Per vincere contro strategia del porcospino in Birmania

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La strategia del porcospino dei militari in Birmania che si arroccano nei centri urbani lascia spazio agli attacchi contro le vie di rifornimento

Sta emergendo una tendenza nelle maggiori città delle terre di confine del Myanmar devastato dalla guerra, da Myitkhiba e Bhamo nel nord Kachin a Lashio nello stato Shan del nordest, e Sittwe sulla Baia del Bengala ad ovest una tendenza per cui l’esercito birmano su ritira nei bastioni urbani protetti dalle forze aeree, dall’artiglieria e da ottimi rifornimenti di munizioni.

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Per vincere contro strategia del porcospino in Birmania

Spinti da otto mesi di sconfitte seriali per mano delle armate etniche di minoranza, la giunta militare sta andando lentamente ma con certezza verso quella che si può descrivere come la strategia del porcospino, si raggomitola su se stesso protetto da una serie di aculei mortali affilati

Se questo piano di guerra offra un percorso fattibile per la sopravvivenza del regime sarà probabilmente deciso nei prossimi mesi, dal momento che quello che è iniziato all’inizio dell’anno nelle province etniche di frontiera diventa sempre più un fenomeno nazionale.

Infatti nel Myanmar centrale la strategia del porcospino nel cuore della nazione è già cominciata.

Sin dal 25 giugno gli insorti Paulung del TNLA e del PDF Bamar hanno già iniziato a spingere le forze dell’esercito verso Mandalay, l’antica capitale reale birmana, con offensive nella cittadina di Madaya immediatamente a nord della città e verso Pyin Oo Lwin, dove c’è la prestigiosa accademia militare che presiede su Mandalay dalle alture ad est.

La ritirata dei militari in roccaforti urbane apparentemente inespugnabili è più una risposta caotica ad una avanzata aggressiva delle forze della resistenza, che non dà segni di volersi attenuare, che una risposta consapevole.

Per quanto non pianificata questa emergente strategia del porcospino urbano offre tre distinti livelli di vantaggio.

Sul piano militare invita le forze di opposizione a scendere dalle colline e dalle giungle delle terre di confine e scontrarsi con l’esercito nelle pianure e risaie attorno alle grandi città dove è molto efficace la superiorità dell’esercito con l’artiglieria, le truppe corazzate e le forze aeree.

Se saranno concentrate efficacemente una tale potenza di fuoco può decimare le forze della difesa male equipaggiate e mal coordinate.

Sul piano politico, la giunta militare con la presa sulle aree urbane controlla la maggioranza della popolazione nel Myanmar e offre le fondamenta per le nuove elezioni pianificate per il prossimo anno. Questa è la sua strategia di uscita fattibile per dei militari che si sono intrappolati in un cul-de-sac politico catastrofico con il golpe del febbraio 2021.

Sul piano diplomatico, nel frattempo, se riescono a mettere su una forma di processo elettorale per quanto poco trasparente e compromesso, l’amministrazione pseudo civile che si formerà potrebbe riuscire a prendere tempo sufficiente per vincere a un tavolo negoziale con mediazione internazionale ciò che attualmente rischia di perdere sul campo di battaglia.

Di certo i vicini principali del Myanmar, Cina, India, Thailandia e ASEAN non perderanno tempo a sostenere le elezioni e accrescere il sostegno ad una qualunque amministrazione in longyi civili piuttosto che militari. Una volta che la situazione decolla sembra abbastanza probabile che l’occidente si allineerà anche se con qualche mugugno.

Min aung hlaing capo del Tatmadaw myanmar

La domanda fondamentale per il prossimo anno è se questa strategia del porcospino della giunta ancorata alle città del cuore popoloso della nazione possa sostenere uno stallo militare per un tempo sufficientemente lungo da assicurare il ruolo centrale dei militari nel governo del Myanmar che vedono come una propria prerogativa.

All’inizio della stagione delle piogge del 2024 sarebbe imprudente dare una risposta chiara. Non c’è nulla di inevitabile sulla sopravvivenza di una giunta militare asserragliata ed esaurita da sfide senza precedenti che continuano ad incontrare.

La fine dei conflitti in Vietnam e Cambogia, come in Afghanistan, indica una lezione irrefutabile: militari ben equipaggiati che godono di un sostegno estero ma ancorati alla difesa di enclavi urbani in contrazione possono essere sconfitti da forze di resistenza onnipresenti e implacabili fino alla disintegrazione e al collasso.

