Paradisi fiscali e offshore: la difficoltà di riportare in Cambogia i suoi tesori

Paradisi fiscali e paradisi offshore sono i modi per nascondere la triste storia del saccheggio dei templi cambogiani e del patrimonio storico e artistico Khmer tra gli anni 60 e la guerra civile in cui giganteggia la figura di Douglas Latchford.

La civilizzazione del popolo Khmer nei secoli scorsi ha creato un’arte ed una architettura nel Sudestasiatico che sono tra le cose più belle al mondo e che si trovano dispersi in tanti grandi musei occidentali, lì giunti per mano di personaggi ambigui, tra i quali spunta il nome di un gentiluomo inglese con la fissa dell’arte Khmer, Douglas Latchford.

Questo gentiluomo inglese accumulò un tesoro inestimabile di collezioni di arte Khmer più grande al mondo, fatto di sculture buddiste ed induiste, ed è stato secondo la magistratura americana uno dei maggiori trafficanti di antichità saccheggiate dai templi cambogiani durante il periodo della guerra civile.

Questo lo dicono i giornalisti di icij.org che con la pubblicazione di Panama Papers fanno luce sulle ricchezze della famiglia Latchford accumulate nei paradisi fiscali all’indomani dell’azione dei magistrati americani del 2019 contro Douglas Latchford.

“Quando gli USA accusarono Latchford nel 2019, sembrò che le centinaia di pezzi rubati che aveva commerciato potevano essere identificati e restituiti: la magistratura chiese la confisca di “tutte le proprietà” derivate dal suo commercio illecito nei quattro decenni. Ma poi l’anziano Latchford morì prima del processo lasciando irrisolta una domanda provocante: cosa è successo a tutto il denaro e ai tesori saccheggiati?

La risposta sta in parte nelle scritture prima non conosciute che descrivono le compagnie e i trust offshore che Latchford e la famiglia controllavano. Gli archivi fanno parte dei Pandora Papers, 12 milioni di documenti ottenuti da International Consortium of Investigative Journalists e condivisi con i media nel mondo.”

Dagli archivi di ICIJ si ricava che dopo 3 mesi dall’incriminazione in USA, la famiglia Latchford istituì il primo di due trusts con i nomi di Skanda e Siva sul paradiso fiscale dell’isola di Jersey tra Francia e UK.

Il Trust Skanda teneva la collezione di antichità tra le quali i bronzi di Budda, Lokeshvara ed altre figure religiose tra le quali il Budda Naga trafugato del valore di 1,5 milioni di euro.

Per il governo cambogiano è essenziale che questi tesori preziosi siano restituiti, visto che si tratta di tesori fatti sparire durante il periodo della guerra civile cambogiana degli anni 70.

“Non smetteremo mai di cercare di farci ridare il nostro patrimonio storico” dice il ministro della cultura cambogiana Phoeurng Sackona. “Non sono solo decorazioni ma hanno uno spirito e sono considerati come viventi. E’ difficile quantificare la loro perdita per i nostri templi e il nostro paese. Perderli è come perdere lo spirito dei nostri antenati”.

In questi anni comunque ci sono state delle restituzioni dei musei nel mondo di opere khmer che sono state identificate come trafugate da un tempio cambogiano durante la guerra civile, ma molto resta in altre collezioni famose e collezioni private che comprano pezzi di origine dubbia, grazie a queste compagnie e trust.

“L’indagine ha trovato che mentre alcuni musei hanno restituito vari pezzi legati a Latchford negli scorsi anni, restano in collezioni importanti almeno 27 pezzi.

Il Metropolitan Museum of Art di New York ha ancora 12 pezzi un tempo di proprietà oppure trattati da Latchford, ed un altro che è uguale ad un pezzo descritto nel suo rinvio a giudizio. Altri 15 sono stati trovati nelle collezioni del The British Museum a Londra, nella National Gallery Australiana, nel Denver Art Museum e nel Cleveland Museum of Art.

Questi ed altri musei hanno altri 16 pezzi venduti da un socio di Latchford individuato dai magistrati come correo. Nessuno dei musei ha mostrato dati di archivio in cui si mostra che i pezzi sono stati esportati col consenso del governo nazionale. Alcuni hanno detto di non avere questi dati.”

Un grande punto interrogativo resta per quelle opere che non si trovano nei musei ma nelle collezioni private e che potrebbero essere molti di più di quanto visto.

