Per ridefinire le relazioni tra Cina e Filippine oltre il conflitto in mare

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Dopo tutto non possono essere le dispute nel mare cinese meridionale a definire le relazioni tra Cina e Filippine.

La scorsa settimana il presidente Filippino Marcos Figlio ha detto di non avere piani per “creare altre basi militari o di dare accesso ad ulteriori basi”.

Lo scorso anno Manila ha concesso alle truppe USA l’accesso a quattro basi oltre alle cinque località esistenti previste nell’Accordo di cooperazione di difesa avanzata firmato nel 2014.

Il momento in cui sono state fatte queste dichiarazioni la dice lunga. Marcos figlio era appena tornato da una visita di alto profilo alla Casa Bianca per il summit Giappone-Filippine-USA.

relazioni tra Cina e Filippine

Per il piacere di Manila, il presidente Biden ha riaffermato gli obblighi del trattato di difesa bilaterale verso le Filippine nel caso di un conflitto nel Mare Cinese Meridionale. USA e Giappone hanno promesso grandi investimenti strategici mentre il congresso USA ha deliberato con una legge bipartisan di dare 2,5 miliardi di dollari in aiuti alla difesa alle Filippine.

Tuttavia Marcos Figlio ha ribadito di non essere interessato ad entrare in una alleanza anticinese, ma di agire in termini puramente difensivo. Le azioni di politica estera filippina sono solo “reazioni a ciò che è accaduto nel Mare Cinese Meridionale, alle azioni aggressive con cui avevamo a che fare”.

Nel reiterare le intenzioni benevoli del paese e l’impegno all’attività diplomatica con la Cina, Marcos ha fornito un percorso in favore della distensione.

Le Filippine potrebbero allentare le tensioni riconsiderando l’impiego massiccio di soldati americani sul proprio suolo o l’introduzione di truppe giapponesi, particolarmente in aree vicine a Taiwan.

relazioni tra Cina e Filippine
fonte: SCMP

A sua volta Pechino potrebbe ridurre le intercettazioni aggressive delle pattuglie filippine e le missioni di rifornimento nel Mare Cinese Meridionale.

Inoltre è davvero il momento che entrambi i paesi salutino la cooperazione economica espansa specialmente se si considera la relativa scarsezza di grandi investimenti cinesi nel paese rispetto a quanto fa negli altri paesi del Sudest Asiatico.

Solo un anno fa Marcos Figlio atterrò a Pechino per la sua prima importante visita di stato, prima di andare a Washington e Tokyo, dando l’intenzione di continuità con il suo predecessore, Rodrigo Duterte, e il suo impegno ad una nuova età dell’oro con la Cina.

Ma le due parti se ne uscirono con interpretazioni differenti della visita diplomatica.

Per la Cina, rappresentava il primo passo di una lunga danza diplomatica con il nuovo presidente che nella sua campagna elettorale aveva mandato segnali differenti.

Nelle Filippine la visita ha finito per rafforzare i falchi cinesi nell’amministrazione facilitando una importante redifinizione della politica estera.

Marcos si era atteso più chiarezza sul destino degli investimenti infrastrutturali cinesi non soddisfatti, un accordo di potenziale esplorazione congiunta di energia a Reed Bank e un compromesso tangibile sulle caratteristiche di mare contese come Second Thomas e Scarborough.

Con grande delusione, non ci fu nessuna svolta ma solo impegni vaghi e la reiterazione del bisogno di migliorati canali di comunicazione.

Comprendendo di non avere molto peso con la Cina, Marcos ha spinto per rivitalizzare i legami strategici con gli alleati tradizionali.

Il risultato è stata l’espansione dell’Accordo di cooperazione di difesa avanzata, la più stretta collaborazione di sicurezza con il Giappone ed altre potenze regionali, esercitazioni con stati alleati nel Mare Cinese Meridionale e un generale riorientamento della dottrina di sicurezza nazionale del paese a favore della difesa attiva in mare.

Gli sforzi filippini di migliorare la propria posizione strategica hanno però finito per rafforzare le paure cinesi di accerchiamento. Pechino in risposta ha accresciuto le proprie contromisure nel Mare Cinese Meridionale avvisando Manila a “non giocar con il fuoco” specialmente accettando la presenza militare americana nelle province più settentrionali che sono vicine alle spiagge di Taiwan.

Il risultato è una pericolosa dinamica da “dilemma della sicurezza”, in cui ogni parte inavvertitamente aggrava le tensioni agendo apparentemente per autodifesa. Entrambe le parti dovrebbero invece prendere in considerazione le seguenti misure “quid pro quo” per rafforzare la fiducia:

Da parte sua l’amministrazione Marcos può ricalibrare i parametri del trattato EDCA, vale a dire la grandezza e la natura della presenza militare USA nelle province settentrionali di Luzon. Dovrebbe riconsiderare l’aver garantito l’accesso al Pentagono alle basi strategiche come Mavulis vicino a Taiwan o Thitu nelle Spratly, mentre rivalutare i piani di garantire alle truppe giapponesi accesso a rotazione nelle strutture militari filippine.

Questo potrebbe andare di pari passo con la ricollocazione e riorientamento di alcune grandi esercitazioni militari USA- Filippine vicino a Taiwan e nel Mare Cinese Meridionale.

Da parte cinese, si deve accettare la realtà che i Duterte non sono più al potere e che ogni presidente filippino normale non può fare compromessi sugli interessi sovrani fondamentali. Dopo tutto la maggioranza dei filippini insieme all’elite della difesa addestrata dagli USA, preferisce una posizione forte nel Mare Cinese Meridionale insieme con i propri alleati.

Da parte più debole, è naturale che le Filippine siano stanche di trattare direttamente con la Cina senza alcun aiuto dagli alleati. Dopo decenni di aver trascurato le forze armate, le Filippine vogliono accelerare il programma di modernizzazione della difesa e rafforzare la propria posizione strategica e quindi la propria posizione assertiva nelle acque contese.

Perciò Pechino dovrebbe evitare le tattiche aggressive che rafforzano solo i sentimenti anticinesi, e che spingono Manila nelle braccia americane e rischiano il conflitto armato regionale.

Soprattutto Cina e Filippine dovrebbero esplorare accordi economici benefici per entrambi specialmente nello sviluppo infrastrutturale pubblico e nella manifattura che farebbero un grande lavoro nell’aiutare ad allentare le tensioni.

Dopo tutto non devono essere le dispute in mare a definire le relazioni tra Cina e Filippine.

I vicini Vietnam, Malesia e persino Indonesia hanno mostrato che è possibile per paesi di mare più piccoli di difendere i propri diritti sovrani in mare mentre espandono anche la cooperazione economica fruttuosa con la Cina.

Le Filippine vogliono mostrare di non essere un pollo, ma segnalano anche la propria volontà a perseguire una comprensione mutualmente benefica con la Cina. Una gestione efficace delle dispute in mare permetterà alla Cina di mostrare la propria benevolenza come superpotenza regionale e dare le fondamenta per la pace e la prosperità regionali.

Richard Heydarian, SCMP

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