Allo stesso modo non c’è nulla di preordinato nel successo della resistenza democratica federale del Myanmar.

Nonostante goda di un ampio sostegno popolare, la “Rivoluzione di primavera” continua a mancare dei prerequisiti più importanti per la vittoria rivoluzionaria: un partito politico d’avanguardia in grado di imporre coerenza e direzione strategica, una leadership carismatica in grado di ispirare e radunare, e un finanziatore esterno disposto a fornire sostegno materiale e diplomatico.

Due approcci strategici

In questo contesto fluido, due variabili chiave saranno determinanti nel plasmare il caotico spazio di battaglia del Myanmar nel prossimo anno. Sconosciute oggi, entrambe saranno in piena evidenza all’inizio del 2025.

La prima, e forse la più cruciale, è la misura in cui le forze di opposizione adotteranno un approccio diretto o indiretto alla strategia del SAC.

Un approccio diretto comporterebbe che le forze PDF, affiliate o meno al Governo di Unità Nazionale (NUG), tentino di lanciare attacchi ai grandi centri urbani, rischiando di essere massacrate di fronte ai grossi calibri dell’esercito, con implicazioni potenzialmente disastrose per il morale della resistenza che, dal 2021, ha resistito straordinariamente bene a tre anni e mezzo di conflitto.

La tendenza del Ministero della Difesa del NUG è stata finora quella di compensare la mancanza di risorse materiali e di un comando e controllo efficaci con appelli politicamente entusiasmanti alla “vittoria entro un anno”. Non c’è garanzia che il Ministero della Difesa, dove la vera esperienza militare scarseggia, non continuerà a insistere con richieste di obiettivi agitati ma irrealistici.

Al contrario, un approccio indiretto comporterebbe uno sforzo su più fronti volto a dividere ed esaurire le forze del regime già esaurite. Richiedendo solo un coordinamento minimo, l’obiettivo operativo primario non sarebbe quello di concentrarsi sulle aree urbane, ma piuttosto – e soprattutto nei prossimi mesi – sulle linee di comunicazione strategiche stradali, ferroviarie e fluviali che le collegano.

In breve, una guerra per le strade deve precedere qualsiasi guerra per le città. Innescando il collasso interno attraverso il blocco delle vie di rifornimento, le forze di resistenza potrebbero evitare la necessità di una guerra per le città. Non è un caso che negli esempi dell’Indocina e dell’Afghanistan sopra citati, tutte e tre le capitali Saigon, Phnom Penh e Kabul, e la maggior parte dei centri provinciali, siano caduti nelle mani delle forze antigovernative con pochi o nessun combattimento.

La topografia del Myanmar centrale offre un contesto straordinariamente favorevole a questo approccio strategico.

Le principali linee di comunicazione nord-sud lungo le valli dei fiumi Ayeyarwaddy e Sittaung sono delimitate a ovest dalle montagne dell’Arakan Yoma e delle Chin Hills, a est dalle colline Karen e lungo la spina dorsale centrale del Paese dalle Bago Yoma.

Ciò che inizia con imboscate e molestie da parte di piccole unità si intensifica in una guerra di logoramento lungo le linee di comunicazione e di rifornimento critiche per la consegna di carburante e munizioni cruciali.

Il processo vede il regime in carica coinvolto in operazioni estenuanti e costose per tenere aperte e poi riaprire le arterie principali, mentre è costretto ad abbandonare le strade minori e a perdere le città più piccole per mancanza di truppe che le difendano.

Fino ad un certo punto tale strategia è già emersa nella scorsa stagione secca lungo le grandi arterie che connettono le città tenute dalla giunta militare nel sud del Tanintharyi, lungo la costa del Mare delle Andamane, e con l’intensificarsi dei sabotaggi alle linee ferroviarie Yangon-Mawlamyine e Yangon Mandalay.

Ma per ottenere una trazione strategica nei prossimi mesi sarà indubbiamente necessario che le grandi unità mobili di resistenza interrompano le strade per giorni e giorni, tendano imboscate in forze e in punti di loro scelta alle unità di risposta del regime, e poi scompaiano nelle colline vicine prima di ripetere il processo altrove.

Queste tattiche rispecchierebbero le operazioni lanciate all’inizio del 1944 dalle colonne Chindit britanniche che operavano dietro le linee dell’Esercito Imperiale Giapponese nella regione di Indaw, nel nord di Sagaing, che tagliarono le sue vie di rifornimento con effetti letali.