Mentre alcuni dicono che non tutti i pezzi sono il risultato di un saccheggio, altri sostengono che era ben noto agli addetti ai lavori che era il saccheggio dei templi cambogiani ad alimentare il fiorente mercato delle antichità.

Le stesse linee guida dei musei e degli altri acquirenti dicono di ricercare con rigore le origini del pezzo prima di acquisirli e di rendere pubblico quanto hanno trovato, ma molti musei e privati sembrano molto riluttanti a riconsegnare ai paesi di origine anche i pezzi che portano i segni del saccheggio.

“Le accuse contro Latchford sono una questione legale di oltre 10 anni e chi dirige i musei hanno avuto tempo per fare quello che si deve. Da loro c’è un silenzio assordante” dice Tess Davis avvocata e archeologa di Antiquities Coalition.

Qualche mese fa la figlia di Latchford promise la restituzione dei pezzi della collezione paterna, come già scrivemmo qui, che sono però solo una parte e non contengono i profitti fatti con le vendite degli altri pezzi.

La famiglia Latchford fa sapere a ICIJ.org che i fondi Skanda e Siva sono stati fatti prima del rinvio a giudizio di Douglas Latchford non per una pianificazione delle tasse legittime e le proprietà tra cui vari pezzi legittimamente della famiglia.

“I trust non sono stati usati per oscurare le origini delle antichità saccheggiate o i profitti delle loro vendite, si dice nella dichiarazione della famiglia. Né la figlia né il marito sono accusati di alcunché.”

La storia di Douglas Latchford

Lui nasce nel 1931 a Bombei in India, figlio di un banchiere inglese, lettore avido del Kipling di “libro della giungla” e si trasferisce a Bangkok a 20 anni, dove fonda alcune industrie e palestre di body building in cui allena campioni thai e cambogiani. Queste sono la fonte primaria delle sue ricchezze, come dice in alcune interviste ai giornali.

A 26 anni compre un primo artefatto khmer al Mercato dei Ladri di Bangkok, un torso femminile di arenaria di 61 centimetri per 700 dollari, senza piedi e senza braccia. Fu forse quello l’inizio di una passione che lo ha definito. Ha scritto libri sulle antichità khmer, è chiamato da gallerie, ha fatto donazioni fino ad ottenere il titolo di Cavaliere dal vicepremier cambogiano per le donazioni fatte al museo nazionale cambogiano.

Quando si parla di arte khmer si parla anche di un territorio che prende oltre alla Cambogia attuale anche molta parte del territorio del Laos e la Thailandia centrale dominati nel periodo che va dal IX al XV secolo dopo Cristo. Sono territori su cui insistono molte grandi opere khmer da cui con probabilità negli anni 60 molte cose sono state trafugate.

Ma la vera esplosione del mercato dell’arte khmer nasce con l’arrivo di Pol Pot in Cambogia e le guerre civili seguenti che divennero preda di saccheggi enormi.

“Reti organizzate spesso capeggiate da militari o dai Khmer Rossi, tagliavano le statue dai loro piedistalli. La dinamite servì a tirare fuori altri pezzi. Furono tirati via interi pezzi di mura. I proventi di questo saccheggio servirono a finanziare la guerra. Il saccheggio continuò fino al 2010 ed oltre”

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Ad essere presa di mira è stata la città antica di Koh Ker che fino al 1965 era irraggiungibile. Qui esistevano 76 templi ed acquedotti, statue e piramidi a sette livelli, fatti in uno stile particolare.

“Gli artigiani modellavano pezzi di arenaria in modo estremamente dettagliato, grandi e infusi di ornamenti dinamici”, qualcosa di unico e rivoluzionario per quei tempi.

La studiosa Angela Chiu descrive molto bene come avveniva il saccheggio, fatto su richiesta particolare di un pezzo precedentemente fotografato e giustificato all’acquirente da storie fantastiche in cui l’acquirente diventa il salvatore dell’antichità.

In cambio, ai gruppi armati e ai cittadini cambogiani dei villaggi finivano somme ridicole, come un bufalo in cambio di una grande statua induista di Ganesh, o qualche centinaio di dollari per pezzi che sul mercato occidentale valevano invece milioni di dollari.

