A che punto si trova lo stato della democrazia nel Sudestasiatico

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“A che punto si trova lo stato della democrazia nel Sudestasiatico?” è il titolo di una discussione tra due noti analisti della politica della regione, Bridget Welsh e Michael Vatikiotis.

Per opportunità di lettura divideremo l’articolo in varie parti.

Bridget Welsh è ricercatrice presso varie università e centri studi della regione e viaggia tra Taiwan, Giacarta, Darwin in Australia. I suoi paesi preferiti sono Malesia, Birmania, Singapore e Indonesia.

Michael Vatikiotis ha lavorato per la BBC a Londra per poi spostarsi nella regione e lavorare per Far Eastern Economic review. Ha scritto varie storie brevi, Debataable land nel 2001; un romanzo The Spice Garden del 2004, Singapore Ground Zero del 2007 e Painter of lost souls del 2012.

Questo lavoro è apparso sul sito di Habiebe Center, fondato da Bacharuddin Jusuf Habibie, per promuovere la modernizzazione e la democratizzazione dell’Indonesia.

Bridget Welsh domanda a Michael Vatikiotis  Dove credi si trovi lo stato della democrazia nel sudestasiatico oggi.

MV: Se si usa l’approccio del bicchiere mezzo pieno, suppongo si debba guardare al lungo arco temporale di oltre 40 anni della storia della democrazia nella regione. Credo che in molti paesi della regione c’è stato un draduale miglioramento nelle forme dei governi che hanno cominciato ad assomigliare sempre più istituzionalmente a democrazie funzionanti.

Si è avuto un’ondata di democratizzazione che iniziò con la rivoluzione del potere Popolare nelle Filippine, a metà degli anni 80, che fu un prodotto della Rivoluzione dei Garofani in Portogallo a metà degli anni 70 che spinse Samuel Huntigton a definire “la terza ondata della democratizzazione”. Questa ondata alla fine raggiunse le coste del Sudestasiatico, manifestandosi in movimenti di sinistra, manifestazioni e proteste a metà degli anni 70.

La Thailandia vide una repressione di questi movimenti che portò la gente a nascondersi nella giungla per unirsi all’insorgenza comunista.

In modo simile in Indonesia ci fu l’incidente di Malari che portò alla repressione della politica nei campus. Anche in Malesia, a metà degli anni 70 ci fu un’agitazione studentesca. Agli inizi degli anni 80 le cose giunsero ad esplodere nelle Filippine con l’implementazione della legge marziale, la corruzione del governo di Marcos e il profondo senso di sfiducia che molti sentirono per il modo in cui erano trattati da Marcos, arrestati o peggio. Nel 1983, con l’assassinio di Benigno Aquino mentre usciva dall’aereo a Manila, tutto ciò raggiunse il colmo fino a diventare una protesta popolare di massa.

In quei giorni ero un giornalista presso la BBC. Ricordo come seguivamo da Londra quel momento eccitante particolarmente per l’intera nozione di potere popolare, molto prima delle tante rivoluzioni colorate che hanno avuto luogo in questo secolo. Accadde molto prima della fine della guerra fredda. Era anche il primo caso in cui la CNN aveva seguito queste vicende lontano con immagini vive delle proteste. C’era la sensazione che nulla del genere era davvero accaduto prima nel sudestasiatico postcoloniale. Fu mostrato e descritto in modo così vivido e fu anche il modo in cui fu portata a termine una dittatura molto dispotica. Nel giro di settimane Ferdinando Marcos era sull’aereo verso le Hawai.

Come nota a margine, credo che fu un periodo molto importante, perché fino a metà degli anni 80 gli USA e le potenze occidentali avevano sostenuto con forza dei regimi autocratici per il loro carattere anticomunista. La situazione cambiò con la rivoluzione del potere popolare per le strade di Manila, il cui colore era giallo, non rosso. C’era questa vedova di Ninoy Aquino, dalle maniere docili, che aveva preso il sopravvento. Non era minacciosa. Non sembrava comunista e gli USA con le potenze occidentali poterono abbracciare questa rivoluzione senza dover abbandonare il loro genere di credenziali anticomuniste. Ci fu un senso di sollievo per non dover sostenere un autocrate solo per il suo anticomunismo.

La regione si trovò così su un percorso in cui la gente si attendeva maggiore apertura e democratizzazione, un percorso però incerto. Si ebbero proteste studentesche in Indonesia dove ci furono pressioni per maggiori aperture del governo. Suharto a malincuore permise qualche apertura ma non si ebbe alcuna democratizzazione.

In modo simile in Malesia ci furono tentativi di avere un sistema più aperto, che trovarono però la repressione nell’Operazione Lalang.

Le pressioni iniziali per maggiori aperture non funzionarono affatto.

rivolta studentesca del 1988 in Birmania

La situazione più tragica si ebbe in Birmania nel 1988 con il movimento studentesco che traeva ispirazione direttamente dal potere popolare e che non riuscì tragicamente con una perdita immensa di vite.

L’assunzione che il potere popolare avrebbe portato a maggiore democratizzazione ci deluse essenzialmente tutti e vivemmo tutti un altro decennio di semidemocrazia.

Poi si ebbe la crisi finanziaria. Il 1997 ci fu un’altra ondata di disordini e ci furono ancora assunzioni sull’impatto che la crisi economica finanziaria avrebbe avuto sui regimi autoritari o semiautoritari. Si assumeva l’idea che i governi avrebbero avuto bisogno di riforme, di aperture e trasparenza e dare un migliore servizio alle popolazioni.

Ci furono pressioni in Malesia. Quello che accadde in Indonesia fu la caduta del regime di Suharto a causa del peso dell’inefficienza autoritaria.

Comunque sentivamo tutti che ci sarebbe stato un maggiore dividendo dalla crisi finanziaria. Se si ricordano i primi anni della transizione indonesiana, i primi due anni furono deludenti.

Ci fu un gruppo di persone che avevano servito Suharto che semplicemente cambiarono la maglia diventando improvvisamente democratici. Ci fu marginalmente un governo appena più aperto, ma ci vollero cinque anni perché la riforma avesse un certo impatto.

La decentralizzazione del governo nel 1999 fu un primo buon passo. Non si dimentichi però che ci fu anche tanta violenza associata al periodo di Riformasi. Molti erano in genre poco contenti dei primi anni di questo periodo.

Sul resto della regione non ci fu alcun serio impatto. La Birmania continuò ad essere governata da un regime militare malvagio. Mahatir continuò a dettare legge in Malesia. Nelle Filippine si ebbero vari contraccolpi contro il governo democratico con vari tentativi di golpe e messe sotto accusa di politici.

Mentre quindi c’erano queste premesse di riforma e democratizzazione, l’impatto complessivo sullo stato della democrazia  fu meno di quanto avevamo sperato.

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