Altri elementi di un approccio indiretto includono la pressione crescente nelle città periferiche dove il regime ha pochi uomini per riprendersele una volta perse, e attacchi destabilizzanti di guerriglia dentro le grandi città dove la giunta militare deve già fronteggiare grandi problematiche economiche e la sfida posta da una popolazione vasta e inquieta.

La seconda variabile si basa sulla decisione che le leadership delle principali organizzazioni di resistenza etnica, in particolare Kachin, Karen, Ta’ang e Rakhine, dovranno prendere presto, se non l’hanno già fatto.

Per le sue ramificazioni storiche, questa decisione si basa semplicemente su quale approccio serva meglio gli interessi a lungo termine di ogni comunità etnica in relazione a chi detiene il potere nel cuore del Paese, il Bamar.

Un’opzione comporterebbe un maggiore sostegno alle PDF alleate sotto forma di munizioni, consiglieri e addestramento che potrebbero alimentare una strategia indiretta e far pendere la bilancia militare decisamente contro il SAC, inaugurando probabilmente un’amministrazione ad interim incentrata sul NUG.

L’alternativa si baserebbe sulla valutazione se gli interessi etnici siano meglio serviti dalla formalizzazione con il SAC di un’autonomia già ampiamente conquistata sul campo di battaglia, accettando il rischio di lasciare un esercito non riformato, seppure indebolito, al posto di guida nazionale.

A metà del 2024, la realtà è quasi certamente che un approccio attendista o di copertura da parte degli eserciti etnici avrebbe oggettivamente più probabilità di favorire la sopravvivenza del porcospino militare che il successo di PDF male equipaggiati e mal diretti.

Queste variabili si giocheranno sullo sfondo del tallone d’Achille dell’esercito: la carenza di personale. Quello che è stato un problema persistente negli ultimi due decenni, con battaglioni di fanteria che in genere contano circa 200 uomini invece degli 827 prescritti, è oggi una crisi con implicazioni potenzialmente terminali.

La frenetica corsa all’accelerazione del servizio di leva dopo l’introduzione della Legge sul Servizio Militare del Popolo, lo scorso febbraio, ha messo in crisi la mitologia di Wikipedia che parlava di un Tatmadaw forte di 350.000-400.000 unità, cifre che, nella misura in cui erano vere, emergevano da calcoli basati su unità a pieno regime e includevano la coda, notoriamente gonfiata, dei rami non di combattimento dell’esercito: amministrativo, commerciale, tecnico e medico.

Oggi quasi tutte le valutazioni credibili sulla forza da combattimento dell’esercito fatte da analisti birmani ed esteri parlano di cifre che variano tra 70 e 90 mila soldati. La carenza di numeri grezzi è esacerbata da due fattori.

Il primo fattore è strutturale: un modello di dispiegamento di battaglioni da pochi spiccioli in 14 comandi militari regionali, guidato dalla necessità essenzialmente politica di presidiare la popolazione dell’intero Paese, non da ultimo nelle regioni etniche, piuttosto che di difendersi da un’aggressione straniera.

Il secondo fattore, illustrato dalle recenti campagne della stagione secca negli stati Rakhine e Kachin è operativo: l’ostinazione a non voler cedere temporaneamente territori per raggruppare le forze per una controffensiva.

L’ennesimo risultato è di battaglioni isolati o comandi di maggiori operazione tattiche che combattono finché non sono sconfitti o si arrendono mentre continua l’emorragia di soldati.

Infatti i militari ora sono di fronte al rischio che le perdite attuali possono presto superare il tasso pubblicizzato di 5000 uomini al mese di induzione dei nuovi arruolati ammettendo anche che i reclutati senza esperienza di combattimento siano entusiasti di combattere.

Una strategia di resistenza mirata nel resto dell’anno ai corridoi di comunicazione e di rifornimento piuttosto che ai centri urbani controllati dal SAC sarebbe ben calcolata per agire come un ulteriore acceleratore della crescente crisi di manodopera dell’esercito.

Tuttavia, è tutt’altro che garantito che una simile strategia sia adottata o che i principali eserciti etnici del Myanmar, il cui ruolo sulla scena nazionale è ora decisivo, siano disposti a sostenerla.

Anthony Davis, Asiatimes

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