“Al centro di questo commercio illecito c’era Latchford che secondo i magistrati USA, trafficava in cose antiche dagli inizi degli anni 70 fino almeno al 2010. Tutti e tre i pezzi di Koh Ker, Ganesh, la figura di mezza donna mezzo uccello e la Skanda sono legati a Latchford … Tutti e tre i pezzi erano descritti in uno dei suoi libri, pratica che Latchford usò per dare ai pezzi saccheggiati un’aria di legittimità e facilitare la vendita, secondo l’accusa americana documentata anche da email”

Poi nel 2011 comincia la caduta di Douglas Latchford per una statua del X secolo posta all’asta al Sotheby’s di New York, L’Atleta, e descritta come uno dei grandi pezzi d’arte khmer, valutata fino a 3 milioni di dollari.

E’ l’archeologo francese Eric Bourdonneau a dimostrare che quella statua in particolare era il risultato di un saccheggio del tempio Prasat Chen a Koh Ker. Era il Duryodhana, una delle nove statue di una scena del poema induista del Mahabharata di cui parliamo in un articolo qui

Da questa mancata vendita iniziano le indagini americane su Latchford il quale comincia ad adoperarsi per proteggere dalle indagini americane il resto del suo patrimonio di arte Khmer e i soldi fatti mediante le sue transazioni poco chiare.

Il patrimonio viene spostato sui paradisi fiscali ed offshore

“Nella primavera del 2011, stando ai documenti ottenuti da ICJ, membri della famiglia Latchford si rivolgono alla Trident Trust, una delle tante compagnie specializzate ad aiutare le ricche famiglie a creare compagnie e fondi offshore che, secondo chi li critica, permettono di evadere le tasse e la supervisione dei governi.”

La Trident Trust, che opera in oltre 20 paesi e giurisdizioni, definiti dalla Organization for Economic Cooperation and Development and the Tax Justice Network come paradisi di segretezza o fiscali, si definisce come una compagnia che lavora con famiglie di alto reddito per fare transazioni che “aiutino a preservare la ricchezza da una generazione all’altra”

“Per iniziare, secondo i documenti, Latchford, la figlia Julia e il marito Copleston, crearono due fondi registrati a Jersey nominandosi come beneficiari. Jersey, dipendenza della Corona Britannica di autogoverno, ha delle leggi di protezione dai creditori, agenti delle tasse e corpi di polizia.

Tali trust sono un ostacolo importante per le agenzie di polizia e di indagine che provano a recuperare proprietà di cattiva appropriazione in gran parte perché sono difficili da trovare: Non ci sono obblighi per cui loro si devono registrare presso il governo.”

“Se non hai nulla da scoprire, non recupererai nulla” dice Brooke Harrington, professore del Dartmouth College delle leggi che rendono ogni tipo di scoperta difficile.

Il Fondo Skanda si forma nel giugno 2011 dopo meno di tre mesi da quando fu fermata la vendita di Sotheby.

“I documenti a disposizione di ICIJ mostrano che il Trust si formò per tenere le proprietà finanziare sostanziali tra cui i conti di investimento presso imprese di gestione di ricchezze Rathbones e HSBC Private Bank, insieme a proprietà in due hedge funds, Headstart Fund of Funds e Limestone Fund SPC Wider Russia. L’amministratore fiduciario assunse il controllo anche di un’altra impresa Latchford, la Fleeting Estates Ltd registrata ad Hong Kong che nel 2002 acquistò un appartamento londinese del valore attuale di 15 milioni di dollari. L’appartamento è intestato nel 2020 a Julia Latchford e Coplestone.”

“I documenti a disposizione di ICIJ non citano le proprietà di Skanda in termini di pezzi Khmer. Ma 80 di loro, in gran parte dei bronzi, appaiono in un libro del 2011 di Latchford come “per cortesia del Skanda Trust.”

Il valore di questi pezzi secondo esperti in totale si aggira sui 10 milioni di dollari. Almeno uno di loro, un Budda che Latchford ha venduto alla Nancy Wiener Gallery di Manhattan e valutati 1,5 milioni di dollari è il risultato di un saccheggio, secondo i magistrati americani.

“In modo separato, 22 pezzi in bronzo che si ritrovano nelle foto di uno dei libri di Latchford furono visti in vendita dal commerciante britannico Asian Art, di Jonathan Tucker e Antonia Tozer, insieme ad altri 20 messi in vendita da Latchford, secondo un documento di consegna. Il prezzo totale della lista del catalogo era quasi di 2 milioni di dollari. Una galleria belga, Marcel Nies Oriental Art, elencava sette pezzi in pubblicazioni che corrispondono a pezzi di Skanda Trust dei libri di Latchford. Il proprietario Marcel Nies disse che non ha mai venduto direttamente pezzi per conto di Latchford e che non sapeva della gravità delle accuse contro Latchford fino a quando non fu rinviato a giudizio.”

