Reietti nella propria terra o la strategia thai nel meridione inquieto

Reietti nella propria terra è il sentimento che provoca la strategia di controinsorgenza thai di conquistare il cuore e la mente dei malay musulmani

E’ sorprendente che, dopo quasi ventanni di combattimenti che hanno reclamato la vita ad oltre 7000 persone nella regione storicamente contestata dai combattenti armati malay di Patani contro le forze di sicurezza thailandesi, lo stato thai ancora non ha una comprensione di base della strategia di controinsorgenza.

La ragione è perché dice sempre di voler conquistare il cuore e la mente della gente del posto, una soluzione che è definita come la soluzione più appropriata per combattere gli insorti del BRN, fronte rivoluzionario Nazionale.

militante BRN e capo villaggio uccisi a Nong Chik

Ma le azioni delle forze di sicurezza sul campo ci dicono che esiste ancora una enorme differenza tra quello che dicono i grandi generali e come operano le forze di sicurezza.

Per esperienza personale di chi scrive, questa retorica della conquista della popolazione locale serve solo a sciacquarsi la bocca. Si prenda ad esempio la recente situazione di stallo tra le tantissime forze di sicurezza ed il singolo militante del BRN a pochi passi dalla casa mia a Nong Chik a Pattani.

Sono state convocate le personalità locali tra cui un capo villaggio per poter parlare al militante con un altoparlante. E’ allarmante che le forze di sicurezza non si sono prese neanche il fastidio di chiedere come si sentissero le personalità locali su quel ruolo né se rischiavano di compromettere la loro sicurezza personale.

Se queste situazioni di stallo, che hanno uccisi 69 combattenti negli ultimi due anni ci dicono qualcosa, è che i militanti sono sempre armati e che essi, se non i pochissimi che hanno deciso di arrendersi, preferiscono combattere fino alla fine e morire per la loro causa.

All’una e mezza di quel giorno, quando due camion di soldati giunsero nel mio giardino, il sottoscritto era a casa a pochissima distanza dove si nascondeva il militante del BRN.

Le forze di sicurezza erano attestate in posizione difensiva, come se fossero pronte a sparare e mi dissero di stare dentro.

Nonostante la situazione precaria perlustrarono casa mia e notarono che avevo due telefonini, cosa che ritennero insolita e per cui mi arrestarono per interrogarmi ancora.

A differenza di altre regioni della Thailandia, nel meridione thailandese avere due telefonini fa sorgere i sospetti dal momento che i residenti devono registrare le loro schede SIM in un sitema a riconoscimento facciale, misura che le autorità credono possa aiutarli ad identificare i militanti separatisti che usano i telefonini per far detonare le bombe per strada.

Senza alcuna accusa a mio carico, gli ufficiali della sicurezza hanno usato la legge marziale per interrogarmi una azione che in altre parti della Thailandia sarebbe definita come violazione dei diritti umani. Ma conosco benissimo la realtà e c’è una guerra in corso nel mio giardino e le misure drastiche sono inevitabili.

Davvero non ero arrabbiato quanto deluso del fatto che nessuno delle forze di sicurezza sembrasse interessato alla sicurezza dei residenti che potevano finire facilmente nel fuoco incrociato se scoppiava lo scontro a fuoco.

Nessuno si è preso il tempo per sgombrare né delimitare l’area per la sicurezza degli abitanti.
Cinque ore dopo fui consegnato ad alcuni ufficiali del comando della IV regione che con telecamera alla mano puntate in faccia mi fecero domande in generale sul cosa provassi della violenza in generale.

“Non sono d’accordo con l’uso della violenza indipendentemente dalla parte in guerra” risposi
Poi si fecero più specifici e mi chiesero del BRN chiedendomi cosa ne pensassi della decisione del gruppo di riprendere la loro campagna di violenza. Mi indicarono l’attacco contro la base della polizia di Mare a Tak Bai del 26 maggio.

“Credo che dovreste andare a chiedere al BRN perché hanno deciso di riprendere le operazioni militari” fu la mia risposta.

Chiaramente loro facevano il loro lavoro. Sembravano conoscere la mia storia politica e la mia formazione, ex militante studentesco ora attivo nel gruppo politico The Patani. Perciò le loro domande furono sulla politica delle province più meridionali.

Dopo un po’ capii che appartenevano alla unità IO, operazione informazione, unità militare non proprio segreta che tesse la propaganda di informazioni mirata a minare il BRN.

Dopo una mezzora di intervista scoppiò lo scontro a fuoco tra il ribelle solitario e la sicurezza. Mi buttai per terra come anche fecero i soldati che mi interrogavano, per istinto, credo.
Subito dopo fui portato all’organizzazione amministrativa del villaggio di Nong Chik. Mi rilasciarono alle 11 di sera.

Ad avviso del sottoscritto, la sparatoria che scoppiò a Nong Chik testimonia il fatto che usare i capi religiosi e civili per parlare agli insorti non funziona.

C’è anche la grande questione della sicurezza dei civili reclutati per aiutare ed in questo caso un capo villaggio che ha aiutato le forze di sicurezza e che è stato ucciso durante l’operazione.
Secondo il resoconto dei media e dei racconti della gente, il capo villaggio andò alla porta del presunto insorto con due poliziotti armati alle spalle. Non è chiaro se avesse dovuto persuadere il militante a deporre le armi ed arrendersi. Era considerato essere “amico”? Se così, come si spiegano i due poliziotti dietro di lui?

Le notizie della televisione hanno presto definito il capo villaggio un eroe ma non hanno domandato per prima cosa perché gli fu permesso di andare con due poliziotti armati alla porta del sospettato.
La televisione ha accettato la narrazione ufficiale senza domandarsi della logica dietro le loro procedure operative. Non c’è da meravigliarsi che la gente del posto non vede la televisione thai né tanto meno quella nazionale.

E’ triste che le autorità sono così ossessionate nel controllo della narrazione che dimenticano la cosa che devono fare per primissima cosa: conquistare il cuore e la mente della gente del posto.
Dopo l’incidente mi ricordai di una conversazione avuta con un vecchio amico su una studentessa malay musulmana che voleva diventare professoressa e studiava in una scuola locale a Yala.
La futura promessa fu inviata in una scuola nota pubblica nella città per un corso universitario di formazione.

Le fu detto che avrebbe dovuto servire maiale alla mensa locale della scuola ed il suo superiore, un buddista, non voleva sentire scuse e la minacciò di bocciarla se si fosse rifiutata. Era stata bullizzata per farla breve.

Quello che accadde raggiunse un ufficiale del Comando Operativo della Sicurezza Interna che lavorava sulla strategia di controinsorgenza e che espresse il disappunto presso la scuola senza però fare nulla.

Per gli abitanti musulmani delle province più meridionali, specie per chi parla il dialetto malese, le prevaricazioni, la registrazione speciale delle sim card telefoniche e il rinominare le città ed i villaggi dal dialetto malese nella lingua thai ci fa sentire periferici, reietti nella propria terra.

In due decenni di violenza, le autorità devono ancora costruire quei ponti per conquistare il cuore e la mente dei malay musulmani.

Questo vuoto e questa mancanza di fiducia la dice tutta perché c’è ancora violenza nel profondo meridione thai.

Asmadee Bueheng, Bangkokpost.com

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