Pacifico Occidentale: Una tempesta che monta

Una tempesta sta montando nel Pacifico Occidentale. Mentre la regione Asia Pacifico discende in un periodo di conflitto destabilizzante, le Filippine diventano velocemente uno stato di frontiera nella strategia americana per contenere la Cina, la spinta centrale della cosiddetta politica di Obama di “Cardine per l’Asia”.

Nei più recenti sviluppi il governo filippino ha offerto agli USA un maggiore accesso alle proprie basi militari.

I movimenti controversi cinesi nel pacifico occidentale sono serviti come una scusa conveniente per rafforzare la presenza USA nella regione.

In particolare la pretesa di Pechino su tutto il mare cinese meridionale (compreso il mare filippino occidentale) come territorio cinese ha permesso agli USA di presentarsi come indispensabile per proteggere i paesi più piccoli della regione dall’egemonia cinese. Il governo filippino, un tempo colonia e alleato degli USA, è stato particolarmente recettivo ai canti di sirena di Washington.

Il 24 luglio segna il primo anniversario della nascita di “Sansha City” come amministratrice dell’intero mare filippino occidentale e delle isole e altre caratteristiche che rivendica. Tra queste ci sono le Spratly, nove delle quali sono contese ed occupate dalle Filippine, insieme alla Secca di Scarborough, a quella Ayungin, Panganiban e il Banco di Recto, tutti reclamati dalle Filippine.

pagasa pacifico occidentale

Negli scorsi mesi si è assistito a varie provocazioni cinesi come l’occupazione delle Scarborough da parte di 90 navi cinesi che hanno cacciato i pescatori filippini dall’area; una maggiore presenza militare cinese presso la Barra di Ayungin e una presentazione di uno sfacciato generale cinese della “strategia del cavolo”.

Il generale Zhang Zhaozhong ha spiegato che la spinta della strategia del cavolo era di circondare Bajo de Masinloc, la Secca di Scarborough, Ayungin e gli altri territori cinesi con una presenza massiccia navale cinese per affamare i distaccamenti filippini e prevenire che possano essere raggiunti da rinforzi.

Quello che la Cina presenta come base legale per le sue mosse di aggressione è una comunicazione scritta all’ONU presentata da Pechino il 7 maggio del 2009 in cui unilateralmente asserisce la “indisputabile sovranità” della Cina su tutte le isole del Mare Filippino occidentale e le loro “acque adiacenti/rilevanti”.

Ad accompagnare la nota scritta l’infame mappa “dalle nove linee” che demarca la richiesta cinese nella regione. Nessuna spiegazione ufficale ha accompagnato la mappa in quel tempo, sebbene ci siano stati riferimenti non ufficiali alle isole e le acque come territori ancestrali cinesi, e alla loro inclusione nelle mappe del defunto regime nazionalista cinese che risaliva alla fine degli anni quaranta.

Tra le richieste più sfacciate del documento c’è quella che le nove isole Spratly e delle caratteristiche che sono state da tempo una municipalità di Palawan, provincia filippina, appartengano alla Cina. Una chiara implicazione è che Bajo de Masinloc, che si trova a 137 chilometri dalla provincia di Zambales di cui è parte integrante, appartenga anche alla Cina che si trova a 700 chilometri.

Un’altra asserzione è che le Filippine e gli altri stati reclamanti, Brunei, Malesia, Taiwan e Vietnam, non hanno titolo per avere la loro zona economica esclusiva di 200 miglia nautiche sotto la legge dell’UNCLOS, visto che l’intera area cade sotto la “indisputabile sovranità” cinese. Quello che a tutte e quattro le nazioni concorrenti è rimasto sono le acque territoriali che si estendono fino a 12 miglia della rispettiva costa.

Ma il Mare cinese meridionale va ben al di là degli interessi dei sei paesi reclamanti. Per quello che la Cina dice con la sua mappa dalle nove linee è che un corpo d’acqua di 3,5 milioni di chilometri quadrati, che confinano con sei stati e attraverso cui transita un terzo della flotta mondiale, è equivalente ad un mare nazionale come il Lago Michigan per gli USA. Se lo si permette, molti analisti concludono che la mappa delle nove linee rappresenterà la più grande acquisizione di mare nella storia.

Sebbene l’interesse cinese nei prodotti della pesca e nelle riserve di petrolio e gas del Mare Cinese Meridionale sia antico, il suo comportamento di recente è diventato sempre più aggressivo.

Ci sono due teorie su ciò che motiva il comportamento cinese. Il primo sostiene che nasce dall’insicurezza la posizione aggressiva cinese causata dalla crescita velocissima seguita da crisi economica piuttosto che un intento espansionista.

Poiché dipende da tempo per la propria legittimazione dalla capacità di dare una crescita economica, la Cina ha di recente vissuto problemi interni legati alla crisi globale finanziaria che hanno lasciato la dirigenza politica alla ricerca di una giustificazione ideologica, ritrovata in un nazionalismo virulento.

La seconda teoria è che ora le mossi della Cina riflettano un calcolo freddo di una potenza nascente sapiente, che mira a tenere d’occhio un monopolio sull’industria della pesca e sulle risorse energetiche nel mare filippino occidentale nella scommessa di diventare prima una potenza regionale e poi globale ed egemonica.

Ma indipendentemente da ciò che ispira la sua posizione provocatoria, Pechino ha allarmato i suoi vicini. Ad una riunione dei ministri degli esteri di giugno l’ASEAN ha ricordato alla Cina il suo “impegno con la Dichiarazione di Condotta ad assicurare la risoluzione delle dispute attraverso mezzi pacifici in accordo con i principi riconosciuti della legge internazionale, tra i quali la UNCLOS del 1982 senza il ricorso alla minaccia o all’uso della forza, mentre si esercita una certa auto costrizione nel condurre le attività”.