La fondazione della Siva Trust di base a Jersey nasce nel settembre 2012. A questo livello di segretezza se ne aggiunge un altro quando l’amministrazione fiduciaria dei due trust è posta in una compagnia delle Isole Vergini Britanniche formata dai Latchford. “Tali compagnie non devono rivelare i loro azionisti o direttori e rendono difficile identificare i loro veri proprietari”

La famiglia Latchford nega comunque che questa nuova compagnia è stata fatta per aggiungere segretezza alla segretezza, ma solo per gestire in modo più efficace le proprietà.

La realtà indicata da questi Panama Papers è che proprio i trafficanti di arte rubata o saccheggiata, e tutti coloro che riciclano denaro, che vendono o acquistano tali opere, usano i paradisi fiscali per nascondere i soldi ed evadere le tasse. Le autorità che indagano sui furti di opere d’arte trovano spesso un muro di gomma invalicabile proprio nei paradisi fiscali.

“Nel rintracciare i pezzi rubati spesso incontriamo un trust del Liechtenstein, di Panama o delle isole Cayman o simili, e diventa molto difficile sapere contro chi fare la richiesta” dice Chris Marinello la cui impresa Art Recovery International serve ad aiutare a recuperare pezzi rubati. “Può davvero essere un muro”

Comprare capolavori saccheggiati

Oggi le antichità gestite da Latchford e suoi associati le ritroviamo in tanti musei del mondo e di questi spesso è difficile dire la provenienza perché i musei in genere pubblicano poche informazioni sull’origine dell’acquisizione e sulla storia della proprietà, anche se le linee guida dei musei parlino di ricercare rigorosamente la ricerca della provenienza di un oggetto prima di acquisirlo, compresi i documenti di importazione ed esportazione.

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“La collezione del Met per esempio ha una statua di arenaria di una figura chiamata Harihara. Le informazioni pubblicate dal museo dicono che il pezzo proviene dalla Cambogia meridionale ed ha uno stile del periodo precedente ad Angkor. Fu acquisto nel 1977 da un collaboratore di Latchford, Spink&Son.”

Nel rinvio a giudizio di Latchford si descrive un pezzo molto simile a questo che fu chiaramente preso con un saccheggio. Latchford, come detto in una lettera del novembre 1974 dal rappresentante del Spink, aveva accettato di consegnare una “Hari Hara di stile preAngkor alla casa ed il pezzo “era stato ritrovato di recente in Cambogia vicino alla frontiera del Vietnam del Sud”. Secondo i magistrati americani la Spink&Son sapeva dei piani di creare falsi documenti per i pezzi antichi Khmer.

Il Met non risponde a nessuna richiesta di chiarimento sulla provenienza del Hari Hara come di altri pezzi di arte khmer, acquisiti o donati da Latchford, che si trovano nella sua collezione.

“In una dichiarazione scritta il Met dice che non si sa se l’Harihara della sua collezione sia lo stesso di quello che i magistrati USA dicono sia il risultato di un saccheggio. Nella dichiarazione il museo dice di applicare standard rigorosi sulla provenienza delle nuove acquisizioni e ai pezzi che da tempo si trovano nella sua collezione. Il Museo ha ‘una storia lunga e documentata di risposta alle affermazioni che riguardano lavori artistici con la restituzione laddove giusta, nella trasparenza sulla provenienza di lavori nella collezione’”

Situazioni analoghe si hanno col museo Denver Art Museum per alcuni pezzi che hanno diversi documenti di origine rilasciati dallo stesso Latchford con informazioni contrastanti sulla storia della proprietà.

Il Museo di Denver dice di aver contattato le autorità cambogiane con cui c’è un dialogo aperto e che starebbero indagando le circostanze ed i luoghi dei pezzi, studiando la proprietà e la provenienza e reclamando tutti quei pezzi che non hanno documentazione ben accertata.

“Uno studio pubblicato da un avvocato e archeologo Davis dice che dei 377 pezzi khmer venduti all’asta da Sotheby’s tra il 1988 e il 2010, il 71% non aveva con sé alcuna storia delle proprietà.”

Per altro quando i pezzi sono stati restituiti alla Cambogia, come ad altri paesi, sono state presentate prove schiaccianti dando così l’onere della prova ai paesi di origine come la Cambogia.

