E’ ancora possibile un negoziato in Thailandia?

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In un articolo apparso anche su Wall Street Journal, Pasuk Phongpaichit e Chris Baker discutono delle prospettive di un negoziato tra governo e magliette rosse che scongiuri un più cruento versamento di sangue se non addirittura un possibile golpe.

Pasuk e Phongpaichit e Chris Baker sono due studiosi economici della Chulalongkorn University autori di diversi libri e studi sulla Thailandia contemporanea e su Thaksin Shinawatra.

In Thailandia c’è sempre meno spazio per un compromesso

Con l’affievolirsi delle prospettive di un negoziato si sta chiudendo la porta sul vecchio ordine. La violenza che ha lasciato, lo scorso sabato, per le strade di Bangkok 23 morti e più di 800 feriti ha indurito le divisioni all’interno della società, facendo così solo crescere la possibilità di un nuovo e peggiore versamento di sangue.

governatore di Bangkok e Abhist Negoziato

I morti e i feriti sono accaduti nella battaglia di strada tra le forze di sicurezza e i manifestanti delle magliette rosse che è durata appena un’ora. Molte foto e molti video mostrano figure in nero che usano granate e fucili di assalto a breve raggio. Le autopsie hanno accertato che 9 dei 19 manifestanti morti sono stati colpiti con fucili a lungo raggio, dei cecchini probabilmente. E’ chiaro che qualcuno voleva un alto numero di morti. Ma chi? Le forze di sicurezza, le magliette rosse o entrambi?

Le unità d sicurezza e i gruppi paramilitari hanno giocato un ruolo negli incidenti passati. Anche le magliette rosse hanno un’ala estremista che ha esplicitamente minacciato questa violenza. Ognuno incolpa l’altro e presenta le proprie prove fotografiche. Una sola certezza regna ora, ed è che la strage ha totalmente cambiato le basi del confronto.

Entrambe le parti hanno dei martiri e le ragioni da vendicare. Le magliette rosse non si piegano e spavaldi, hanno fortificato le posizioni occupate a Bangkok e hanno innalzato le loro richieste dello scioglimento immediato del parlamento e l’esilio per il primo ministro Abhisit. Chi si oppone alle magliette rosse sta chiedendo una repressione più severa.

Il governo di Abhisit talvolta è descritto come una creatura dei militari, ma la sua posizione reale è più complessa. Molti nella comunità degli affari, dei professionisti e della classe media nella capitale sono sostenitori veraci del partito democratico.

Per i più convinti, gli scontri di sabato offrono la prova che il movimento delle magliette rosse è pericoloso per la nazione. Opinionisti vari hanno subito risuscitato l’idea che le magliette rosse mirano a sovvertire la monarchia.

Abhisit raccoglieva queste opinioni e definiva i manifestanti “terroristi” e li accusava di lavorare per un “cambio più importante”: queste affermazioni potrebbero essere usate a giustificazione di una repressione più decisa.

La vera ragione per la paura dei più convinti è la profondità e intensità del sostegno che il movimento ha mostrato lo scorso mese con una dimensione ed una forza che ha sfatato qualunque predizione.

Un vasto spettro di persone si è unito alle dimostrazioni, non solo la gente delle campagne. Molta gente di Bangkok vi ha preso parte sorprendendo chi sosteneva che questa fosse una sfida tra il villaggio e la città.

Inoltre, la chiara intensità della dedizione dei manifestanti metteva fuori uso ogni illusione che questa sia soltanto una folla comprata. L’organizzazione era rigida.

Fino a sabato scorso, la protesta dava la sensazione di un festival mostrandosi spettacolarmente non violenta. E’ chiaro che si tratta di un movimento di massa che esprime una domanda profonda di cambiamento.

Il governo e i militari ora si trovano davanti la prospettiva che un golpe tentato o una nuova repressione violenta possa causare un più grande sostegno popolare in favore dei manifestanti.

Quello che ha fatto più paura al governo e ai militari è l’effetto sui monaci e sul personale delle forze di sicurezza. Molti monaci si sono unti alla protesta, la polizia è stata immobile. Verso la fine della scorsa settimana sempre più soldati mostravano segni di fraternizzare.

Non è sorprendente. Monaci e soldati semplici provengono dalla stessa a base sociale come quella dei manifestanti, i gradini più bassi della scala sociale rurale ed urbana.

Sono cugini e compagni di scuola. I segni di defezione tra questi agenti di autorità morale e fisica sembrano aver spinto per la paura il governo a fare quella operazione brutta e fallita il fine settimana scorso.

Quali sono allora le prospettive di un negoziato? Sin dall’inizio le magliette rosse domandavano una dissoluzione immediata del parlamento. Il comandante dell’esercito sembra accetti questa come cosa inevitabile. Il governo ha proposto ottobre. Le magliette rosse chiedono domani. La differenza sembra possa colmarsi in un accordo negoziato.

Ma si adombrano delle complessità. Fino al recente scontro, il partito democratico e la sua coalizione aveva qualche speranza di poter sopravvivere ad una elezione se avessero avuto tempo e soldi da spendere in anticipo. Una speranza ora svanita. Le dimostrazioni hanno mostrato quanto il sostegno sia vasto e entusiasta a favore dei rossi. Il martirio lo potrà solo far crescere.

I politici da eleggere sono in agitazione per cambiare campo secondo gli elettori da cui dipendono. Con una grossa vittoria elettorale, i rossi potrebbero rimettere in funzione la Costituzione del 1997 stracciata dal golpe del 2006, rendere vuote quanto fatto dai governi del golpe, mandare i generali davanti alla giustizia e riportare come premier Taksin Shinawatra. Per paura di una simile prospettiva, i gruppi intransigenti stanno parteggiando più per una repressione che per un negoziato. I conservatori e le magliette gialle realiste hanno invocato la legge marziale. Tuttavia ogni giorno che passa senza che riprenda il negoziato, le prospettive elettorali del Partito Democratico si fanno sempre più magre.

Dal golpe del 2006, il parlamento è stato colpito e ridicolizzato. Sono stati rovesciati due governi eletti. Più di 300 legislatori sono stati messi al bando dalla politica, mentre una nuova costituzione è stata deliberatamente scritta per diminuire il ruolo del parlamento. Le conseguenze sono ora chiare. La nazione ha bisogno disperato di fare del Parlamento il luogo di discussione nazionale.

La Thailandia è a corto di meccanismi di compromesso. Vari gruppi accademici, di uomini di affari, di difensori della pace e di vecchi uomini di stato non sono riusciti a diventare dei potenziali conciliatori. A causa dei numerosi appelli di essere difensori della monarchia, i gruppi più intransigenti hanno eroso lo spazio all’istituzione del suo vecchio ruolo di mediatrice. Rimane solo una piccola possibilità per Abhisit di giocare un ruolo positivo nella nascita di una nuova Thailandia politica, piuttosto che cadere nel collasso del vecchio ordine.

di Pasuk Phongpaichit e Chris Baker

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