Per porre fine alla lunga guerra nelle campagne filippine

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Con le forti operazioni di controinsorgenza impostate da Manila, fatte anche di iniziative economiche, la lunga guerra nelle campagne filippine, portata avanti da una decennale guerriglia maoista si trova sulla difensiva, ma restano sacche di conflitto nelle aree più povere e remote del paese, secondo l’ultimo lavoro di Crisis Group dalle Filippine.

Pare che le forze della guerriglia siano dell’ordine di poche migliaia di guerriglieri sostenuti da un certo sostegno di massa che rendono difficile la sua sconfitta militare e che potrebbero dare nel futuro altre manifestazioni di conflitto armato.

la lunga guerra nelle campagne filippine

Crisis Group suggerisce di riconsiderare di nuovo dei colloqui di pace da iniziare al più presto per chiudere questa lunga guerra nelle campagne filippine, provando a superare la mancanza di fiducia che ha fatto saltare le passate consultazioni.

La più lunga guerra in Asia dura ormai da oltre 50 anni ed è condotta dal Nuovo Esercito Popolare, NPA, braccio armato del Partito Comunista Filippino.

Ebbe inizio nel 1969 e ha visto sette presidenti filippini provare a risolverla. Ha fatto oltre 40mila morti specie nella prima fase del conflitto. Attualmente è attiva in meno di 70 delle 82 province filippine, ma si concentra in poche aree come Mindanao settentrionale, Luzon Meridionale e alcune parti dell’arcipelago delle Visayas. Nel solo 2023 gli scontri hanno fatto 220 morti.

“La convinzione del CPP della necessità di una “rivoluzione democratica nazionale” deriva dalla sua ideologia, il marxismo-leninismo-maoismo. Con una missione che associa antimperialismo e giustizia sociale, il gruppo segue la strategia della “guerra popolare prolungata” di Mao, che prevede la lotta armata nelle campagne per circondare le città e, infine, prendere le redini del governo. Il gruppo afferma che combatterà fino a quando le “cause profonde” della sua ribellione – nelle parole di un portavoce, “povertà, sfruttamento e oppressione di lunga data” – non saranno più presenti. Questi mali, secondo il gruppo, derivano dall’imperialismo, dal feudalesimo e dal capitalismo burocratico.” si legge nel testo del documento “Come placare la lunga guerra nelle campagne filippine“.

Il governo di Manila ha riconosciuto negli anni I problemi sociali denunciati dall’insorgenza ma guarda soprattutto alla lotta per la conquista del potere e a tutte le connessioni presunte o vere tra organizzazioni di massa e CPP.

Così la repressione si estende agli alleati o presunti tali dell’insorgenza fatti di associazioni sindacali, di agricoltori e studenti che sono allineati nel NDF, fronte democratico nazionale, come anche ad associazioni indipendenti. CPP, NDF e associazioni, da alcuni anni, sono indicate come organizzazioni terroristiche.

Le trattative di pace sono iniziate appena dopo la cacciata di Marcos Padre nel 1986 con tutti i governi a partire da Corazon Aquino e proseguiti con Benigno Aquino con la mediazione norvegese. Con il governo Duterte si ebbe un periodo di speranza di poter terminare la guerriglia, ma nel 2017 Rodrigo Duterte chiuse definitivamente la porta ai negoziati che fino ad allora avevano dato pochissimi risultati.

A novembre 2023 ci fu l’annuncio della promessa di ripresa dei negoziati quanto prima.

Il documento di Crisis Group è stato redatto in base alla ricerca estesa sia sui documenti storici che sulle interviste condotte in una dozzina di province del conflitto come Luzon, Mindanao e Visayas tra il 2020 e 2023 fatte a membri del governo, dei negoziatori del CPP, militanti, comandanti, militanti arresisi, diplomatici, membri del clero e militari.

Riassunto esecutivo

Dalla fine dei colloqui di pace nel 2017, lo sforzo di Manila si è concentrato nello sconfiggere la guerriglia usando sia le operazioni militari di controinsorgenza che progetti economici nelle aree remote delle Filippine.

Secondo Crisi Group lo sforzo sembra dare dei risultati dato il calo del numero di guerriglieri che sarebbe tra 1200 e 2000, ben lontano dai 25 mila degli anni 80, concentrati nelle aree più lontane e povere.

“Ma i ribelli riescono ancora a vincere contro le previsioni della loro scomparsa” scrive CG che dice che nel 2023 ci sono stati 250 morti di militanti e di civili.

“Per mitigare l’impatto del conflitto, il governo deve cogliere l’opportunità di un nuovo giro di colloqui di pace che dovrebbero iniziare quanto prima ideando passi concreti per ridurre la violenza, costruire la fiducia tra le parti e affrontare le richieste concrete dei ribelli. Le autorità devono anche provare a superare la sfiducia dello stato nelle aree rurali colpendo gli abusi di polizia e militari, oltre a raddoppiare gli sforzi per migliorare le condizioni socioeconomiche” si legge.