“Per quasi 20 anni due grandi statue in ginocchio di arenaria di Koh Ker, con i copricapi intricati a forma di cono, erano posti all’entrata della Galleria di arte asiatica del Metropolitan Museum of Art. Le figure chiamate i guardiani in ginocchio si trovano nella posizione di genuflessione”

Che si trattasse di opere rubate è cosa ovvia secondo alcuni studiosi di arte antica.

“Si sapeva che provenivano da Koh Ker dove era molto comune il saccheggio, ed il museo li aveva acquisito a pezzi, cosa che la dice lunga sull’origine secondo gli esperti. Chi saccheggia spesso taglia le statue in pezzi per poterle trasportare. Latchford e Spink&Son donarono una testa nel 1987 e poi nel 1992 Latchford donò i corpi. La seconda testa giunse da un altro donatore”.

Il Met restituì le statue alla Cambogia nel 2013 dopo averle accettate nonostante le indagini dell’archeologo francese ed esperto di Koh Ker che appurò come “fossero evidenti sulle ginocchia le tracce degli scalpelli dei saccheggiatori”.

Ciò che spinse il museo a consegnare le due statue in ginocchio alla Cambogia fu il ritrovamento in Cambogia del piedistallo che si adattava alla perfezione con le due figure in ginocchio. La stessa sorte si è verificata per tutte quelle antichità presenti nei tanti musei americani: solo la presenza di segni precisi a Koh Ker che si adattavano bene con i pezzi faceva sì che i musei riconsegnavano i pezzi.

Poi ci sono le tante collezioni private dove è molto più difficile accedere e che non sono spesso visibili. Una eccezione è quanto accaduto con una casa di miliardario americano di Palm Beach George L. Lindemann che ha lasciato in eredità una dozzina di statue Khmer apparse in un articolo di Architectural Digest del 2008.

Gli esperti del Ministero della Cultura Cambogiana hanno detto che almeno la metà sono il risultato di un saccheggio ed una statua metà donna e metà uomo era stata trafugata a Koh Ker il cui tempio che rappresenta “l’equivalente cambogiano della tomba di Re Tutankamen.”

Recuperare questi pezzi al patrimonio storico e artistico della Cambogia è di certo un’impresa ancora più complicata.

“La segretezza facilita tutti i passaggi del processo che un pezzo antico fa per entrare nel mercato, dalla rimozione illegale alla circolazione tra commercianti e collezionisti pubblici e privati” ha detto Angela Chiu. “La mancanza di trasparenza permette di nascondere e distorcere la verità liberando il pezzo delle sue origine illegali per poterlo così metterlo nei musei, l’ultimo segno di legittimità”

Riprendersi i pezzi artistici dai paradisi fiscali

“Dopo oltre 3 anni di negoziati i Cambogiani hanno iniziato a riavere alcuni dei pezzi passati per le mani di Latchford. A gennaio dopo la morte del padre, la figlia Julia Latchford annunciò che avrebbe ridato la collezione privata del padre alla Cambogia. La maggiore restituzione di pezzi antichi nella storia della regione che ha avuto una favorevole attenzione dei media.”

L’idea della donazione era anche nella mente del padre che però voleva usarla per avere l’immunità per sé e la famiglia e per i suoi partner, come si viene a sapere da una nota fatta trapelare nel 2018, in cui l’avvocato americano della Cambogia, Gordon dice che Latchford aveva posto numerose condizioni per la sua offerta.

“Crediamo che se non si garantiscono le sue condizioni si negano così le sue motivazioni a separarsi da queste antichità” avrebbe scritto Gordon.

Nel frattempo sembra che il Latchoford abbia provato a vendere pezzi del valore complessivo di 3 milioni di dollari ad una galleria il cui gestore sapeva bene della provenienza quando li espose per vendere.

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Dopo la morte del padre entra in campo la figlia Julia che nega di sapere della ricerca di immunità del padre e che la decisione di ridare i pezzi nasceva perché “si era convinta che fosse la cosa giusta da fare”

In Cambogia gli archeologi sono al lavoro per restaurare alcuni delle migliaia di templi saccheggiati e trovare le giuste tracce, i frammenti e altre prove per riportare i tantissimi pezzi presenti nei musei americani e mondiali

Thach Phanit è uno di questi archeologi al lavoro per ridare un’anima ai templi.

“Senza l’anima come il corpo umano siamo solo morti. Riportare le statue è come ridare le anime degli antenati al paese”

“Finché non riusciranno nel loro intento, i piedistalli vuoti del Museo Nazionale della Cambogia raccoglieranno la polvere nell’attesa che arrivino chi li deve occupare”

Fonte originale: ICIJ.ORG

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