Politica estera thailandese priva di ambizioni e visioni a livello regionale

Mentre la pandemia da Coronavirus continua a portare scompiglio nel mondo, le tensioni e la pressione nazionali obbligano a tre larghe risposte dai paesi colpiti.

Con la prima i paesi potrebbero reagire ai problemi interni prodotti dal virus accusando ed attribuendoli agli stranieri. In alternativa potrebbero essere così preoccupati internamente di essere diventati paesi marginali. In altri casi i paesi che hanno davvero affrontato il COVID-19 potranno riprendere le proprie posizioni più velocemente e andare in avanti prima mentre il resto resta intrappolato nella discordia e nel acredine.

Mentre la Thailandia sembra rientrare nella seconda categoria di marginalizzazione di politica estera, gli USA e Cina sono nella prima. Paesi come Vietnam, Singapore, Corea del Sud, Nuova Zelanda e Danimarca, dove il consenso nazionale prevale e la fiducia nelle relazioni stato cittadini è alta, sono tra le poche eccezioni che potranno muoversi oltre il periodo del virus meglio e in modo più veloce degli altri.

Di certo, tutti i paesi troveranno le avversità causate dalla pandemia con crescite inferiori per alcuni e recessione di vario grado per altri. Ma i paesi con una coerenza politica interna e relativa pace sociale si troveranno in una posizione migliore di quelli imbrigliati in divisioni profonde e protratte.

Il primo paese che balza alla mente nella categoria della polarizzazione estrema ed esternalizzazione delle colpe sono gli USA. Mentre i numeri della pandemia crescono ancora, il paese ha riaperto molta della sua economia per contrastare una contrazione economica severa. Donald Trump nutre anche radicati interessi a spostare le priorità dalla lotta al virus alla ripresa economica prima delle prossime elezioni di novembre. A peggiorare la pandemia c’è una nuova serie di proteste antirazziali in tutto il paese dopo l’omicidio dell’afroamericano George Floyd perpetrato da poliziotti bianchi di Minneapolis.

Visti da lontano gli USA appaiono distrutti dalla lotta civile, messi mali per guidare un ordine internazionale basato sulle regole uscito dalla II guerra Mondiale. Invece di provare a conciliare le parti socialmente verso un processo di riconciliazione e compromesso, gli USA si è polarizzata in modo grave ancor di più.

La retorica ed i discorsi dei capi politici e dei cittadini ordinari si sono rivoltati del tutto contro la Cina come responsabile della pandemia e dei danni che ha portato. Mentre declina la capacità del potere dolce degli USA, le sue attività militari e il potere duro è accresciuto nel contrastare l’assertività cinese nella zona che Washington definisce Indo-Pacifico, nell’intento di tenere la regione aperta e libera lontano dal dominio di Pechino.

A sua volta la Cina vive una dura recessione economica. Dalle previsioni di crescita del 6% prima del virus per questo anno, la Cina vede una crescita molto minore se non una recessione. Molti sono arrabbiati con le misure draconiane del governo di Xi Jinping nel picco della pandemia. A causa del sistema autoritario della Cina, dissenso e critica sono stati zittiti. Eppure non ci sono dubbi che le tensioni interne mettono pressione sul presidente Xi Jinping e sul partito a sistemare l’economia e salvaguardare le misure pubbliche sociali.

In questo ambiente né gli USA né la Cina possono permettersi di apparire deboli all’estero quando ci sono così tante pressioni in casa propria. Ad uso interno in entrambi i paesi, più gli USA si spingono ad accusare la Cina per la pandemia, più la Cina risponderà. La disputa tra queste due superpotenze era già in atto prima del virus che ora però l’ha intensificata.

Altri stati e società, Sudestasiatico compreso, dovranno essere molto attenti perché si potrebbero trovare presto a dove scegliere da che parte stare.

Per la Thailandia, la sua proiezione di politica estera e direzione strategica si è affievolita sin dal 2005, quando cominciarono la sua crisi interna e il confronto.

Da allora il ruolo regionale della politica estera thailandese è privo di ambizioni, reattivo più che proattivo, molto al di sotto della sua tradizionale capacità strategica.

Peggio, non ci sono prospettive di miglioramento né di una direzione strategica a breve. E’ un fatto triste che dovrebbe catalizzare il popolo thai ad agire tutto insieme.

Anche prima dell’instaurarsi della pandemia ad inizio 2020, la postura strategica thailandese era dominata dalle preoccupazioni politiche interne. La pandemia ha solo accentuato le tendenze e le prospettive nella politica estera thai e nel suo profilo di sicurezza in vista della rivalità geopolitica e competizione USA Cina.

Mentre le infezioni del virus mostrano segni di rallentamento, il ruolo strategico del paese e le sfide sono sulla strada per tornare in piena forza, proprio come lo erano prima dello scoppio dell’epidemia.

L’instabilità politica interna derivante dai cicli di golpe, costituzioni ed elezioni sin dal momento in cui il costituzionalismo sostituì la monarchia assoluta nel 1932 rende impossibile alla Thailandia una pausa a favore del futuro politico stabile per la maggioranza della sua gente. A loro volta queste incertezze domestiche hanno ostacolato il suo ruolo internazionale.

Dopo oltre cinque anni di un opaco governo militare autoritario dopo il tredicesimo golpe del maggio 2014, le elezioni di marzo scorso produssero un parlamento controverso ed un governo di coalizione post-elettorale diviso, guidato all’attuale primo ministro Prayuth che guidò la giunta a prendere il potere.

Il continuo profilo circolare della Thailandia rischia di far scivolare il paese in una crescita economica anemica mentre alcuni dei suoi vicini si espandono a velocità doppia avendo avanti prospettive più dinamiche e progresso.

La crisi da coronavirus ha aggravato i venti contrari mentre l’economia del paese soffrirà la sua peggiore contrazione rispetto ai suoi amici del ASEAN. Inoltre le riforme strutturali della Thailandia e l’aggiornamento economico per salire lungo la catena del valore per allontanarsi dalla trappola delle entrate medie hanno fatto pochi progressi, nessuna prospettiva promettente in futuro mentre l’ambiente politico resta oscuro.

In questo caso la Thailandia non agirà in modo belligerante all’estero per distogliere l’attenzione dai problemi nazionali. Il paese continuerà ad essere avverso al rischio andando sullo scontato anche sul piano internazionale.

E’ una valutazione che fa pensare e deludente di un paese che aveva un ruolo regionale strumentale, non ultimo da cofondatore e luogo di nascita del ASEAN. In modo fortuito la Thailandia ha una posizione geografica fortunata, una massa critica, gente ospitale ed è ben dotata di risorse naturali.

Per il resto del mondo questo paese non può essere ignorato senza costi geopolitici considerevoli. Ma per i Thailandesi il loro paese non può riprendersi il suo peso strategico e attirare l’attenzione globale finché non passerà attraverso il riconoscimento a casa di vedere quale tipo di entità politica e paese vogliono per conquistare una posizione ed un ruolo all’estero.

Thinitan Pongsuhdirak, Bangkokpost