“In quasi cinque decenni di conflitto, Manila si è affidata principalmente a campagne di controinsorgenza per contrastare la guerriglia, pur facendo occasionalmente incursioni nei colloqui di pace.

Durante il suo mandato dal 2016 al 2022, il presidente Rodrigo Duterte ha avviato un processo di pace che si è interrotto a causa della recrudescenza della violenza. Da allora, Manila ha lottato per aumentare la portata e il ritmo delle operazioni di controinsorgenza, in parte attraverso un meccanismo inter-agenzie noto come Task Force Nazionale per porre fine ai conflitti armati tra comunisti locali. Determinato a porre fine all’insurrezione, il governo ha cercato di espandere la presenza dello Stato e di fornire servizi di base nelle regioni più colpite dal conflitto. Dopo l’uccisione di diversi comandanti di alto livello negli ultimi tre anni e la morte del fondatore del gruppo, Jose Maria Sison, nel dicembre 2022, i ribelli si sono trovati sempre più alla deriva e sulla difensiva. Gli arresti e le rese dei combattenti si sono susseguiti a ritmo costante.”

Ma queste iniziative non sono riuscite a risolver definitivamente il conflitto nonostante che varie aree abbiano acquistato pace e stabilità e si siano registrati modesti miglioramenti economici.

In aree di Mindanao o delle Visayas restano sacche di conflitto e resistono nelle tradizionali roccaforti dell’insorgenza come a Negros e Samar, “dove le divisioni economiche restano forti e persistono gli abusi dei diritti umani sia dei militari che dei ribelli”.

“La maggior parte delle comunità coinvolte nella violenza sono rurali e povere e a sopportare il peso del conflitto sono spesso le popolazioni indigene, conflitto che in alcune regioni è caratterizzato da improvvise recrudescenze dei combattimenti, abusi sui civili e gravi danni alle economie locali. La campagna di Manila è stata caratterizzata anche da un ampio ricorso alla pratica del “red-tagging”, che si riferisce agli sforzi talvolta eccessivi delle autorità per perseguire o comunque perseguitare persone o organizzazioni sospettate di essere associate al movimento comunista.”

Per Crisis Group, non sarà facile per il governo di Manila porre fine alla decennale insorgenza con i soli mezzi militari anche se la sua campagna certamente avrà un suo peso sulla capacità di operare dell’insorgenza.

“Se gli insorti possano sopravvivere ad un’altra ondata di pressioni militari non è certo, ma è ora troppo presto parlare di un collasso totale dei ribelli” che hanno dimostrato nel passato la propria capacità a superare le grandi sconfitte e ad adattarsi alle circostanze avverse.

Non sarebbe da escludere che taluni insorti possano formare legami con criminalità organizzata e perpetuare il conflitto in altre modalità.

E’ ovvio che l’annuncio del ritorno al dialogo, che ha sorpreso molti tra cui lo stesso ministro della difesa, è qualcosa che non bisogna lasciar cadere, dando spazio da subito ad “accordarsi sui passi concreti per ridurre la violenza e costruire la fiducia”.

Al fine di costruire la fiducia ci potrebbero essere misure che garantiscano la libertà di movimento per i negoziatori dei ribelli e cessate-il fuoco locali per aprire la strada a discussioni per riforme sostanziali richieste dai ribelli, come lo sviluppo locale.

“Pur portando avanti questi negoziati, Manila dovrebbe anche ricalibrare gli sforzi della task force inter-agenzie per realizzare progetti di sviluppo più adatti alle aree rurali. Una maggiore supervisione, un’attenzione allo sviluppo guidato dalle comunità e una limitazione della repressione dei sospetti simpatizzanti comunisti darebbero alla task force una maggiore credibilità.

Il governo dovrebbe anche lavorare attraverso i funzionari, le agenzie nazionali e la polizia per fermare gli abusi commessi in nome della contro-insurrezione, migliorando al contempo le relazioni con le organizzazioni della società civile che operano nelle aree colpite dal conflitto. Sia i ribelli che le forze armate, nel frattempo, dovrebbero limitare le violazioni del diritto umanitario internazionale per il bene dei civili che si trovano sotto il fuoco incrociato.”

In assenza di una pace negoziata è difficile dire quando questa insorgenza che nasce negli anni 60 e che ha dimostrato di saper superare tanti momenti difficili potrà essere sconfitta.

Le sole operazioni militari hanno ridotto il numero dei militanti armati, ma solo dei colloqui di pace potranno offrire la via migliore per chiudere il conflitto di fronte a sacche di militanti attivi ancora operativi.

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