Pechino il grande vincitore delle elezioni intermedie filippine del 13 maggio

Un pensatore italiano del XX secolo, Antonio Gramsci osservò che un errore comune tra gli storici era la loro “incapacità a trovare la corretta relazione tra ciò che è organico e ciò che è congiunturale”

Pechino il grande vincitore delle elezioni intermedie filippine del 13 maggio

Nell’osservare come si era trasformato il paese dopo la prima guerra mondiale, Gramsci mise in guardia contro la confusione tra i cambiamenti fondamentali degli accidenti storici ed i cambiamenti passeggeri.

Sotto la presidenza di Rodrigo Duterte, le Filippine attraversano una trasformazione organica che avrà ramificazioni geopolitiche di lunga portata particolarmente per la Cina.

Infatti è stato forse Pechino il grande vincitore delle elezioni intermedie del 13 maggio che hanno visto gli alleati di Duterte vincere le 18 mila posizioni elettive.

Con la presa ferma sul potere ora Duterte può portare fino in fondo la sua politica di fulcro verso la Cina, una strategia che ha visto una forte critica dall’opposizione ora sfiancata.

Pechino ha una un interesse diretto nell’assicurare che Duterte ed i suoi alleati rimangano al potere per un futuro vicino per evitare che entri un successore ostile a capovolgere il ravvicinamento bilaterale in corso.

Apparentemente le ultime elezioni filippine sono state solo un altro esercizio democratico nell’antico rituale della democrazia.

Come il pensatore francese del XIX secolo Jean-Baptiste Alphonse Karr disse rammaricato:

“Più le cose cambiano più restano le stesse”

Ad uno sguardo più da vicino forse siamo testimoni dell’inizio di un regime del tutto nuovo nel paese del Sudestasiatico.

Dopo tutto le elezioni intermedie erano un referendum di fatto sulla presidenza estremamente controversa e distruttiva ma estremamente popolare.

Forse il suo nome non era sulla scheda, ma agli elettori effettivamente era stato chiesto di affermare o rigettare il “voto di protesta” nel 2016 che catapultò un sindaco di provincia nella posizione più elevata della Repubblica delle Isole Filippine.

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E la risposta è stata un fragoroso appoggio da parte di quasi 50 milioni di elettori che hanno consegnato quasi tutti i rappresentanti eletti agli alleati di Duterte.

L’opposizione sia quella democratica liberale che la sinistra progressista non è riuscita ad assicurarsi neanche un solo seggio nel potentissimo senato filippino.

Ora gli alleati di Duterte controllano la camera superiore, un terreno di coltura per futuri presidenti, che detiene il controllo della pubblica opinione, decide il destino della legge nazionale fondamentale ed ha il potere di ratificare gli accordi nazionali.

Il presidente può avere sufficiente influenza sulle istituzioni statuali di portare alle logiche conclusioni la sua visione per il paese, sollevando le preoccupazioni sull’emergere nelle Filippine di un governo autoritario.

Semmai i critici temono che Duterte ed i suoi lacchè, tra cui il suo antico consigliere ed ora senatore eletto Bong Go, creeranno una nuova costituzione che perpetui il dominio e gli alleati del capo politico filippino ed il suo stile di governo per un futuro prevedibile.

La migliore posizione di Duterte a casa è la musica che Pechino vuole sentire dopo gli shock elettorali anticinesi sostenuti nelle Maldive, Malesia e Sri Lanka.

Tornando nel 2010, le Filippine elessero un capo democratico liberale, Benigno Aquino, che rigettò i legami da vicino con la Cina del suo predecessore, divenendo nel tempo un capo critico della potenza asiatica.

Ora la Cina forse ha trovato nelle Filippine non solo un alleato temporaneo ma un amichevole regime emergente.

Nel frattempo, il grande perdente nello spostamento sismico della politica filippina è l’opposizione liberale democratica che vede la Cina come una minaccia strategica fondamentale.

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Fondamentale è che per la prima volta la politica estera è stata una grande questione elettorale nelle Filippine.

L’opposizione ha provato a fare leva sulle tensioni nel mare cinese meridionale per mettere sotto la lente la saggezza delle relazioni amichevoli con Pechino.

L’opposizione si è concentrata sull’assedio di mesi da parte di un’armata di forze paramilitari cinesi sulle isole filippine nel Mare Cinese Meridionale che provocarono le proteste antiPechino nel paese.

La raccolta in massa delle conchiglie giganti che hanno causato un danno ecologico massiccio alle barriere coralline, come anche le pressioni denunciate sui pescatori filippini nella Barra di Masinloc, hanno dato ulteriori munizioni alle critiche dell’opposizione.

In un altra prima persino celebrità nazionali si sono unite al coro di critiche mirate ai rappresentanti filippini che hanno portato ad alcune critiche accese sui media sociali verso il ministro degli esteri filippino Teddy Locsin, sul presunto comportamento ossequioso del governo verso la Cina.

L’opposizione ha provato a descrivere Duterte ed i suoi alleati come una parte del “Gruppo Cina” accusandoli di essere i candidati della Manciuria di Pechino.

La strategia comunque, è fallita nel paese dove solo il 6% delle persone vedono la politica estera come una “questione urgente” e la maggioranza del 67% preferisce il rapporto economico piuttosto che lo scontro con la Cina.

Conscio dell’opinione pubblica a casa propria, Duterte ha rafforzato gli accordi economici bilaterali con la Cina nei corridoi del forum della Seconda Via della Seta a Pechino.

Negli incontri col presidente Xi Jinping e Li Keqiang, il presidente filippino si è assicurato 148 milioni di dollari allo sviluppo e 12 miliardi di investimenti.

Pechino il grande vincitore delle elezioni intermedie filippine del 13 maggio

Godendosi una presidenza imperiale, Duterte può ora solidificare lo spostamento delle Filippine nella sfera di influenza della Cina, tra cui accordi economici espansi e prevedibilmente in un futuro vicino persino accordi di difesa.

Pechino non avrebbe potuto sperare in un risultato migliore nella più antica democrazia asiatica.
Richard Heydarian, SCMP