglioramento però non c’è traccia.

La pista aerea non è altro che una pista senza asfalto su cui spuntano ciuffi di erba, sulla cui estremità batte l’oceano blu che erode altre parti dell’isola.

Il solo segno di postazione militare è un cannone della contraerea da 40 millimetri dal lato opposto della contraerea.

Thitu avrebbe bisogno di un molo vero e proprio per poter sfruttare la pesca ed il turismo, dice il sindaco di Kalayaan che dall’isola di Palawan amministra Thitu. I militari hanno un piano per migliorare le nove isole e barriere che mantiene nelle Spratly, piani che sono stati fermati quando le Filippine hanno aperto una contesa legale presso il Tribunale de L’Aia nel 2013 sfidando i reclami cinesi. La Cina si è rifiutata di costituirsi nel caso dell’Arbitrato che deve ancora vedere le audizioni.

La creazione di isole artificiali da parte della Cina avviene così velocemente che Pechino potrà estendere il raggio della sua flotta, della sua aviazione e guardia costiera nel prossimo futuro.

Il dragaggio alla Barriera di Subi ha mostrato una serie di ammassamenti che uniti insieme darebbero spazio a sufficienza per una pista da 3000 metri, ha detto IHS Janes. Il capo delle forze armate filippine Catapang ha detto che i lavori cinesi dello scorso mese restringeranno lo spazio di manovra in mare per le navi filippine. “Sarà un problema per noi portare rifornimenti e far ruotare le nostre truppe nell’area contesa” ha detto Catapang ai giornalisti.

In precedenza Catapang era stato più guardingo nel rispondere sulla presenza cinese. “Non li vediamo come una minaccia, dovremmo demilitarizzare l’area”

Joely Mendoza, madre di nove figli, dice che vive da un anno qui. Non ha paura dei cinesi poiché le loro barche non si sono avvicinate all’isola. “Se i cinesi ci invadono, allora ce ne andremo”.