Ma ancora più preoccupante è il fatto che Pechino possa costringerli, compreso il vecchio nemico americano, il Vietnam, ad andare nelle braccia americane permettendo così a Washington di presentarsi come il salvatore militare o il bilancio rispetto a Pechino. Se la Cina si sente minacciata da relazioni militari più strette che gli USA sviluppano con i suoi vicini, deve di gran lunga accusare se stessa.

La teoria di Obama di Cardine per l’Asia non è una novità, ma semplicemente un ritorno alla posizione militare globale precedente l’undici settembre dell’amministrazione Bush che ridefiniva la Cina da partner strategico a competitore strategico.

La strategia di contenimento della Cina fu fermata dopo quell’undici settembre poiché Washington doveva conquistare gli alleati nella sua guerra al terrore. Ma mentre non è nuova, c’è un’urgenza legata alla strategia di contenimento sotto Obama a causa di sviluppi accaduti in un decennio. Per molti analisti la strategia di Obama rappresenta un ritiro dal dominio militare globale comprensivo che la fazione neo-conservatrice della classe dominante USAtentò sotto Bush.

E’ una finta, una manovra disegnata per fare da copertura ad una ritirata limitata dal disastroso intervento nel medio oriente e in Asia sudoccidentale. E’ un tentativo di Washington di ritirarsi in un’area per la proiezione del potere imperiale che essa veda più gestibile di quello del Medio Oriente che sta sfuggendo dal controllo.

Certo il pacifico occidentale è sempre stato un mare americano. Nell’apice dell’era dopo II guerra mondiale, la presenza statunitense era uno stato da guarnigione transnazionale che si estende su sette paesi ed entità politiche nel Pacifico Occidentale ed Australia.

Cionondimeno, il cardine del pacifico ha intensificato la già intensa militarizzazione dell’area. Il 60% della forza navale americana è stata spostata nel Pacifico Occidentale, accompagnato dal dispiegamento delle unità dei Marines da Okinawa a Guam e Australia.

Le forze speciali americane continuano a partecipare alla campagna contro i radicali islamici nelle Filippine Meridionali, mentre conducono esercitazioni navali anfibie con unità filippine vicino alle isole Spratly e Scarborough. Il più recente sviluppo è che il governo filippino permetterà agli USA un maggiore accesso alle proprie basi compresa il vecchio complesso navale di Subic. A vent’anni dall’abbandono di quelle basi gli USA ritornano con la fanfara nelle Filippine.

Alcuni commentatori filippini hanno detto che la crescita degli USA nelle Filippine è un autogol, da quando sono entrate le dinamiche del conflitto tra le superpotenze, marginalizzando ogni effettiva risoluzione delle dispute territoriali che la presenza militare USA avrebbe dovuto facilitare in primo luogo.

La diatriba USA Cina è preoccupante abbastanza, ma c’è una terza fonte destabilizzante nella regione, il Giappone. Elementi di destra in Giappone, compreso l’attuale premier Shinzo Abe, hanno tratto vantaggio dalle mosse cinesi e dalla disputa di Pechino sulle isole deserte Sensaku per spingere per l’abolizione dell’articolo 9 della costituzione giapponese che proibiva al Giappone la guerra come uno strumento di politica estera più indipendente dagli USA che ha gestito la sicurezza esterna sin dalla sconfitta giapponese nella seconda guerra mondiale.

Molti vicini del Giappone sono convinti che un Giappone più indipendente dagli USA voglia sviluppare le proprie armi nucleari. Temono la prospettiva di un Giappone armato con armi nucleari che si è liberato del pacifismo del dopo guerra e che non ha ancora portato avanti la propria ricerca interiore che in Germania ha portato al riconoscimento delle atrocità del regime nazista nella coscienza nazionale.

Questo fallimento ad istituzionalizzare e interiorizzare la colpa della guerra è quello che ha permesso al sindaco di Osaka, Toru Hashimoto, di affermare di recente che le stimate 200 mila donne coreane, filippine e cinesi, donne di conforto, costrette alla servitù sessuale dalle truppe giapponesi durante la seconda guerra mondiale erano necessarie per il morale delle truppe.

Questa sottolineatura del sindaco di Osaka giungeva subito dopo un altro scandalo: una visita di massa ad aprile da parte di 170 legislatori e membri del governo Abe al Tempio di Yasukuni, la casa del soldato caduto, che include tra gli altri 14 criminali di guerra riconosciuti.

I vicini del Giappone hanno da tempo condannato la visita rituale come un segno della attitudine del paese che non si pente per la sua condotta durante la guerra.

Ci sono segni cattivi che si stia addolcendo la posizione contro la nuova militarizzazione del Giappone. Il ministro degli esteri filippino Del Rosario, di recente, ha ufficialmente sostenuto un riarmo giapponese per contenere il comportamento egemonico cinese.

Le richieste territoriali aggressive cinesi, il ruolo di cerniera di Washington e le mosse opportunistiche giapponesi si sommano ad una situazione volatile in evoluzione. Molti osservatori notano che la situazione politica militare dell’Asia Pacifico sta assomigliando a quella europea della fine del XIX secolo con l’emergere di una configurazione simile di bilancio di politiche di potenza. E’ utile ricordare che, mentre il bilancio fragile potrebbe aver funzionato per un periodo, alla fine è andata a finire nella conflagrazione che fu la Prima guerra mondiale.

Walden Bello, Foreign Policy in Focus